La ripubblicazione integrale di Les Décombres di Lucien Rebatet, bestseller antisemita nella Francia occupata della Seconda guerra mondiale (Le dossier Rebatet. Les Décombres-L’inedit de Clairvaux, Laffont, pagg. 1132, euro 30, a cura di Bénédicte Vergez-Chaigon, prefazione di Pascal Ory), ha di colpo riportato sulla scena, con lunga coda di polemiche, un autore maledetto, un libro «odioso» quanto a suo modo esemplare, una pagina di storia che a ogni rilettura riserva sorprese.Per certi versi, il successo che negli anni dell’«occupazione» arrise al pamphlet di Rebatet spiega perché, sessant’anni dopo, Suite française di Irène Nemirovsky sia stato in Francia un fenomeno editoriale.

Apparentemente nulla lega i due autori: Rebatet fu un forsennato antisemita dalla scrittura febbrile, gonfia di argot, piena di invettiva, nutrita di ideologia. Némirovsky fu un’ebrea russa convertita al cattolicesimo, morta a Auschwitz, erede del grande romanzo ottocentesco, impronta classica, profondo senso di pietas. Eppure ambedue scrissero lo stesso libro, ovvero il racconto di come una grande nazione si trovò, nel giro di un mese, militarmente sconfitta e psicologicamente umiliata; il tracollo che ne seguì; la vergogna che avvolse i suoi cittadini; i mille egoismi, le meschinità, ma anche i gesti di dignità e di eroismo. Se il libro di Rebatet fu un grido di rabbia e odio, la ricerca di un capro espiatorio, gli ebrei, ma anche il prendere atto della propria decadenza in quanto nazione, quello della Nemirovsky fu l’elaborazione di un lutto, ma anche il rendersi conto di una progressiva perdita di valori che aveva reso quella morte annunciata e l’impossibilità di abbellirla con un gesto nobile.Nel luglio 1942 i primi due volumi di Suite française erano pronti: s’intitolavano Tempesta in giugno e Dolce e raccontavano la guerra, la sconfitta e l’esodo, il primo, l’occupazione, sino all’invasione tedesca della Russia il secondo. «Gli eventi storici, rivoluzionari, eccetera, sono appena sfiorati, mentre viene investigata la vita quotidiana, affettiva e soprattutto la commedia che questa mette in scena» scrisse la Nemirovsky nelle note al libro. Ed è proprio questo a farne l’altra faccia di Les Décombres di Rebatet. Lì dove tutto è letto e spiegato sulla falsariga delle idee, meglio delle ideologie, qui è lasciato alla presa diretta degli istinti, delle consuetudini e delle abitudini. C’è chi delle guerra non vuole sapere, agisce e pensa come se non lo riguardasse, l’importante è salvare il proprio piccolo mondo. È un’illusione, perché verrà spazzato via lo stesso. E c’è chi vede andare in pezzi il proprio universo, non se ne fa una ragione e si lascia affondare Fossero usciti allora, quei due volumi della Suite avrebbero, come per Rebatet, fatto il successo e poi la dannazione di chi li aveva scritti. Narravano la Francia di quegli anni, non la mitologia resistenziale, comunista e gollista, che le venne successivamente appiccicata. Nel terzo volume, quello appena abbozzato e che non vide mai la luce, la Nemirovsky adombrava però ciò che Rebatet, ideologicamente più cieco, ovvero politicamente più illuso, faticava ad afferrare: la resistenza interna come fenomeno nazionale, l’impossibilità di una collaborazione nella quale la Francia aveva un alleato che in realtà era soltanto il suo occupante. Les Décombres uscì in quello stesso luglio 1942. Segnò appunto il successo del suo autore, ma ne preparò, appunto, la dannazione successiva.Un terzo libro aiuta a far chiarezza sul tema, quell’Agonie de la France di Manuel Chavez Nogales pubblicato un anno fa (e bestseller) in Francia. In Italia l’ha edito Neri Pozza (Agonia della Francia, pagg. 186, euro 16,50; trad. di Hado Lyria), con un’intelligente prefazione di Marco Cicala. Nogales