Scoprire, come sta avvenendo in queste ore, che gli assassini di Parigi sono in maggioranza francesi è uno di quei cortocircuiti della Storia su cui converrebbe riflettere.

Lasciamo da parte le ovvie considerazioni di politica estera, ovvero uno scenario in cui la politica militare francese fra Mali, Centro-Africa, Afghanistan e Medio Oriente ha trasformato il Paese nel bersaglio numero uno dei jihadisti del mondo islamico, e guardiamo un po’ meglio quello che accade sul fronte interno. Esiste una situazione esplosiva nelle banlieues della capitale, e non solo, che la crisi economica ha aggravato, mentre l’assimilazione da un lato e il multiculturalismo dall’altro si sono dimostrati nel tempo incapaci di dare una risposta. La popolazione che le abita è sempre più giovane, oscilla fra microcriminalità, piccola economia di sussistenza pubblica e l’impossibilità di trovare uno sbocco in una città-mondo che esalta sì le «diversità», ma espelle dal centro, così come dai nuovi-antichi quartieri trasformati dalle mode e dagli stili di vita emergenti, le vecchie classi sociali «bianche» e «beur», ovvero il ceto piccolo borghese e operaio, l’immigrazione di prima generazione, relegando gli uni e l’altra ai margini geografici e sociali.

All’ultimo Festival di Cannes ha fatto molto discutere la Palma d’oro assegnata a Deephan, un film di Jacques Audiard, che narra l’arrivo a Parigi di un ex guerriero tamil, fuggito dagli orrori della guerra civile in Sri Lanka e dai suoi stessi orrori, perché in quel conflitto ha combattuto, devastato, ucciso. Che cosa trova il nostro profugo nella periferia parigina che lo accoglie? L’assenza dello Stato e la presenza di tanti caïd della droga, in lotta fra loro per il controllo dello spaccio. Musulmani di origine, francesi per cittadinanza, teppisti di puro succo indigeno, una miscela esplosiva dove le bande si alleano o si combattono in nome di supposte regole nazionali e/o religiose. Ne verrà fuori una strage, con l’ex tamil che ritrova a un certo punto quell’ebbrezza del sangue e della morte che si illudeva di aver dimenticato. Stando alle autorità transalpine, ci sono oggi circa 1.500 giovani francesi riconducibili alla filiera islamista coinvolti nel conflitto siro-iracheno, l’84 per cento in più rispetto allo scorso anno. Oltre cinquemila sono gli islamisti radicali titolari sul territorio della cosiddetta scheda S, ovvero ritenuti pericolosi per la sicurezza.

L’eredità coloniale fa il resto.È la punta di un iceberg cresciuto nell’odio del vecchio romanzo nazionale francese. Su tutto ciò, da un quarantennio a questa parte, la Francia dei «diritti dell’uomo» ha steso una melassa insopportabile picconando quelli che erano i valori identitari nazionali, colpevolizzando cioè i francesi per il solo fatto di voler essere tali, senza però che mai dalle parole generiche, dalla facile retorica dei buoni sentimenti, dalle lusinghe massmediali un tanto al chilo si agisse poi veramente in profondità, disinnescando i conflitti, ricucendo i tessuti economici e sociali, riaffermando un diritto-dovere nei rapporti fra cittadino e Stato. Una melassa indigesta e indigeribile dove le vecchie parole d’ordine venivano ridicolizzate, ma le nuove restavano appannaggio di una società dello spettacolo divenuta ormai un tutt’uno con la società della politica, un’orgia di «politicamente corretto» dietro al quale, così come per la politica estera francese, non c’era e non c’è né una visione strategica né un progetto, ma solo l’illudersi di essere al passo con i tempi.Oggi la Francia ufficiale, con sette milioni di musulmani in casa, si trova a dover rispondere a una domanda semplice che essendo però «politicamente scorretta» si è finora rifiutata di porsi: quando è che il fenomeno di immigrazione di massa oltrepassa i livelli fisiologici che gli sono propri? Alcuni studiosi, di destra come di sinistra, parlano già di «sostituzione di popolazione» e sono gli stessi che si chiedono in nome di quale principio una società multietnica debba essere giudicata preferibile a una società monoetnica. Perché, insomma, si debba applaudire all’«elogio del meticciato» e non alla difesa di un’identità etnoculturale che viene invece spacciata come un crimine. Anche perché, se è un crimine, non si capisce bene quale guerra si voglia combattere…

Fonte: Il Giornale