Con l’espressione Great Game si qualifica ordinariamente la contesa tra impero britannico e Russia czarista che nel corso del XIX secolo, premendo rispettivamente l’uno dal subcontinente indiano e l’altro dall’area siberiana, mossero convergendo sull’Asia centrale nell’intenzione di conquistarne, l’uno in concorrenza con l’altro, la più ampia parte possibile. Noialtri occidentali conosciamo il Great Game, se non altro, attraverso romanzi come Kim o L’uomo che volle farsi re di Rudyard Kipling, oppure Michele Strogoff corriere dello czar di Jules Verne. Il Great Game dell’Ottocento si concluse nel corso dell’ultimo ventennio del secolo, allorché le potenze europee andarono organizzandosi secondo un nuovo e diverso schema di alleanze che avrebbe condotto alla Triplice Intesa anglo-franco-russa e alla Triplice Alleanza austrungarico-germanico-italiana, presto peraltro messa in crisi dall’ambiguità dell’Italia.
La prima guerra mondiale, che scaturì da quella contrapposizione, fu ben lontana dal risolvere i problemi scatenati dalla corsa all’egemonia mondiale: l’errato e ingiusto assetto del mondo elaborato nella conferenza di pace di Versailles ci ha condannati non solo a una nuova “guerra dei Trent’Anni” 1914-45 come ottimisticamente ha proposto anni fa Ernst Nolte, bensì a un’autentica nuova “guerra dei Cent’Anni” e oltre, che si sta combattendo ancor oggi dall’Asia all’Africa all’America latina, che sta lambendo l’Europa e minaccia l’intero Occidente. Le istanze di ridefinizione degli equilibri geopolitici, la caccia alle materie prime e alle risorse energetiche, l’avidità delle lobbies multinazionali dei quali i governi sono tutti in un modo o nell’altro “comitato d’affari” e l’ambiguo sorgere delle ideologie pseudoreligiose di segno variamente fondamentalista costituiscono i connotati della “guerra a bassa intensità” attualmente in corso, che alcuni hanno già definito come la “terza” o addirittura “la quarta” guerra mondiale mentre altri stanno tentando d’imporne la mistificante pseudospiegazione fondata sul cosiddetto “scontro di civiltà”.
In una delle aree più calde e problematiche dei territori interessati da questa pericolosa guerra, il Vicino Oriente, le vere e autentiche questioni sono principalmente la contesa israelo-palestinese, il disordine provocato dalle conseguenze dell’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 e dalla consequente destabilizzazione in tutta la zona interessata, la ripresa in forme più virulente della fitna interna al mondo musulmano. Il nascere dell’IS del califfo al-Baghdadi, la sua “resistibile ascesa” e il suo sviluppo praticamente indisturbato (in realtà, a combatterlo sul serio sono solo quel che resta delle forze lealiste siriane, le milizie curde e alcuni volontari iraniani) fanno parte di una nuova escalation aggressiva gli effettivi sostenitori della quale appaiono i potentati emirali della penisola arabica che incoraggiano la fitna sunnita (antisciita e soprattutto antiraniana) più o meno indirettamente incoraggiata dal turco Erdoğan e dall’israeliano Netanyahu nonché dalla maggioranza del congresso statunitense, in ciò osteggiata dal presidente Obama.
Eppure, una svolta che potrebbe avviare una soluzione positiva e decisiva di questo nodo problematico si è andata delineando il 14 luglio scorso, quando all’Hotel Coburg di Vienna i negoziatori dei “Cinque più Uno” (Stati Uniti d’America, Regno Unito, Francia, Russia, Cina e Germania) hanno stipulato con quelli della repubblica islamica dell’Iran un accordo che apre un sia pu lungo e incerto negoziato suscettibile di gradualmente rimuovere l’embargo che ormai da trentasei anni assedia il grande paese sciita vicino-mediorientale (80 milioni di persone) accusato – senza che prove definitive siano mai state presentate – di lavorare alla costruzione di ordigni nucleari. L’Iran, che ha aderito al programma di non-proliferazione delle armi nucleari, ha sempre sostenuto che il suo impegno è volto unicamente al raggiungimento del nucleare utilizzabile a scopi civili, com’è suo diritto proprio in quanto aderente a quel programma, secondo il quale – con un assurdo giuridico, che però è stato accettato come un “male minore” politico – quelle potenze che hanno già armamenti nucleari sono autorizzate a mantenerli, mentre chi non ne dispone non può conseguirli. Una soluzione ingiusta ma ch’è stata presentata come uno sforzo nella ricerca della pace: solo tre paesi (India, Pakistan, Israele) si sono rifiutati di siglare il patto.
