Eravamo al governo e lui aveva appena fatto mettere dei fiori orrendi, troppo fioriti, nelle sale auguste di Palazzo Chigi, gli domandai: presidente, ma lei, veramente, che vuole fare dell’Italia? E lui: Giuliano, vorrei che l’Italia fosse un po’ più simile alla Fininvest”. Giovedì prossimo Silvio Berlusconi compirà ottant’anni, il numero ha una rotondità definitiva, come il segno di una sopraggiunta fissità. Una pietra di confine. Ma il Cav. – impaziente di ritornare dalla sua convalescenza – è molto più dei suoi ottant’anni. Il Foglio, che di Berlusconi è stato un raro e atipico araldo fin sul piano societario, dapprincipio lo ha battezzato Cav. e per ultimo smetterà di volergli bene. A modo suo: prima di essere assunto da Giuliano Ferrara, nel 2004, il direttore mi convocò per un colloquio di tre frasi: sei berlusconiano? No. Chissenefrega, siamo il giornale berlusconiano con meno berlusconiani dentro. Dodici anni dopo riprendo quel colloquio con il direttore, adesso emerito: lui, che tanta parte ha avuto nella vicenda pubblica berlusconiana, accetta di regalare al Cav. un’ora di memorabilia punteggiate di sorrisi continui e sonori che la scrittura non può restituire. 

“Mi chiedi del mio Cav.? Bisogna risalire alla fine degli anni Ottanta. Dopo aver debuttato in tivù su Rai3, ero passato a Rai2 con Antonio Ghirelli. Con una trasmissione che ebbe molto successo, il cui nome ora è stato usurpato, ‘Il testimone’, il primo programma con dementi di piazza messi davanti allo schermo: un sacco di ascolti, puntate su Tortora, sui miracoli (e non sapevo che i miracoli facessero ascolto. La puntata su Milingo, poi, fu una bomba). Berlusconi non voleva che il giovedì ci fosse un concorrente forte sulla Rai. Mi chiamò. Avevo passato gli ultimi anni tra il Pci e il dopo Pci a parlare bene di lui; andavo a casa di Laura Betti, c’erano molti intellettuali, da Alberto Moravia in giù. Tutti dicevano ‘ah questo Berlusconi è un salumiere…’ e io obiettavo ‘sì però la gente si diverte, vuole vedere quiz e fondali rosa, siate compassionevoli’. Insomma ero molto ben disposto, mi dicevo spesso ‘uh che palle lavorare in questa televisione finta, senza pubblicità. Mi piacerebbe lavorare per una televisione commerciale’. Stiamo parlando di un Giuliano Ferrara quasi ebete, cioè televisivo. Chiamò Berlusconi: ‘Venga da me’. Andai a trovarlo nella famosa casa romana di via dell’Anima, dove tutto cominciò. Capii subito che era un seduttore, conoscitore di uomini.

Riceveva in un salottino con Fedele Confalonieri a fianco. Funzionava così: lui ti parlava e Confalonieri ti guardava, poi parlava Confalonieri e a guardarti era Berlusconi. Eri sempre in svantaggio. Al dunque chiesi una cifra che mi parve elevata come compenso, lui disse ‘senz’altro sì’ – a quel punto realizzai che era una cifra troppo poco elevata. Tra il lusco e il brusco mi ritrovai a firmare un contratto con l’avvocato Dotti in una casa meravigliosa che era stata dello scenografo Maurizio Chiari, arredata in un modo squisito, dove il Cav. s’era insediato vicino a Sant’Agnese e alla scalinata del Bernini dove un tempo passavano i ciuchi… mi risultò molto simpatico, e non solo perché mi pagava bene, c’era quest’aria diversa, la Rai la sentivo parte della mia storia primorepubblicana… i partiti eccetera, ma con Berlusconi c’era un sapore più divertente… tra i quattrini e il glamour mi sembrò da subito simpaticissimo”.

