Al fatto che i costumi cambino senza soluzione di continuità ci siamo rassegnati e il più delle volte adeguati. L’esempio dei telefonini è un classico: quando comparvero sul finire degli anni Ottanta, sembravano oggetti stravaganti e destinati a una élite di schiavi del progresso tecnologico.

Personalmente, li guardavo con ribrezzo: mi parevano la riproduzione gigante di insetti mostruosi con i quali mai avrei potuto familiarizzare. Adesso, se dimentico il cellulare in ufficio mi sento perso, isolato. Per ovviare all’eventuale inconveniente, mi sono premunito: ho un apparecchio di scorta, lo tengo a casa, dove dispongo anche di un telefono fisso. Non si sa mai.

A proposito di telefono fisso. Nel 1950 esso entrò trionfalmente nel mio appartamento, voluto da mia madre. Era un genere di lusso, ciò che lei, monoreddito, non avrebbe potuto permettersi. Ella però trovò il modo per pagare una bolletta alla propria portata: scelse il cosiddetto duplex, che comportava metà spesa. Consisteva in questo: i telefoni erano due, uno installato nell’alloggio della mia famiglia, un secondo in quello di un vicino di pianerottolo. Due apparecchi, un solo abbonamento. Quando un impianto era attivo, l’altro taceva. Cosicché le conversazioni dovevano essere necessariamente brevi, in maniera da non tenere occupata a lungo la linea, il che avrebbe impedito all’abbonato gemello di ricevere e fare telefonate urgenti.

Oggi un simile espediente non è più contemplato dai regolamenti Telecom. Ciò dimostra che il mondo non in ogni campo è migliorato. Oddio, il cellulare è una comodità, ma costa l’anima dei morti e anche dei vivi.

In fondo, il duplex, con un po’ di educazione degli utenti, svolgeva egregiamente le proprie funzioni, accorciando inoltre i tempi di inutili chiacchierate. L’iPhone invece non è un semplice mezzo di comunicazione: è un duplicatore deficiente della nostra personalità. Col quale abbiamo un rapporto intimo. Lo trattiamo con estrema confidenza, gli affidiamo la nostra esistenza, ha sostituito l’anima, gli amici in carne e ossa, e pretendiamo che ci dica tutto, anche le previsioni meteorologiche, l’indirizzo delle trattorie, l’orario dei treni. Viviamo digitando. Il nostro comportamento è influenzato da questo oggetto. Perfino i vestiti che indossiamo rispondono alle esigenze del cellulare e non a quelle di nascondere la cellulite: abbisogniamo di tasche supplementari.

Tutto intorno a noi in pochi anni si è modificato. In peggio. La buona creanza è stata sostituita dalla cafonaggine in ogni manifestazione umana. Clamorosa addirittura la decadenza formale dell’abbigliamento. La cosiddetta moda maschile, esibita con enfasi nelle sfilate periodiche dei marchi rinomati, fa venire i brividi. Parliamo dei modelli in passerella: non capisci di quale sesso siano, ammesso ne abbiano uno. Non indossano giacche e pantaloni di foggia standard; si coprono con drappi di tessuto variopinto, non sfigurerebbero in un harem di qualche sceicco un po’ storto. Le loro calzature meritano un discorso a parte: sono carrarmati con i «tacchi» all’interno, affinché alzino la statura di chi li inforca senza, tuttavia, essere visibili. La gente pretende di essere alta e non disdegna alcun artificio onde raggiungere vette innaturali. Il risultato è pessimo: si rende ridicola. Specialmente le donne, che ondeggiano spericolatamente su trampoli della stessa misura di un polpaccio medio.

Tutto questo è ancora niente. Se entri in banca e vai allo sportello, stai certo che il funzionario è in maniche di camicia, stile carpentiere in attività, dal cui colletto sbottonato emergono cespugli di peli e, non raramente, catenelle d’oro. Quando cominciai a frequentare le redazioni, anni Sessanta, non c’era un giornalista che non fosse irrigidito in un completo grigio, corredato da cravatta d’ordinanza annodata con cura. Oggi solamente i portieri d’albergo sono agghindati così. I miei colleghi gironzolano nei corridoi, e partecipano alle riunioni di lavoro collettivo, come se fossero in uno stabilimento balneare: magliette, tipo Polo, jeans sdruciti, scarpacce deformate. Spesso lorsignori sono senza calze. Spettacolo deprimente. Il numero delle donne è aumentato a dismisura: mi aspetto da un momento all’altro che si esibiscano in bikini davanti alla macchinetta che distribuisce caffè tossico e vomitivi vari.

Un duro colpo all’evoluzione della specie viene dalla massa che viaggia in metropolitana: trascurando gli afrori ascellari, si scorgono in vettura soggetti talmente malmessi da indurti a supporre che siano appena evasi da un carcere di massima sicurezza. I passeggeri, avvolti in stracci scoloriti, non distolgono lo sguardo dal display, impegnati a digitare. Che fanno? Sono intenti a giocare. Ti assale il sospetto che siano profughi giunti di recente in Italia dopo una crociera di fortuna in gommone. Manco per niente. Alcuni sono impiegati postali, fattorini. Non escluderei che nel mucchio ci sia qualche dirigente d’azienda. Infatti, dobbiamo constatare che la democrazia produce effetti negativi: non sono i ceti più bassi ad elevare il loro gusto al livello di quelli alti, ma viceversa. Fanno scuola gli sfigati, e i capi sono ottimi allievi. Non distingui gli uni dagli altri.Ogni tanto la tivù manda in onda filmati relativi a partite di calcio del secolo scorso. Fateci caso. Quando sono inquadrate le tribune, si ammirano schiere di compostissimi spettatori, tutti in giacca e rigorosamente incravattati. Già. All’epoca era in voga il vestito della festa, e poiché le gare di pallone si disputavano la domenica, la massa si recava allo stadio sfoggiando l’abito più pregiato, forse l’unico scovato nell’armadio.

Ecco, il vestito della festa è sparito. È in disarmo. Alcuni raffinati di risulta si abbigliano decentemente nei giorni feriali qualora svolgono un lavoro pubblico, gli avvocati e i giudici: ma, in quelli festivi, anche costoro si lasciano andare agli orrori correnti: d’inverno giacconi da tranviere, d’estate magliette da tennista amatoriale e infradito. Raggelanti.L’eleganza non è più un punto d’arrivo, ma qualcosa da aborrire. Se l’etica è stata distrutta dalla corruttela, l’estetica è stata assassinata, sepolta nelle riviste patinate a tiratura limitata. Se vi capita, entrate in chiesa in occasione di una messa cantata: troverete individui che ostentano gambe pallide e irrigate da vene varicose, bermuda e sandali raccapriccianti. Non mi stupirei se anche i preti, un bel dì, salissero sul pulpito in ciabatte. Lentamente arriveremo anche a questo: dopo l’ora delle chitarre, scoccherà quella delle pianelle sacerdotali.

E pensare che, sia pure nel generale sbracamento, con un pizzico di volontà potremmo, se non essere più virtuosi, apparire gradevoli o almeno non sgradevoli. Sarebbe sufficiente essere rispettosi di alcune norme: la prima, non fare schifo; la seconda, guardarsi allo specchio e giudicare se stessi come si valuta il prossimo.

Buone vacanze trasandate.

Fonte: Il Giornale