Va detto che i termini dell’accordo sono molto complessi, l’embargo sarà allentato solo lentamente e gradualmente, i controlli – accettati dalle autorità iraniane – saranno frequenti e serrati, le scorte di uranio arricchito e il numero delle centrifughe diminuiranno, le sanzioni (a parte quelle riguardanti il petrolio, che l’Iran potrà subito ricominciare a vendere) saranno rimosse solo a partire dall’anno prossimo e solo se da parte iraniana i patti saranno rispettati.
Un bel progresso: ma tutto è ancora appeso a un filo, dal momento che sia il Majlis iraniano, sia il Congresso statunitense sono chiamati a ratificare il patto, e le maggioranze al riguardo sono risicate. In tutti questi anni, è apparso chiaro agli osservatori più equilibrati e sereni che l’Iran – un paese ch’è pur circondato da potenze che dispongono di armi nucleari, dal Pakistan a Israele, mentre nelle basi turche ci sono quelle statunitensi – non aveva né l’intenzione né le possibilità obiettive di costruirsi la bomba. Ma a suo danno si era scatenata una campagna di calunnie analoga a quella che purtroppo condusse nel 2003 all’attacco contro l’Iraq (vi ricordate delle balle delle “terribili armi di distruzione di massa” e della “pistola fumante”, poi rivelatesi per quelle che erano?) e a quella che, per fortuna con minor successo, cercarono nel 2011 di rifilarci francesi e inglesi a danno della Siria.
Stavolta andiamo decisamente meglio. Se da parte europea si è preferito sottolineare che l’accordo è stato stipulato sulla base di una non gratuita fiducia, il presidente Osama – con minor ottimismo ma con più decisa sicurezza – ha sottolineato che a garantirlo saranno controlli accurati e inflessibili. Niente rischi, niente approssimazioni.
Quel che a questo punto metterebbe di buon umore, se non fosse ignobile, è la cortina di pretestuose per non dir terroristiche menzogne che, unite a mistificazioni e a intimidazioni di ogni genere, è stata immediatamente opposta alle nostre non gratuite speranze da parte di quanti per vari e non sempre confessabili motivi (demagogia politica e concorrenza economica) si oppongono all’accordo e profetizzano sventure non disinteressate, che spesso servono da premessa perfino a irresponsabili e inaccettabili minacce. Arabia saudita, Israele ed esponenti dei “falchi” repubblicani statunitensi, in rigorosa reciproca coordinazione, hanno parlato di “pace più a rischio” e di “pericolo di guerra più vicino”; alcuni “osservatori” ci hanno assicurato che l’Iran impiegherà tutti i proventi delle sue vendite petrolifere acquistando solo armi (s’ignorano le basi di tale affermazione); molti hanno parlato di un Occidente che avrebbe “abbandonato” anzi addirittura “tradito” Israele; Netanyahu ha perso la testa al punto di abbandonarsi a vere e proprie minacce (“Israele si difenderà”: in che modo? Anche con lo strumento della “difesa preventiva”?). Qualche buontempone, commentando il punto relativo al diritto da parte iraniana di venir avvertiti delle ispezioni a basi e laboratori, ha commentato che ci sarebbe tutto il tempo, in quel caso, per far sparire le prove di un’attività di costruzione di ordigni nucleari in corso: è difatti risaputo che certi strumenti e certe installazioni si nascondono facilmente, in pochi minuti, come aspirapolvere in un ripostiglio. D’altronde, la minaccia del “ci difenderemo” è davvero inquietante: al di là dell’impiego di mezzi militari contro pericoli solo supposti o magari inesistenti, c’è anche quella della produzione di prove a carico che, notoriamente, quando mancano possono essere ben inscenate da più o meno abili trucchi dei servizi d’intelligence. O ci siamo dimenticati che neppure sull’11 settembre 2001, tre lustri dopo, è mai stata fatta piena luce?
Intanto, domani il nostro presidente Renzi vola da Netanyahu: e la stampa italiana sostiene che ci va per presentargli le buone ragioni dell’Europa e rassicurarlo a proposito dell’Iran. Siamo certi che sia il leader europeo più adatto a discutere con il premier israeliano, lui che – cattolico – qualche mese fa si lasciò convincere perfino a non visitare Betlemme per paura che la sua presenza nella città natale di Gesù rischiasse di venir interpretata come un segno d’incoraggiamento nei confronti dei palestinesi?
Insomma, la grande speranza aperta dagli accordi di Vienna potrebbe risolversi in un pesante peggioramento della situazione: e si può star certi che gli avversari della pace userebbero in quel caso tutti gli espedienti mediatici per presentarsene come tutori. Vigilate.

Fonte: Dal suo blog