Nacque così “Radio Londra”. “Mi sbatté subito in prime time. Io facevo delle battaglie feroci contro De Mita e in favore di Craxi. Lui mi telefonava: ‘Guardi che Craxi ha solo il 13 per cento’, ‘ma lei sa che io sono un militante politico, vengo dal Partito comunista, ho fatto delle scelte pubbliche, sono per Craxi, non mi diverto se non faccio una battaglia esplicita…’. Lui voleva un Ferrara più vespiano: ‘Sa, io sono ecumenico, non posso attaccare nessuno, dipendo dalle autorizzazioni pubbliche…’. Risultato: stetti fuori dalla tivù per un anno, pagato dal Cav., poi ricominciai. Poi all’improvviso, Berlusconi mi diventò un uomo di stato”. L’Italia è il paese che amo… anno 1994.

“Venivo dagli Stati Uniti, avevo curato un diabete bestiale a furia di digiuni, io ero magro e lui contento di vedere Ferrara magro: diceva che era un miracolo di Berlusconi, come il Milan. Ci ritrovammo nel giardino di Arcore con tutto lo stato maggiore: Mentana, Montanelli, Federico Orlando, Tatò… Dell’Utri… Mentana lo chiamò ‘I protocolli dei Savi di Arcore’, battuta spiritosa. Lì nacque con il Cav. un rapporto politico che sarebbe poi cresciuto perché io ero rapido a scrivere, davo una mano. Ero entusiasta. Tra il primo incontro e questo di Arcore c’erano stati di mezzo Antonio Di Pietro, Francesco Saverio Borrelli… i giudici del pool di Milano avevano incarcerato tutta la classe dirigente e minacciavano di arrivare come un carro armato dentro casa Berlusconi, sparando all’impazzata. Allora si organizzò l’avventura politica. Quando mi dissero il nome del movimento, Forza Italia, volevo morire. Invece vincemmo e diventai ministro nel suo primo governo, che andò come andò”.

Arriviamo al 1996, Berlusconi è all’opposizione, nasce il Foglio. “Voleva che continuassi a lavorare con lui. Gli dissi: benissimo, faccia un comunicato in cui dice che Previti non c’è più e io resto. Lui rispose che no, questo non poteva farlo. E allora cominciai a guardarmi intorno. Finché da Milano non vennero Lodovico Festa, che aveva lavorato con me a Palazzo Chigi, insieme con Sergio Scalpelli, Beppe Benvenuto e altri a propormi: facciamo un giornale. Come diceva Festa: se uno non ha niente da fare, fa un giornale. M’inventai il giornale in uno di quei modi folli che ho raccontato più volte, prendendo il layout del WSJ e copiandolo integralmente. Decidemmo di fare un giornale di élite, per l’establishment. Berlusconi fu meraviglioso in questo. Gli chiesi una mano per i finanziamenti, mi mandò da un tipo improbabile che abitava a Palazzo Rospigliosi, l’avevo visto in foto su qualche rivista estiva, obiettai che non era così commendevole… Il Cav. mi disse: per me è molto difficile trovare un pool di finanziatori, di giornali mi occupo poco… eppoi questa idea di chiamarlo il Foglio mi sembra un po’ una follia… perché non lo chiama ‘il Quadrifoglio’?”. Come un portafortuna.

“Da un uomo così puoi aspettarti qualsiasi cosa… Dopo due mesi, mi disse: che ne direbbe se entrasse mia moglie col 38 per cento? Sul momento pensai: madonna che inculata mi sta dando, diventiamo il giornale della moglie di Berlusconi. D’altra parte, sempre in un minuto-secondo, mi son detto: beh non può fare altrimenti, a ma che me ne frega. Che sto a difendere la reputazione? Risposi: sì volentieri che meraviglia! La signora Veronica è stata sempre perfetta. Era sostanzialmente contro l’avventura politica del marito… bellissima, matronale. Non è mai intervenuta sulla fattura del giornale”. Nemmeno il Cav. ha mai interferito. “Per lui un giornale di dieci, quindici, ventimila copie non esisteva nemmeno, non lo teneva in mano nessun portinaio, nessun commercialista. Per anni ho avuto l’impressione che non ci leggesse. Poi ho scoperto che ci leggeva. Solo una volta si arrabbiò un poco perché Salvatore Merlo era stato come sempre scanzonato, divertente, brillante ma insomma un poco irriguardoso”. Signore e padrone e incassatore grandioso, Berlusconi. “Gli ho scritto mille volte con orrore che era un egomaniaco peggiore di Kim il Sung, lo chiamavo Cav. il Sung. Quando voleva togliere la scorta alla Boccassini gli scrivemmo contro delle cose pazzesche…”.

