Gérard Depardieu ha scritto un libro che non è sulla sua vita ma gli somiglia molto. Non è la sua autobiografia ma si confessa: è la visione del mondo dell’ex «ragazzo selvaggio» del cinema, nato povero e divenuto uno dei più grandi attori del mondo. Una specie di orazione: estrema, poetica, crudele, discutibile, affascinante, controversa. La religione, la Russia di Putin, il cibo, i quadri (che non appende ai muri «per lasciarli liberi di esprimere ciò che vogliono»), l’ipocrisia dei media e della politica, gli amici di ieri e di oggi. Sta girando il suo decimo film con Catherine Deneuve: «Siamo due corpi stanchi, ma lei ha una luce che brilla dentro di sé». Il libro lo ha scritto con rabbia, con amore e con spudorata sincerità. Si intitola Innocente (edizioni Clichy), lo presenta sabato alle 18.30 a Roma con Malcom Pagani, alla Feltrinelli (Galleria «Alberto Sordi»).

Perché non ha voluto scrivere un libro di cinema?

«Conosco quell’ambiente, ho lavorato con gente come Bertolucci e Ferreri, ma loro hanno avuto un sogno. Il sogno di Bertolucci è la sua terra, Parma. Io non amo il cinema: lo servo. Non mi atteggio a intellettuale. Sono più agricoltore che attore».

Ne esce fuori un uomo che non conosce compromessi.

«Infatti è così, odio i compromessi, hanno sempre un ritorno malvagio, un ricatto. La mia esistenza è dritta. Non voglio vedere dietro di me cadaveri: solo vita».

Dice di amare l’umiltà, mentre l’essenza degli attori è il narcisismo, la vanità.
«Non la vanità: l’egomania. Solo i grandi come Mastroianni, Tognazzi, Sordi non lo sono stati. Marcello ha fatto tante cose, ma i commedianti puri hanno, dietro la comicità, l’attitudine alla tragedia, che è quella che ti tiene lontano dalla stupida vanità».

Che reazioni si aspetta dal cinema?

«Il cinema non esiste più. C’è un mondo di divertimento, la gente, terrorizzata dagli americani, non sa più che lingua parlare. Ci sono dieci star e sono tutte americane, i loro film con effetti speciali sono dei giochi, il resto del cinema fa fatica a esistere. In Italia per fortuna non avete perduto cultura e identità. Perché siete un paese giovane, nato con Garibaldi. Invece mezza Europa con la paura dei migranti è diventata un po’ fascista».

Lei ora vive in Russia. Cosa non le piace di Putin?

«Niente. Un uomo giusto, come Fidel Castro: il primo viaggio di Mandela dopo la prigione fu a Cuba, lo ringraziava per l’aiuto contro l’apartheid. Il comunismo non è un’ideologia da buttare via ma non può esistere ora. Mi sforzo di essere altrove. Preferisco loro al puritanesimo di facciata degli americani, e se non pubblicheranno il libro non mi frega nulla. I nativi indiani furono cacciati senza chiedersi che male avessero fatto; Dresda fu cancellata dalle bombe quando i tedeschi avevano già perso la guerra, è lo stesso modo in cui i gli integralisti hanno distrutto Palmira, una dimostrazione di forza».

Anche Mosca usa la forza.

«A Saransk ho visto fattorie dove si lavora la terra con l’aratro, si coltiva senza chimica e nei fiumi trovi ancora le farfalle e le ninfee. Non capisco la lingua ma le persone, il loro modo di essere. Possono essere subdoli e bugiardi. Amo la loro follia, la violenza, i paradossi. E loro amano il mio modo di strappare la vita. A Putin piace il mio lato hooligan. Il mio incontro è stato prima di tutto umano e spirituale».

Non è andato per le tasse?

«Questa è mer… giornalistica. Avrei potuto andarci vent’anni fa. In Francia ho pagato 150 milioni di tasse, e avrei dovuto continuare con l’87 percento dei miei introiti per contribuire a saldare il debito pubblico di politici inetti».

Si considera ancora cittadino francese?

«No, sono un cittadino del mondo. La Francia rischia di trasformarsi in una Disneyland per gli stranieri, abitata da imbecilli che fanno vino e formaggio puzzolente per i turisti. Di libertà non ce n’è più, la gente è manipolata. Non mi piacciono gli arroganti, anche se non tutti i francesi lo sono».

Il potere e l’innocenza.

«L’unica cosa che temono gli uomini di potere, chi pretende di gestire la nostra vita, è l’onestà. I politici trattano la diversità in blocco, vogliono che ci conformiamo alle stesse cose. Ci sono voluti 27mila francesi morti per capire che l’Algeria doveva essere lasciata agli algerini».

Chi è Gérard Depardieu?

«Un vagabondo che ama vivere il presente e rispetta gli altri. Mi tiene in vita lo stupore».

Fonte: Il Corriere della Sera