era un giornalista spagnolo, approdato in Francia per fuggire la guerra civile in patria dove rischiava di essere fucilato sai dai fascisti sia dagli antifascisti. A Parigi assisté stupefatto, e con la morte nel cuore, allo stesso spettacolo raccontato da Rebatet e dalla Nemirovsky: il crollo dall’interno di un’antica nazione, l’indolente apocalisse di un popolo più preoccupato dei bistrot che della propria libertà Eppure, come nella parte rimasta incompiuta di Suite française, Agonia della Francia di Nogales, uscita ancora nel 1941, scommette sulla capacità di recupero delle democrazie rispetto ai totalitarismi. Da esule in fuga, e da giornalista, è sui rapporti di forza internazionali che Nogales fa affidamento e, letto in quest’ottica, Les Décombres è invece la cartina di tornasole della debolezza d’analisi dell’intellettuale fascista, del suo fideismo, della sua eterna battaglia contro il nemico interno, il «traditore», senza rendersi conto che è invece quello esterno che fa la differenza. Riuscitissimo nelle pagine in cui racconta le tragedie e la farsa di una Francia imbelle eppure vanagloriosa, Les Décombres è un cimitero di previsioni sbagliate, di analisi raffazzonate e odi feroci, di meschine vendette, di regolamenti di conti intellettuali che il clima del tempo eleva a chiamate di correo.Condannato a morte nel 1945 per quello che ha scritto tre anni prima, considerato colpevole di alto tradimento, in carcere, in attesa di essere fucilato, Rebatet riprenderà in mano il dattiloscritto di un romanzo a cui stava dietro da tempo. Tramutata la fucilazione in ergastolo ci lavorerà sino al 1949, un romanzo fiume di oltre mille pagine, Les Deux Étendards. Uscirà da Gallimard nel ’52 (in coincidenza con la grazia), viene tuttora ristampato, un critico come Georges Steiner lo ha definito uno dei grandi romanzi del ‘900, è un capolavoro sui generis. Perché? Innanzitutto perché è un romanzo di idee o, se si preferisce, di ideologie. È il racconto e lo scontro fra due visioni del mondo, due morali, due estetiche. Da una parte c’è il cattolicesimo, dall’altra il paganesimo, su un fronte campeggia il misticismo dell’al di là, sull’altro il piacere e il dolore dell’al di qua. A un impianto del genere Rebatet presta una cornice di stampo ottocentesco, lo costruisce cioè come avrebbe potuto fare Stendhal o Flaubert, un grande affresco della vita sociale e intellettuale della Francia del primo ‘900. Il tutto, però, con un linguaggio assolutamente moderno e spregiudicato, come se Emma Bovary o Fabrizio del Dongo possedessero parole, modi di dire, comportamenti del secolo successivo. Infine, siamo di fronte alla consacrazione scritta della giovinezza come unica età vera della vita, quella dove si rischia tutto per un’idea, una fedeltà. Il risultato ultimo è che Les Deux Étendards è contemporaneamente un feuilleton e un testo filosofico, un romanzo d’amore e un trattato sulle passioniChi, una volta lettolo, pensasse di trovarsi di fronte a un Rebatet completamente diverso da quello fegatoso, isterico e sfrenato di Les Décombres, dimostrerebbe tuttavia una curiosa miopia. Non ci sono due Rebatet, uno «buono» e uno «cattivo», ce n’è uno solo, di cui il secondo è la versione più meditata, più felice, più ambiziosa e più appagata del primo. I temi dello scontro politico vengono spogliati dalle contingenze, dalle frenesie, dalle ambiguità di una scelta di campo obbligata e risistemati nell’ambito di una disfida fra concezioni del mondo dove non c’è il nemico, ma l’avversario, dove le ragioni e i torti sono equamente divisi. Non c’è la miseria dell’impegno partigiano, c’è la grandezza di chi non abbassa i propri ideali a propaganda. In carcere, Rebatet scoprì la letteratura e si riscattò dalla politica.

Fonte: Il Giornale