Si commemora in questi giorni il centenario della firma del Trattato Sykes-Picot, quello con cui Francia e Gran Bretagna, spartendosi i territori dell’impero ottomano (che resisterà in guerra fino al 1918), fecero nascere l’attuale Medio Oriente e, soprattutto, tanti dei suoi problemi. È giusto dire “in questi giorni” perché la data esatta della firma non si è mai saputa. Era un accordo segreto e tale rimase fino al 23 novembre 1917 quando Lenin, che ne aveva scovato il testo in un archivio dello zar, ordinò a Pravda e Izvestija di rivelarlo al mondo.

Ha però poco senso rievocare i perché e i percome di quel Trattato se non ci chiediamo, anche, se siamo oppure no usciti dalla mentalità coloniale che ne dettò la filosofia. Quella enunciata nel 1915 da Mark Sykes davanti al gabinetto di guerra del Governo inglese: “Tirare una linea diritta dalla seconda K di Akko (oggi San Giovanni d’Acri, in Israele, n.d.r) alla seconda K di Kirkuk (in Iraq, n.d.r)”.

Per rispondere, basta guardarsi intorno. Oggi nei circoli politici ed intellettuali, anglosassoni e non solo, la proposta che va più di moda, a proposito di Medio Oriente, è quella dello spezzatino. Ci sono troppi problemi, troppe guerre, troppi terroristi? Gli Stati nazionali traballano? Allora dividiamo. L’Iraq lo dividiamo in tre parti (curdi, sunniti e sciiti), la Siria in chissà quante (un pezzo del Nord alla Turchia, il golan a Israele, una fascia a Sud alla Giordania, una parte ad Assad e un tot all’Isis), la Libia è già spezzettata.

Una filosofia che, se dovesse passare, aprirebbe le porte a un disastro anche maggiore di quello attuale. Che diremmo, in quel caso, ai palestinesi? Agli altri uno Stato e a loro no? Che diremmo al 65% sciita dei cittadini del Bahrein, sottoposti al regime autoritario del 20% sunnita? Che diremmo al 15% sciita che vive in Arabia Saudita, concentrato nell’area più ricca di petrolio? Che i curdi possono avere un pezzetto di Iraq e loro non possono avere un pezzetto di deserto sul Golfo? E che faremmo delle minoranze del Medio Oriente, prima fra tutte quella cristiana? E che fine farebbero quelle minoranze, in un coacervo di Stati giustificati solo dall’etnia o dalla religione?

Ma soprattutto: davvero non ci rendiamo contro che, un secolo dopo Sykes-Picot, queste teorie sono solo un’altra manifestazione dello stesso spirito coloniale di allora? Che siamo ancora convinti di poter tirare una “linea diritta” qua o là e con questo regolare i problemi di popoli lontani che hanno conservato una storia e un orgoglio ma hanno perso il rispetto e il timore per le nostre azioni?

Fonte: MicroMega