L’economista Tony Yates si è chiesto recentemente, sul suo blog: «Perché non riusciamo a metterci d’accordo?».
Lamentandosi dell’ennesima perorazione in favore dell’austerity, pessima e palesemente dettata da ragioni politiche, afferma che «è triste che il dibattito sia diventato un dibattito fra destra e sinistra. Non capisco perché».

(Potete leggere il suo post qui: bit.ly/1M8duAC.)
Ma il dibattito sul ciclo economico è sempre stato un dibattito fra destra e sinistra. Nello specifico, la destra è sempre stata profondamente ostile all’idea che politiche di bilancio espansive possano essere utili, in qualsiasi situazione, o che le politiche di rigore possano essere dannose, in qualsiasi situazione. Nella maggior parte dei casi lo schieramento conservatore ha visto con fastidio anche le politiche monetarie espansive. Insomma, la politicizzazione del dibattito macroeconomico non è un evento fortuito, ma qualcosa che ha radici profonde.
E alcuni di noi parlano di queste radici nei loro articoli e blog ormai da anni. Abbiamo fatto notare che dopo la seconda guerra mondiale la destra e il mondo imprenditoriale fecero uno sforzo concertato per impedire l’insegnamento delle teorie keynesiane nelle università, sforzo che riuscì a stroncare il primo vero manuale di economia keynesiano. E God and Man at Yale di William Buckley Jr., pubblicato nel 1951, era un’invettiva contro l’ateismo (o la mancanza di indottrinamento religioso, che per lui era la stessa cosa) e il collettivismo, che identificava principalmente con l’insegnamento delle teorie macroeconomiche keynesiane.
Ma qual è il motivo di tanta ostilità? Le interpretazioni migliori sembrano implicare ulteriori motivazioni politiche. Le teorie economiche keynesiane, se fossero vere, vorrebbero dire che i Governi non devono preoccuparsi eccessivamente della fiducia delle imprese e non devono rispondere alle recessioni tagliando i programmi sociali. E allora le teorie economiche keynesiane devono necessariamente essere false, e devono necessariamente essere combattute. Come scrissi nel 2013, «la smania per l’austerity può essere vista come l’applicazione di una sorta di giuramento di Ippocrate al contrario: ‘Non fare nulla per mitigare il danno’. Perché la gente deve soffrire se si vuole che le riforme neoliberiste possano prosperare».
Dite che sono troppo duro, troppo complottista? Okay, ma datemi una spiegazione alternativa. Perché l’ostilità della destra verso Keynes non è una moda intellettuale del momento. Va avanti da generazioni ed è evidente che ha radici profonde.
Del deficit non importa a nessuno
Stando qui in Gran Bretagna, dove tutti continuano a essere convinti che i disavanzi di bilancio siano il problema centrale dell’economia nonostante esistano prove schiaccianti del contrario, è consolante, una volta tanto, guardare in patria e osservare la rotta totale dei fanatici antideficit.
Un modo per rendersene conto è osservare la scomparsa dai radar dell’ex senatore Alan Simpson. Un altro modo è guardare ai sondaggi che chiedono alla gente di indicare i problemi più importanti. Per esempio, il sondaggio della Cnn/Orc International pone le stesse domande da diversi anni: e questa è la percentuale di elettori americani che indicano il deficit come «il problema più importante che deve fronteggiare oggi il Paese»:
– gennaio 2013: 23 per cento
– maggio/giugno 2014: 15 per cento
– settembre 2014: 8 per cento
Nell’ultimo sondaggio Cbs/New York Times, a risposta libera, il deficit non è entrato nemmeno in classifica.
E se volete il mio parere, i cittadini hanno ragione e le Persone Tanto Coscienziose hanno avuto e hanno torto.

Fonte: IlSole24Ore