Da un trentennio Massimo Fini elabora una critica della società occidentale di cui oggi il lettore può avere una visione completa grazie al volume, di più di mille pagine, che raccoglie i saggi da lui scritti sul tema (La modernità di un antimoderno, Marsilio, pagg. 1088, euro 24). Si va da La Ragione aveva Torto?, un pionieristico libro del 1985, a Il Ribelle dalla A alla Z, che è di dieci anni fa, passando (…) per Elogio della guerra, Il denaro «Sterco del Demonio», Il vizio oscuro dell’Occidente e Sudditi. Manifesto contro la Democrazia, che accompagnano la fine del secolo scorso e introducono al Nuovo Millennio in cui ci troviamo a vivere. Già i titoli sono sufficienti a far capire come a essere presi di mira, rovesciandoli di senso e di segno, siano i capisaldi di quello che è il pensiero egemone contemporaneo, ovvero la fede in un progresso tanto continuo quanto indefinito, senza confini né barriere, globalizzato quindi ed egualitario, democraticamente libero e dove non esistono guerre, ma solo interventi umanitari nel nome della pace. Va chiarito che l’anti-modernità di Fini non ha niente a che vedere con l’etichetta di reazionari, conservatori, accademici, codini che negli ultimi due secoli ha colpito indiscriminatamente tutti quelli che non si facevano cantori della modernità. Il suo essere antimoderno è un’altra cosa, l’appartenere cioè non agli avversari del moderno, ma ai suoi teorici, quelli che lo hanno pensato, gli emigrati dell’interno, gli «esuli in patria». E dunque, i moderni loro malgrado, la retroguardia dell’avanguardia, i vitalisti disperati, i pessimisti attivi, la modernità più la libertà. Di criticarla. Questo spiega anche l’impoliticità di Fini, che è tutt’altra cosa dall’apoliticità, cioè il subordinare le categorie del Politico a elementi estetici ed etici, lo stare quasi sempre dalla parte degli sconfitti. Se e quando gli è capitato di sedersi fra i vincitori, è stato sempre per una causa che, per dirla con Chateaubriand,

«una volta portata al successo mi si rivolterà contro»…

Va anche detto che Fini non è tanto o solo un giornalista di talento, o un abile divulgatore. È qualcosa di più e di diverso e infatti il suo è un pensiero robusto e autosufficiente, coerente nei principî e nelle dimostrazioni, mai dogmatico e all’occasione aperto al dubbio. In un Paese di professori di filosofia che passano e/o si atteggiano a filosofi, e dove l’oscurità viene scambiata per profondità, paradossalmente il suo vero torto consiste nell’essere chiaro e nello scrivere bene. Tutto ciò fa di La modernità di un antimoderno una lettura appassionante.

«La nostra è una società individualista senza individui» dice. «L’uomo moderno è massificato senza far parte di una comunità, è single senza essere individuo, è solo senza essere libero».

Appartiene inoltre a una società «dove esiste un teorico diritto all’eguaglianza» che ha però come suo contraltare il non poter «tollerare la diseguaglianza dell’eguale. La si vive come un’ingiustizia, un insulto, un’offesa o una colpa». Dopo essersi cullati sull’idea che fosse «il sonno della Ragione» a partorire mostri, ci si accorge che è invece il suo «Sogno» a provocare catastrofi. Lì dove l’Illuminismo storico aveva un senso e una logica nel suo aprirsi al mondo nuovo, due secoli dopo per i suoi epigoni è come «se il tempo non fosse mai passato. Sono diventati i conformisti, gli immobilisti, i reazionari della nostra epoca e si rifiutano proprio loro, i corifei della Ragione – di fare i conti col principio di realtà e di vedere che ci siamo creati un mondo ancora più invivibile di quello da cui avevamo sperato di fuggire». Il risultato è un’idea di civiltà antistorica, rispetto a quella astorica connaturata al mondo classico, vivente soprattutto sul presente, «perché sul passato e sul presente privilegia un tempo inesistente: il futuro. Questa peraltro è anche una delle ragioni della sua forza trascinante e della sua spaventosa capacità di accelerazione». Il problema è che «manca un pensiero che pensi la modernità, un pensiero che pensa su se stesso. Avanziamo, trasportati da un meccanismo che va per conto suo, per forza autonoma, che è sfuggito da molto tempo anche al controllo degli epigoni degli apprendisti stregoni che lo concepirono». Non ci dice nulla il fatto che, per esempio, «nella pittura contemporanea non c’è opera che esprima dolcezza, serenità, armonia»? «Oggi la pittura (come la musica del resto) anche quando non è disperata, il che non accade spesso, e vuole esprimersi come piacere di vivere, riesce a farlo solo nella forma della sovraeccitazione e dell’orgasmo, cioè, ancora, come nevrosi». Non ci dice nulla l’aver perduto l’idea stessa di natura, il suo godimento, per sostituirla con l’animalismo, che altro non è che «la malattia infantile dell’ecologismo»? Non ci dice nulla l’assurdità di una globalizzazione che prevede la libera circolazione delle merci, ma non degli uomini?

«Cioè il capitale può andare a cercare la propria collocazione geografica là dove è meglio remunerato, gli uomini che spesso proprio da quel capitale sono stati resi dei miserabili, no, non avrebbero questo diritto».

Ne deriva che «l’Occidente industriale si è cacciato in una fourchette irrisolvibile, che esso stesso ha creato. Se infatti apre indiscriminatamente all’immigrazione rischia di esserne corroso dall’interno, ma se non lo farà creerà sempre più masse di disperati che premeranno alle sue frontiere e che saranno facile preda delle lusinghe del terrorismo». Sono questi soltanto alcuni degli spunti e delle provocazioni di cui La modernità di un antimoderno è pieno, in linea con una riflessione dove l’elemento esistenziale è, come nota Salvatore Veca nella sua introduzione, il tratto distintivo, la qualità di una vita che si sa mortale, a petto della quantità di una vita artificiale che si finge eterna. Al fondo, c’è comunque la consapevolezza che ciò che nel futuro ci attende non sarà uno scontro fra destra e sinistra, né tantomeno uno scontro fra Occidente e islam. «Non ci saranno guerre di civiltà perché ne rimarrà una sola, la nostra. Ma è all’interno di questa che avverrà lo scontro vero, il più drammatico e violento: fra élite dominanti fautrici della modernità e le folle deluse, frustrate ed esasperate, di ogni mondo, che non ci crederanno più, avendo compreso, alla fine, che lo spirito faustiano, lo spirito dell’Occidente, opera eternamente il Bene ma realizza eternamente il Male». E adesso, se volete, scaricatevi pure l’ultima app alla moda sul cellulare…

Fonte: Il Giornale