Vent’anni di amorevole fronda o di amore frondista. “Un ventennio meraviglioso concluso da una mia lettera, quando lui è uscito dalla proprietà: una mia lettera delicata e carina, da vecchio amico. Lui mi ha risposto con una telefonata carinissima: sei sempre il più figo del bigoncio”. Pochi mesi fa è venuto per la prima volta in redazione, non più editore ma ancora amico, a salutare il nuovo direttore Cerasa, gli ha regalato una magnifica scultura d’antiquariato a forma di ciliegia. “E’ venuto per la prima e unica volta dopo che sono andato via” (ride). Non avete mai veramente litigato. “Una sola volta, nel 2008, quando mi candidai con la lista antiabortista. Ero molto infebbrato: le faccio perdere le elezioni, il premio di maggioranza! Lui: lasci stare queste cose sociali… Voleva vincere le elezioni senza ostacoli, figurarsi quelli valoriali”.

Da pochi anni vi date del tu. “Ci sono 16 anni di differenza. Per me è un fratello maggiore. Di punto in bianco ha voluto che passassi al Tu ed è stato complicatissimo… per i primi tre mesi passavo da Tu a Lei in continuazione. Mi piaceva tantissimo dargli del Lei, perché nessuno fra gli amici suoi lo faceva”. Piano piano i rapporti si allentano. “Ha cambiato casa, è andato a Palazzo Grazioli… s’è intristito anche lui… Invece ai tempi di via dell’Anima… indescrivibile… se dovesse appuntarsi una medaglia per gli ottant’anni, un premio al carattere, dovrebbe candidare le convention in cui diceva ‘voi dovete avere il sole in tasca’ e la scelta di stare in via dell’Anima. Ho un ricordo preciso di quella casa affittata da due grandi elegantoni, coppia gay: grande, mai davvero sfruttata… con la televisione in cucina, una cosa meravigliosa da famiglia media o da grande aristocratico. Non c’era niente di tecnologico… i telefoni funzionavano e non funzionavano… andavi lì in cucina a vedere, chessò, Santoro che attaccava Berlusconi e c’erano pomodori, zucchine e melanzane sul tavolo, stavano preparando la cena… si mangiava continuamente… ero giovane ma non gliela facevo”.

Era l’età dell’oro. “Lui era, è, davvero, un raggio di sole. Una persona magnifica e divertente, con tutti i suoi difetti politici, umani: un uomo pieno di paure e ombre, ma coraggiosissimo. L’Italia è stata completamente travolta, lui è rimasto in piedi e ha proseguito la sua parabola fino a questo suo meraviglioso compleanno per gli ottant’anni… E con molta decenza”. Dicono che non è riuscito a realizzare la rivoluzione liberale. “Ma chi è mai riuscito a realizzare una rivoluzione in Italia? Nessuno. Quando hai gli stivali ed eserciti la violenza puoi, in Italia, nel giro di un ventennio irreggimentare le masse… ma poi non sai che farne, sbagli l’entrata in guerra e ti mettono a testa in giù. Banalmente è difficile e anche inutile provarci. Però l’Italia lui l’ha cambiata in modo irreversibile: in politica, nei costumi, nello sport”.

Ha diviso a metà l’Italia, e forse anche la storia politica del secondo Dopoguerra. “Non c’è dubbio. I magistrati hanno fatto molto per ammazzare l’Italia costruita nel Dopoguerra attraverso la Costituzione del ’48. Hanno messo in galera i partiti, come complesso politico, come sistema. Più di questo non potevano. Certi miserabili calcoli prevedevano la sopravvivenza del principale partito di sinistra, e quella sotto ricatto di alcune frange di classe dirigente. Lui invece ha stravolto tutto. In modo semplicissimo e istintuale: eccomi, dietro non ho un simbolo ideologico ma un cielo azzurro con delle nuvole e il nome del mio partito, Forza Italia, è un’espressione di tifo calcistico, oltre che un’esortazione patriottica”. Il carisma invece della grisaglia. “All’inizio c’era il problema di come offrirsi in pasto alla pubblica opinione. Gli scrivevo delle cose che dovevano segnalare un passaggio di status: il presidente del Milan, l’editore televisivo che si candidava a guidare un governo… Ma la vera natura di Berlusconi era quella del milione di posti di lavoro… del nuovo miracolo italiano… quella che tirava fuori quando andava da Funari, lui andava quasi solo da Funari all’inizio.

