Erdogan vuole regolare i conti non solo con i gulenisti e i militari traditori,ma soprattutto con una parte del Paese che ho detesta. E non si tratta soltanto di quei settori minoritari e un po’ radical chic che frequentano i salotti buoni e viaggiano all’estero. Con 10 mila arresti e 60 mila epurazioni sta facendo fuori un intero settore della borghesia, non necessariamente laica e secolarista ma sicuramente colta e istruita. Ha deciso di eliminare, con un giustizialismo di stampo sudamericano, quelli che non la pensano come lui. In questi anni sono stati silurati giornalisti, intellettuali e minacciati anche grandi imprenditori come i Koc, cioè la Tofas-Fiat, soltanto perché si erano opposti alla sua versione della storia. Nel 2013, quando esplosero le proteste di Piazza Takism, nella cerchia del potere soltanto il presidente Abdullah Gul assunse una posizione di mediazione: un giorno potrebbero rimproverargli la visita a Fethullah Gulen durante un viaggio negli Usa.
Sfortunatamente per la Turchia i costi della Grande Epurazione saranno alti. Capitali stranieri e depositi bancari prendono il volo perché nessuno si fida troppo di un presidente che mette in carcere, oltre ai generali, i giudici e l’amministrazione dello Stato. Già all’epoca delle proteste a Taksim, Erdogan si era scagliato contro «la lobby dei tassi di interesse», nel suo discorso sullo stato d’emergenza ha attaccato Standard&Poor’s per avere abbassato il rating del debito sovrano.

Diplomatici e imprenditori cercano di mantenere la calma e trasmettere un’immagine tranquillizzante: la Turchia ha il 50% del suo interscambio con l’Europa, così come il 70% degli investimenti finanziari, e non solo, viene dall’Unione e dagli Stati Uniti. È evidente che in questa situazione imprevedibile non perde soltanto Erdogan. Ma tutti corrono ai ripari e alzano il telefono per spostare depositi e investimenti.
Dalla sua parte Erdogan ha ancora la borghesia delle “Tigri dell’Anatolia” , gli imprenditori musulmani e conservatori che alla fine degli Ottanta cominciarono la loro ascesa con la presidenza di Turgut Ozal. Ma il suo “Enrichissez-vouz” alla Guizot ha avuto come risultato quello di liberare dagli ultimi scrupoli i suoi compagni d’avventura. Erdogan e il suo partito hanno avuto, beninteso, enormi meriti: uno dei più importanti è stato quello di dare rappresentanza politica alla borghesia conservatrice sensibile al richiamo dei minareti, esclusa per 70 anni dai kemalisti dalle leve del potere. L’Akp ha liberato quelle forze sociali ed economiche che sono state alla base del boom della Turchia anatolica, una classe imprenditoriale musulmana di stampo quasi calvinista. Ma la rete di corruzione emersa da qualche anno è antitetica proprio ai valori islamici di cui si era fatto portatore e per i quali ha ricevuto il consenso popolare.
Una storia di successo rischia di naufragare con conseguenze imprevedibili. La Turchia è il nuovo “malato” d’Europa per riecheggiare una frase ottocentesca che le grandi potenze usavano per l’Impero ottomano in disfacimento.

Fonte: Il Sole 24 Ore