Per decifrare la lettera di David Cameron al presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, e le quattro condizioni che permetterebbero alla Gran Bretagna di restare nella Unione Europea, occorre fare un passo indietro nel tempo.
Prima di aderire alla Comunità il governo britannico aveva tentato un’altra strada: la creazione di una grande zona di libero scambio (l’Efta) di cui avrebbero fatto parte tutti i Paesi che diffidavano del progetto unitario di Bruxelles. Londra credeva che il Blocco dei Sei avrebbe mancato l’obiettivo e che la più duttile Efta avrebbe raccolto i naufraghi. È accaduto esattamente il contrario. Il Mercato comune ha dato eccellenti risultati, l’Efta si è dimostrata incapace di garantire l’armoniosa crescita dei suoi membri ed è toccato alla Cee il compito di raccogliere i naufraghi.
La Gran Bretagna ne ha preso atto e ha deciso di entrare nella Comunità. Ma non ha mai modificato la sua strategia. Non ha aderito alla Comunità per realizzarne gli obiettivi. Ne ha fatto parte per meglio impedire, dall’interno, che quegli obiettivi venissero pienamente raggiunti. Ha approfittato del crollo del sistema sovietico per promuovere una politica dell’allargamento che ha considerevolmente diluito l’omogeneità di una Comunità ormai divenuta, almeno nominalmente, Unione. Ha ottenuto il diritto di sottrarsi ad alcuni impegni e obblighi con la formula dell’ opting-out , ma senza rinunciare ai poteri e alle prerogative dei Paesi che sono membri di pieno diritto.

Martedì, con le parole di Cameron, ha fatto un altro passo strategicamente importante. Ha dichiarato che vi sono ormai nella Unione due comunità: quella composta dai membri dell’eurozona e quella composta dai Paesi che non hanno adottato la moneta unica. Scomparsa, di fatto, dopo l’adesione del Regno Unito, l’Efta risorge e torna in campo.
Grazie a questa rivincita di un progetto fallito David Cameron modificherebbe radicalmente la natura dell’Unione. La trasformerebbe in una specie di partenariato in cui il suo Paese avrebbe il diritto di guidare gli euro-tiepidi verso gli obiettivi che meglio convengono ai suoi interessi; ma conserverebbe il diritto di interloquire anche nelle politiche a cui rifiuta di aderire.

Questo è il problema che l’Unione Europea sarà costretta ad affrontare nei prossimi mesi. Dovrà sacrificare il suo progetto unitario per consentire a David Cameron di dire ai suoi connazionali, durante la campagna elettorale del referendum britannico sull’Europa, che ha vinto la partita e garantito l’indipendenza del Regno Unito? Se lo facesse l’Europa precluderebbe a se stessa il diritto di realizzare tutte le riforme, fra cui l’unità della politica fiscale, da cui dipende la sorte della moneta unica.
Se è necessario che l’Europa di domani sia divisa fra Paesi che vogliono l’integrazione e Paesi che la rifiutano, occorre almeno impedire che i secondi siano in grado di dettare la loro volontà ai primi.

Fonte: Corriere della Sera