Berlusconi nacque alla politica un po’ come il suo erede: una riforma al giorno. Ma alla fine, invece di fare quello che tutti ci aspettavamo da lui, cioè creare una grande classe dirigente liberale (una cosa che mi fa veramente ridere), lui, battendo i suoi antagonisti uno dopo l’altro, ha creato le condizioni perché a capo della sinistra arrivasse uno la cui unica vera piattaforma identitaria era ‘Berlusconi non lo voglio in galera, lo voglio in pensione’”. Matteo Renzi. “Il paradosso dei paradossi. Un giovane ambizioso chiacchierone che si è fatto da sé, si è preso una città, Firenze, e poi ha impostato una visione politica non consona alla vecchia pigrizia statolatrica italiana, però lo ha fatto a capo della sinistra invece che della destra. Trovo che questo sia l’ultimo capolavoro vero di Berlusconi”. Malgré soi, a quanto pare. “C’è un punto sul quale non ci siamo mai intesi in modo radicale: il litigio con Renzi sull’elezione del presidente della Repubblica. E’ vero che Renzi in quel caso è stato un gran figlio di puttana, però Giuliano Amato non se lo poteva prendere. Mi dispiace per come si sono messe le cose. Però chissà, ora Berlusconi si è inventato Stefano Parisi, s’inventerà altre quattro o cinque novità… ma non ha importanza anche se non avrà più voti, consenso, avrà comunque l’enorme trasporto, l’enorme soffio nelle ali di un ventennio incredibile”.

Quante volte abbiamo evocato un happy ending? “Ah il numero di errori che abbiamo fatto noi nell’interpretazione delle sue vicende è incredibile… Una cosa di cui sono certo è che la chiave per capire Berlusconi è la sua vita privata: lui è un uomo privato, come tale si è candidato, è andato a Palazzo Chigi, si è battuto in difesa delle sue aziende e della sua ricchezza e della sua libertà d’imprenditore, ha stabilito relazioni con Clinton, la Merkel, Bush o l’avvocato Ghedini. E al centro delle sue difficoltà, in un momento cruciale e dopo il massimo della gloria raggiunta, c’è la crisi matrimoniale. Una cosa importante nella vita di una persona. Ami una donna, ci fai tre figli, con due figli di primo letto, continuando a essere tutto quello che sei, cioè un gran galletto, un Don Giovanni senza aspirazioni metafisiche. Ci ho pensato a lungo, con molto rispetto per Veronica, però una moglie che fa studiare i figli nelle scuole steineriane e che non gli fa vedere la televisione, essendo la signora Berlusconi, è un problema in quella famiglia. C’era qualcosa che non funzionava”.

La forza privata come combustibile del trionfo, una crisi privata alla base del declino. “Però a ottant’anni che gliene frega. Lui adesso sta lì, la cosa importante è che gli funzioni bene la circolazione del sangue. Non so se uscirà una sentenza europea a suo favore, certo più il tempo passa e più diventa difficile immaginare un ritorno. Anche se da lui ci si può aspettare qualunque cosa. Il suo happy ending sta nel non avere ending, è un happy e basta. L’ho capito con grande ritardo ma l’ho capito. Uno che sopravvive ai sorrisi di Sarkozy e della Merkel, uno che sopravvive alla campagna isterica nel nome del comune senso del pudore, e della più carognesca indagine mai concepita contro un uomo politico, pedinato, origliato, condannato… uno che sopravvive a Valter Lavitola, detto con simpatia verso Lavitola che è sempre meglio dei suoi inquisitori giornalistici… uno che sopravvive a queste cose ha l’immortalità assicurata”.

Fonte: Il Foglio