Si è parlato a lungo della morte dell’Arte. La si è anche cercata di uccidere. Ma uccidere l’arte è come uccidere l’uomo, e la sua morte è contraddetta dalle tante forme che la creatività umana assume in tutte le discipline, dalla musica, alla pittura, alla letteratura.

Possiamo anzi dire che mai l’arte sia stata vitale come nei nostri tempi. Ma gli studiosi e i filosofi hanno bisogno di teorie rassicuranti, anche se catastrofiche. Vincenzo Trione è un critico d’arte particolarmente sensibile ma, come pochi altri, incline al filosofare; e un destino favorevole ha voluto che a lui fosse affidato il Padiglione Italia per la Biennale di Venezia di quest’anno.

Ci dividono due mandati. Io feci l’edizione del 2011. Quella del 2013 risulta non pervenuta. La sua è una sfida diretta alla mia. Io avevo concepito il padiglione come un universo in espansione, senza limiti e confini, affidandomi per l’allestimento a un’architetta italiana di formazione spagnola, Benedetta Tagliabue Miralles la quale aveva dimestichezza e confidenza con Antonio Gaudì. Ne era uscita una festa mobile con dialoghi e incontri imprevedibili. Scrittori, filosofi, musicisti, economisti, giornalisti, registi avevano indicato ognuno un artista non solo prediletto ma corrispondente allo spirito dell’epoca. Ma, oltre alle preferenze e agli umori, anche gli artisti interferivano l’uno con l’altro per consonanza o dissonanza, o semplicemente per vicinanza. In sostanza, aldilà dell’interesse e della qualità di ogni singola proposta, l’impressione era di inesauribile vitalità estesa a tutti i generi e i materiali, dalla scultura, alla pittura, alla ceramica, alla fotografia e al video. Anche molti clandestini avevano finalmente accesso nel Tempio, con mia soddisfazione, credendo che non l’arte sia morta, ma morte sia tutto ciò che si restringe in regole, precetti, obblighi formali. Trione non la pensa così, e ha voluto rispondermi riducendo da trecento a quindici le presenze, tutte autoreferenziali e mai connesse, in un’antologia che non prevede dialogo né interazione. Così ha chiamato un architetto, Giovanni Francesco Frascono, di per sé assai vitalistico, e gli ha indicato le sue scelte. Quello, ha preparato quindici cappelle funerarie, chiuse e incomunicanti, e in ognuna ha sistemato con semplicità e unicità l’opera o le opere degli artisti indicati da Trione. Qualcuno, più furbo, ha capito subito e ha preparato un’opera solenne e apocalittica come Claudio Parmiggiani, e ancor più l’immancabile Jannis Kounellis che, tra croci cappotti neri e traversine, ha sempre prediletto l’arte funebre. Un artista cimiteriale al cui confronto Bistolfi sembra allegro. Nessuno degli artisti appare meno che elegante e teatralmente atteggiato, consapevole del rito al quale è chiamato a partecipare.

Così Paolo Gioli con le sue fotografie di torsi, come frammenti di una archeologia contemporanea; così Nicola Samorì, pittore sfigurativo, con i suoi dipinti neri di martiri e santi ai lati di una Deposizione , all’interno di una scenografia teatrale con reliquie e altri memento mori . Un corpo carbonizzato al centro della cappella espone Mimmo Paladino, ed è un opera più estetizzante che tragica.

Una vera e propria cappella, con le due lastre marmoree, come porte chiuse che ne impediscono l’accesso, ha concepito Vanessa Beecroft disponendovi all’interno, come in una cella funeraria o una tomba egizia, sculture in marmo in diverse forme e in uno studiato disordine da tomba profanata. La sua cappella non è visitabile ma visibile come quella di Marzia Migliora, riempita di granoturco come per un rito della terra che ricorda Demetra. Nino Longobardi predispone addirittura steli verticali, come un progetto per rivestimenti lapidei.

Insomma quindici grandi scatole contengono idee anche interessanti e notevoli opere pregevoli ma come per essere affidate all eternità, in una consapevolezza che unisce artista, curatore e architetto, la cui intelligenza non può essere compresa dalla mente ottenebrata di un Bonami.

Tenta di uscire dal cliché Francesco Barocco, con teste di terracotta rianimate dal disegno, in una ideale riproposizione delle immagini del Fayyum.

Trione, pure nel suo ordine mentale, apre il padiglione a tre ospiti stranieri, ed espone William Kantridge che non si sottrae in grande al tema prevalente e sceglie, dell’Italia, l’episodio emblematico e apocalittico della morte di Pasolini con un disegno forte e drammatico. Un’altra idea di morte. Ma la risposta più convincente, alla fine, la dà Peter Greenaway, il quale in un ampio spazio manda, con un ritmo frenetico, una quantità di immagini di una «Bella Italia», dell’Italia delle meraviglie, dei capolavori che rendono la nostra arte un modello unico e inarrivabile. Qualunque cosa si faccia, o si sia fatta, le immagini dei nostri pittori, scultori e architetti contengono il seme della Bellezza. Ed è un paradosso la diffusa inconsapevolezza che consente a un inglese di guardarci con ironia e sufficienza fondando la sua ricerca sul nostro Tesoro. In un ritmo implacabile Greenaway presenta capolavori dell’arte italiana. Ho pensato di rispondergli, assecondandolo e facendo, nel padiglione «Eataly» all’Expo di Milano lo stesso che lui ha fatto nel padiglione Italia alla Biennale. La differenza è che io, prendendolo in parola, espongo tutte le opere in originale, in un percorso che è un labirinto inebriante. In fondo, oltre le mura del cimitero, la vita continua. E Trione lo sa.

Fonte: Il Giornale