“Dopo di me ve la vedrete con clandestini e terroristi”. A quattro anni dalla morte di Muhammar Gheddafi la sua profezia può dirsi pienamente realizzata.

Ma il peggio deve ancora venire. L’anniversario della morte del Colonnello dello scorso 20 ottobre è coinciso con il fallimento del piano per la nascita di un governo libico di unità nazionale messo a punto dall’inviato dell’Onu Bernardino Leon. Il Congresso generale di Tripoli, controllato dalle milizie islamiste al potere nella capitale, si è ben guardato dal dare via libera all’esecutivo proposto da Leon. Lo stesso ha fatto il Parlamento cacciato da Tripoli nell’agosto 2014 ed «esiliato» a Tobruk. Il risultato era scontato. Il negoziato condotto da Bernardino Leon ha infatti trascurato l’unica componente capace di dettar legge nella Libia post gheddafiana, ovvero le milizie armate guidate da signori della guerra. Il risultato è una bozza d’accordo che nessun politico di Tripoli o Tobruk si sogna di accettare per timore di fare i conti con i gruppi armati. La Libia sembra dunque condannata a restar divisa tra due entità politiche incapaci di controllare persino i rispettivi eserciti. Questi ultimi, guidati dal generale Khalifa Haftar a Tobruk e dai comandanti jihadisti di Tripoli, continuano invece a logorarsi in una guerra senza sbocchi. Nel frattempo l’economia è al collasso.

La produzione di petrolio è crollata sotto i 400mila barili al giorno, meno di un quarto di quello estratto ai tempi di Gheddafi. Così nei primi 6 mesi del 2015 nelle casse libiche sono entrati in tutto meno di 5,5 miliardi di dollari, a fronte dei 3,5 al mese necessari per pagar stipendi e spese correnti. Dietro questo disastro nazionale si muovono i grandi padrini delle due fazioni in lotta. Mentre Turchia e Qatar appoggiano i Fratelli Musulmani e le fazioni jihadiste di Tripoli, dietro il governo di Tobruk e l’esercito del generale Khalifa Haftar si muovono gli Emirati Arabi e l’Egitto del presidente Al Sisi. Questo scontro, apparentemente insanabile, alimenta e favorisce la crescita fuori controllo di uno Stato Islamico presente ormai non solo attorno a Derna e nel cuore di Sirte, la città natale di Gheddafi, ma anche a Sabratha, 65 chilometri a ovest di Tripoli. Il fallimento del piano di Bernardino Leon, la conclusione del suo mandato e l’intervallo necessario all’insediamento del successore, il tedesco Martin Kobler, allontanano la possibilità di un’intesa tra Tripoli e Tobruk, rendendo impossibile qualsiasi operazione occidentale.

Una risoluzione Onu in grado d’innescare un intervento internazionale presuppone infatti una richiesta d’intervento siglata da un governo capace d’esercitare l’autorità sul proprio territorio. E questo è proprio quel che manca in una Libia diventata la nuova base dei fedeli del Califfato in arrivo dalla Tunisia e dal resto del Nord Africa. Ai terroristi d’importazione s’aggiungono poi le mosse dei gruppi jihadisti locali che scelgono di allearsi con lo Stato Islamico. A Bengasi, Ansar Sharia, la formazione terrorista responsabile nel 2012 dell’assassinio dell’ambasciatore Usa, ha stretto un patto operativo con lo Stato islamico dopo esser stata messa con le spalle al muro dalle offensive del generale Haftar. Una situazione analoga registrata intorno a Sabratha fa temere il «passaggio» dei quattro operai italiani della Bonatti, rapiti la scorsa estate da un gruppo di semplici banditi, nelle mani dello Stato Islamico. Mentre il Califfato s’allarga e avanza, Tripoli, Zwara e le altre città costiere della Tripolitania contribuiscono ad alimentare il fenomeno immigrazione. Mentre i rifugiati mediorientali si spostano verso la Turchia, in Libia continuano ad affluire quelli africani. I dollari che portano in tasca per pagarsi la traversata sono ormai una delle poche forme di contante in circolazione a Tripoli e dintorni.

Fonte: Il Giornale