Ma può nascere in Italia un Partito Repubblicano sulla falsariga di quello dei conservatori americani? La proposta, o se preferite la boutade, l’ha lanciata Berlusconi svegliandosi da un torpore politico, solo in parte coatto, di alcuni anni. Ed è in fondo l’unica, labile traccia di un proposito politico, non dirò un progetto, che è affiorata dopo lungo silenzio per comporre in un solo grande partito le membra sparse e conflittuali del centro-destra.
Al proposito berlusconiano ha fatto eco l’annuncio di Fitto, fuoruscito da Forza Italia, che ha lanciato la proposta di un Partito di conservatori e riformisti, aderendo a livello europeo al raggruppamento conservatore a egida britannica. Un progetto coraggioso, questo, anche perché da noi conservatore si usa come un insulto, in politica, e non come una definizione “normale”.
Il vizio di ambedue i propositi è nell’importazione. Si può davvero pensare di calare nella realtà italiana due realtà che attengono a sistemi politici diversi, a caratteri, popoli e storie nazionali così differenti? Si può pensare che nel Mediterraneo possa funzionare quel che funziona nell’Atlantico?

Veniamo da una stagione che ha registrato il fallimento del bipartitismo. Avevamo preteso troppo dagli italiani, non solo di passare dal variegato panorama dei partiti della prima repubblica al più compatto sistema bipolare in cui i diversi si aggregano per vincere le elezioni e governare. Ma abbiamo preteso nel sogno americano di Veltroni e di Berlusconi di far nascere due partiti pigliatutto. Il primo risultato fu la crescita di forze intermedie e refrattarie, da Di Pietro a Vendola sul versante sinistro, dalla Lega ai partiti d’ispirazione democristiana al centro. Poi il fallimento del bipartitismo e l’ascesa dei partiti personali, ha dato vita ad uno strano tripolarismo con Renzi, Berlusconi e Grillo. Adesso si accenna a un quadripolarismo più ricco contorno con la crescita di Salvini. Ma se quello è lo sfondo, per così dire il display, l’essenza della svolta è la nascita di un sistema solare col Re Sole al centro, chiamato Matteo Renzi e una costellazione di opposizioni, anche di sinistra intorno a lui. Rianimare un partito antagonista rispetto al Partito del Presidente, denominato Partito della Nazione, cioè un partito che si contenda la guida del Paese ed eviti la dispersione dell’opposizione in rivoli incomponibili, è una bella benché difficile impresa. Ma il bipartitismo da noi non ha funzionato.

C’è però una ragione ancora più pregnante, un motivo di fondo, che rende ardua l’esportazione del modello repubblicano americano nel nostro quadro politico. È l’assenza del suo sostrato, vorrei dire della sua storia, dei suoi think thanks, dei suoi movimenti d’opinione. Il partito repubblicano americano non si identifica con un leader e non si risvolve nella devozione a lui. Ma è una realtà variegata e stratificata che è tenuta insieme da una comune sensibilità su temi forti che attengono alla biopolitica, ai diritti civili, alla famiglia, all’amor patrio, al senso religioso, e poi – certo – alla detassazione, all’alleggerimento del Welfare (ma non troppo, ricorderete il conservatorismo compassionevole di Bush), a una maggiore attenzione alle spese militari, alla più acuta psicosi del terrorismo e del fanatismo islamico…
Da noi, soprattutto la prima parte del discorso, quella che attiene ai temi sensibili, alla vita e ai suoi diritti e in genere ai valori, è completamente assente da Forza Italia, almeno nell’ultima versione pascalizzata che conosciamo. E quel partito allo stato attuale si presenta ormai privo di una classe dirigente disseminata, espulsa, emarginata nel corso degli anni.

Le ultime percentuali di consenso peraltro, avvicinano il potenziale Partito Repubblicano più al vecchio Partito Repubblicano Italiano che a quello statunitense… E non può essere un leader ottantenne, che pure è stato un formidabile seduttore politico e un vincente, a diventare l’unico collante e garante del tutto; un leader che per giunta si chiama fuori dalla politica, padre nobile ma senza figli degni e carismatici, come lui dice, e quindi costretto, quasi controvoglia, a restare da solo in campo a rigenerarsi e a riproporsi. Di quel modello di leadership, peraltro, è disponibile la nuova versione. Si chiama Renzi.

Fonte: Il Mattino