L’Europa è in stato di emergenza in Francia, e forse ora lo diventerà in buona parte del continente. Gli Stati europei sono percorsi da una sorta di follia diffusa che non esclude niente perché si sono insinuati nelle vene delle nazioni molteplici veleni, quelli importati dal Medio Oriente e quelli sedimentati in società che si sentono aggredite e frustrate nelle loro aspirazioni: il pericolo maggiore è un clima di paura difficile da dominare perché colpisce i luoghi della vita quotidiana.

Pezzi di queste società e alcuni individui si sentono in guerra, forse prima di tutto contro se stessi. In Germania c’è stato un atto terroristico spaventoso ma la matrice è ancora incerta in un Paese ben più inquieto delle apparenze e con movimenti che vanno dal jihadismo alla destra estrema.

Certo, la guerra che è stata per anni alle porte dell’Europa è entrata qui da un pezzo: da quel 7 gennaio del 2015, quando ci fu l’attentato a Charlie Hebdo, è anche cominciata una nuova fase, l’escalation del terrorismo non solo non si è fermata ma si è propagata dalla Francia, al Belgio alla Germania, con cellule organizzate in ospitali quartieri islamizzati o con i lupi solitari che sanno di potere ambire al marchio della bandiera nera dell’Isis. Non è accaduto però in Gran Bretagna, che in passato fu bersaglio anche di un terrorismo diffuso, dove sono stati investiti oltre due miliardi di sterline per l’intelligence e la prevenzione: in pratica per pagare centinaia di infiltrati e attirare nella rete i candidati al jihadismo. Chiaro che questa non è una garanzia assoluta di successo ma limita la possibilità di attentati.

Bisogna però dirlo con franchezza: il terrorismo è una tecnica di combattimento prima ancora che un’ideologia mortale che non può essere sconfitto in maniera definitiva. Non ci sono realistiche possibilità di cancellare il pericolo di subire attentati come la quello di Nizza o di ieri a Monaco di Baviera o del giovane immigrato che attaccato all’arma bianca i passeggeri di un treno in Baviera.
Si possono però ridurre i rischi; coprire le falle della sicurezza, attuare una maggiore collaborazione tre le intelligence europee. Anche se ogni volta sembra di ripetere dei mantra che si perdono nel vento alla ripetizione di ogni strage. Muhammad Riad, un afghano di soli 17 anni, ucciso nella fuga, è stata l’avanguardia dell’Isis in Germania che ha messo il suo marchio anche su questa azione disperata che del resto obbedisce alla direttive che aveva diramato nell’aprile scorso proprio il portavoce del Califfato Abu Mohamed al-Adnani, il “ministro degli attentati”.
Qui siamo alla componente ideologica di questa guerra che si collega ai conflitti che lambiscono il continente europeo. Secondo alcune ricostruzioni al-Adnani, con estremisti arabi ed europei, inizia a guardare lontano, quando l’Isis potrebbe essere sconfitto sul terreno, ovvero studia come creare una quinta colonna in Europa. E potrebbero usare il nord-est della Siria come area di addestramento e poi come ponte sul confine turco.
Gli ultimi eventi in Turchia possono costituire un altro pericoloso relais con il Medio Oriente in disgregazione. Se la Turchia entra in una fase di destabilizzazione le terre mobili del mondo musulmano rischiano di coinvolgere un alleato della Nato dove ci sono 24 basi, armi nucleari comprese. Qui l’Isis è già entrato in azione perché in questi tre anni la Turchia è stata considerata Paese “amico” dei jihadisti, usati per combattere contro il regime siriano di Bashar Assad: Erdogan è stato l’unico presidente a trattare direttamente con l’Isis per il rilascio dei diplomatici turchi presi in ostaggio a Mosul nell’estate 2014.
Ora la Turchia è nell’alleanza per la guerra allo Stato Islamico ma si può ben capire che lo fa senza grande convinzione. Questo è il mondo intorno a noi e non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia o scordarcelo quando le crisi sembrano spegnersi. Lo abbiamo fatto troppe volte in questi decenni, dall’Afghanistan all’Iraq, e ora ne paghiamo il prezzo.

Fonte: IlSole24Ore