Il contro-golpe di Erdogan inizia con un paradosso: dallo scampato pericolo di una dittatura militare dei golpisti si passa alla fase di una sorta di dittatura “elettorale”, ovvero a un regolamento di conti che sta cambiando il volto dello Stato turco.

Seimila i militari arrestati, silurati 8mila tra poliziotti e dipendenti del ministero dell’Interno, licenziati 30 governatori, rimossi 2.800 giudici. Un terzo di tutta la magistratura del Paese è entrata nel mirino delle purghe dirette dal presidente, dai servizi segreti del fedelissimo Hakan Fidan e da un partito in maggioranza da 14 anni, l’Akp, che ha l’imperdibile occasione di prendere in mano oltre alle leve della politica e del governo centrale anche quelle di tutta l’amministrazione e della burocrazia. Terra bruciata per l’opposizione.

Erdogan ha accusato il suo ex alleato Fetullah Gulen di avere costituito uno «stato parallelo infiltrando tutti in gangli dell’amministrazione» e ne reclama l’estradizione agli Stati Uniti. Ma lo stesso presidente con il fallito colpo di stato di venerdì scorso sta trasformando la Turchia in uno Stato-Erdogan.

È questa situazione, per altro prevedibile, che ha fatto avanzare l’ipotesi dell’”autogolpe”: in realtà questo è stato un putsch quasi suicida animato non soltanto dai gulenisti ma anche da frange di kemalisti che sapevano di non avere altra scelta. I segnali si erano avuti nelle settimane precedenti quando si erano diffuse le voci di nuove purghe nell’Alto consiglio (Yas) e il primo agosto si aspettava il rimpasto dei vertici delle forze armate.

«Non è stato un autogolpe e neppure solo un tentativo di colpo di stato dei gulenisti», dice Yavuz Baydar, giornalista di primo piano, entrato più volte nel mirino della censura di Erdogan. Alcuni dei protagonisti del golpe erano già consapevoli che sarebbero stati fatti fuori dalle forze armate come Muharrem Kose, membro dello stato maggiore che era stato rimosso dall’incarico di consulente legale ma era ancora in ruolo nell’esercito. Tra i capi della ribellione ci sono Aikin Ozturk, 64 anni, fino al 2015 capo dell’aviazione, e tre alti ufficiali dell’aereonautica: tutti questi sarebbero stati probabilmente liquidati o pensionati nel prossimo consiglio convocato il primo agosto.

Questa partecipazione dell’aereonautica spiega perché sia stata coinvolta anche la base di Incirlik, dove partono gli aerei per i raid Nato sul Califfato. Da questa base, dove sono di stanza due squadroni americani con armi nucleari tattiche, è decollato un aereo cisterna che riforniva in volo gli F-16 dei ribelli.

Qui è il punto forse più oscuro della vicenda con alcuni interrogativi ancora senza risposte. Cosa sapevano gli Stati Uniti del golpe e come mai i due caccia F-16 che hanno affiancato l’aereo di Erdogan in fuga dal resort di Marmaris nella notte di venerdì non l’hanno abbattuto.

«Credo che il colpo di stato sia stato preparato a lungo ma male organizzato: è probabile che la decisione di entrare in azione si stata accelerata e che non avessero il sostegno che si aspettavano dagli alti gradi militari», sostiene Baydar. Anzi questo è lo scenario dei partiti di opposizione come il Chp repubblicano, che come è noto rappresenta da sempre l’ala kemalista dentro le forze armate.

Un’azione precipitosa che adesso però apre nuove prospettive dentro e fuori la Turchia. Nei rapporti con gli Stati Uniti, perché l’estradizione di Fetullah Gulen richiesta da Erdogan aumenta la tensione tra Washington e Ankara che pure ha riaperto la base di Incirlik. Erdogan si giocherà questa carta per negoziare con gli Usa ormai nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali. Il leader turco sa di avere perso la guerra per abbattere Assad in Siria e teme la costituzione di uno stato curdo ai suoi confini. Per questo ha ricercato vecchi e nuovi alleati riappacificandosi con Israele e con Putin. Sono anche più stretti i rapporti con l’Arabia Saudita, che fa da mediatrice con l’Egitto di Al Sisi, nel tentativo di costituire un fronte sunnita anti-Assad e soprattutto anti-Iran. Dall’anatomia di questo golpe emerge soltanto una certezza: un’altra Turchia sta per sorgere con un Erdogan più forte e una democrazia sempre più debole.

Fonte: Il Sole 24 Ore