Per battere il terrorismo islamico bisogna capire con chi stiamo combattendo e perché. È una riflessione che faranno anche negli Stati Uniti dopo l’attentato al concorso di Garland per le vignette su Maometto: gli Usa dall’estate scorsa guidano una coalizione internazionale in Iraq e in Siria ma gli effetti dei raid e delle operazioni militari sul terreno sono controversi. In realtà gli Stati Uniti e parte dell’Europa stanno percorrendo in Medio Oriente, in Nordafrica e nella penisola arabica una diplomazia del doppio binario: negoziare sul nucleare con l’Iran, maggiore sostenitore di Assad insieme alla Russia, e rassicurare con consistenti forniture di armi l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo che da anni combattono contro Teheran una guerra per procura in Iraq, in Siria e da qualche tempo anche in Yemen.
I fatti dicono che l’Iran è stato il primo governo del Medio Oriente a scendere in campo con il Califfato per aiutare il liquefatto esercito iracheno allo sbando sotto l’attacco dell’Isis. È ovvio che Teheran insieme agli Hezbollah libanesi rafforza il fronte sciita contro quello sunnita e punta a estendere la sua influenza regionale nel Golfo del petrolio sostenendo anche i ribelli Houthi in Yemen. I sunniti non ci stanno e appoggiano i gruppi jihadisti in Siria come Jabat Nusra e lo stesso Isis che dovrebbe costituire uno stato sunnita a cavallo tra Siria e Iraq per poi essere sostituito, nei piani delle monarchie arabe e della Turchia, da elementi più presentabili sul piano internazionale. Non è detto che questa spericolta operazione possa riuscire mentre il jihadismo si appoggia a un network che grazie al web recluta militanti anche nella patria dei cowboy.
L’amministrazione Obama vorrebbe chiudere le trattative con l’Iran e forse anche la partita siriana lasciando un’onorevole via di uscita al regime di Assad che eviti al Paese di finire nelle mani dei radicali islamici. Ci sta provando da due anni formando un “New Army” siriano con la Turchia ma Ankara, che non ha mai concesso le basi per i raid aerei, rallenta le operazioni perché vuol fare da sola, con i suoi alleati sul terreno. La riunione che inizia a Ginevra, con la partecipazione anche dell’Iran, tra le opposte fazioni siriane e il governo di Damasco può essere l’occasione non tanto per trovare un impossibile accordo ma per verificare agende diverse e contrastanti. Potremo cominciare a capire chi sta con chi e contro chi. Quanto alle monarchie del Golfo gli Usa sono in difficoltà: Obama riceverà i loro leader il 13 maggio ma intanto Francois Hollande, da ieri a Riad, si propone come neo-protettore di sovrani ed emiri piazzando dozzine di caccia Rafale al Qatar e probabilmente anche ai sauditi. Più va calando la fiducia degli arabi negli Stati Uniti, in parallelo ai progressi nel negoziato con l’Iran, e più gli altri vendono armi agli alleati degli americani. Come uscire dalle contraddizioni e stabilire chi sono amici e nemici? Forse se lo chiedono anche in Texas, uno stato che secondo il polemico scrittore Martin Amis ha alcune cose in comune con il Medio Oriente, tra cui «un gran caldo, tanto petrolio e molte condanne a morte». E ora persino i seguaci del Califfato.

Fonte: IlSole24Ore