«In Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio» (Giuseppe Prezzolini). «Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi» (Leo Longanesi).

«Nella vita come in tram quando ti siedi è il capolinea» (Camillo Sbarbaro).

Nulla è più irriverente (e vero) dell’aforisma. Un «modo» narrativo, anzi un genere, che ha una lunga storia (nella famiglia delle massime basti pensare all’eccellenza secentesca di La Rochefoucauld), ma che il Novecento, periodo storico in cui le forme letterarie si sono spezzate, facendosi brevi, ha perfezionato. Come ricorda Antonio Castronuovo nel suo libricino Aforismi del Novecento (Stampa Alternativa, pagg. 30, euro 1) l’aforisma, che è concisione più stile , nel secolo dei totalitarismi e delle guerre mondiale acquista impertinenza, causticità e malinconia. In particolare in Europa (si pensi appunto a Karl Kraus, o a Emil Cioran, due giganti), e in particolare in Italia. Dove la rivista fiorentina Lacerba aprì il primo numero, 1° gennaio 1913, con un manifesto che, fra i vari punti del suo programma, recitava: «Un pensiero che non può essere detto in poche parole non merita d’esser detto». Appunto. Oltre alla traduzione di aforismi di Kraus, Jean Paul e Lichtenberg, su quel foglio irriverente e geniale i nostri Papini, Palazzeschi e Italo Tavolato ne pubblicarono spesso di loro, anche ingiuriosi: «La moglie fa risparmiare per qualche tempo la spesa delle puttane ma tutte le puttane del mondo non risparmiano il pericolo di prendere moglie» (Giovanni Papini).

Per il resto, la lunga sequela di aforismi del secolo breve conta i (mini) pezzi di bravura dei citatissimi Prezzolini, Maccari, Longanesi (uno per tutti, da Parliamo dell’elefante , 1947: «Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola»), ma anche – a partire dal secondo dopoguerra – il poeta Umberto Saba il quale inaugura l’epoca con le riflessive Scorciatoie (1946). O il pessimista Camillo Sbarbaro, il quale coltivò tutta la vita la scrittura frammentaria. O l’amaro e ironico, e imbattibile, Ennio Flaiano il quale lasciò scritto: «Conoscere se stesso. Dopodiché diventa impossibile vivere insieme con se stesso», oppure, sempre in tema di amori coniugali, a dimostrazione che il matrimonio è la tomba dell’amore ma anche la culla del buonumore: «In amore bisogna essere senza scrupoli, non rispettare nessuno. All’occorrenza, essere capaci di andare a letto con la propria moglie».

Ma verso la fine del Novecento – ricorda Antonio Castronuovo – emergono altre fonti di affilata e impertinente ironia aforistica. Come Gesualdo Bufalino, il quale sulla copertina del suo Il malpensante. Lunario dell’anno che fu (1987) volle una riflessione altissima e irrisolvibile su Dio: «È un bluff? Non è un bluff? Fra poco muoio e lo vedo». O come Giuseppe Pontiggia, la cui caratterista è appunto la forma spezzata del testo. Dal suo Le sabbie immobili (1991, premio Satira politica a Forte dei Marmi l’anno successivo) citiamo, a caso, la voce “Recitare”: «Recitare. Come recita la guida, la legge, la didascalia. In un paese di attori, anche l’orario ferroviario recita». Che, per questo Paese allegro e disgraziato, è perfetto. Ieri come oggi.

Fonte: Il Giornale