Si sa quando cominciano ma non quando né come finiscono. La maledizione delle guerre in Medio Oriente colpisce chiunque si dimentichi di quella tragica legge, anche chi il Medio Oriente dovrebbe conoscerlo bene come l’Arabia Saudita. Un anno e mezzo dopo l’intervento armato nello Yemen alla guida di una coalizione di dieci Paesi (l’Arabia Saudita, appunto, più Kuwait, Qatar, Bahrein, emirati Arabi Uniti, Giordania, Egitto, Marocco, Senegal e Sudan) appoggiata da Usa, Turchia, Francia, Regno Unito e Canada, la casa reale di Riad deve fare i conti con un bilancio in tutti i sensi tragico. I morti hanno superato quota 10 mila ma il coordinatore Onu per i diritti umani, Jamie McGoldrick, ha avvertito che la cifra si basa sui dati forniti dalle strutture mediche yemenite e potrebbe quindi essere anche di molto maggiore, visto che in ampie zone del Paese mancano ospedali o ambulatori. Moltissimi i bambini uccisi, si pensa anche un quarto delle vittime totali. Pur potendo approfittare del disinteresse che accompagna questa guerra, e dell’ovvio silenzio che i Governi dei Paesi occidentali coinvolti mantengono sulla vicenda, l’aviazione saudita si è fatta una solida fama di spietatezza nel colpire obiettivi civili come ospedali e mercati.

I ribelli sciiti houthi, d’altra parte, che nel marzo 2015 si sollevarono contro il Governo di Abd Rabbo Mansur Hadi e contro i quali si sono mossi i sauditi e gli altri Paesi sunniti della coalizione, non sembrano certo sull’orlo della resa. Controllano ancora la capitale e le istituzioni fondamentali dello Stato e sono insediati su una vasta porzione del territorio. Lo Stato è al tracollo. Nel solo 2015 ha perso il 53% degli introiti a causa della sospensione delle esportazioni del petrolio, che contavano per il 45% delle entrate statali, e più del 20% nella raccolta delle tasse. I sauditi e i loro alleati, inoltre, hanno fatto di tutto per bloccare i fondi yemeniti all’estero e le rimesse degli emigrati. Ma gli houthi sono ugualmente riusciti a creare una “economia di guerra” che, sfruttando anche il mercato nero, riesce in qualche modo a sopperire alle difficoltà e, soprattutto, a pagare i salari di 1 milione di impiegati statali (su 4,2 milioni di persone occupate).

Per contro l’Arabia Saudita, da anni impegnata nella corsa al ribasso del prezzo del petrolio, ha dovuto varare una politica di tagli, risparmi e privatizzazioni per fronteggiare il passivo record del 2015: 98 miliardi di dollari. In un certo senso, il Paese che ha un Pil superiore ai 700 miliardi di dollari (l’Arabia Saudita) è più in difficoltà di quello (lo Yemen) che ha fatto il Pil record della propria storia nel 2014 con 37 miliardi di dollari.

E poi c’è il bilancio politico. L’ossessione anti-sciita della nuova generazione di principi sauditi, cresciuta a dismisura dopo l’accordo tra Usa e Iran sul nucleare firmato nel luglio 2015, continua a provocare disastri di cui non si vede la fine. Nello Yemen gli houthi tengono le loro posizioni mentre i terroristi sunniti affiliati ad Al Qaeda, anch’essi padroni di un pezzetto di Yemen, continuano a colpire. Il tutto ai confini di quell’Arabia Saudita cui il re Salman, l’erede al trono e ministro degli Interni principe Mohammed bin Nayef (quello onorato da Hollande con la Legion d’Onore) e il principe Mohammed bin Salman, figlio del re e ministro della Difesa, volevano garantire stabilità e ricchezza. Ma è la legge del Medio Oriente, bellezza. Le guerre, sai quando cominciano ma non quando e come finiscono.

Fonte: East Online