Nel cuore di Roma, passando dalla galleria Colonna alla galleria Sciarra, la prima intitolata ad Alberto Sordi la seconda a Gabriele D’annunzio, si sfiora una piccola chiesa, Santa Maria in Trivio, che sorprende per la sua decorazione più di qualunque altra chiesa romana.

Chi vi entra, infatti, alzando la testa, vedrà in alto, come acrobati sospesi nel vuoto, i personaggi consueti del teatrino natalizio, la Madonna con il Bambino, i Magi, l’asino della fuga in Egitto, in una concezione così originale e sorprendente da non poter essere dimenticati. In quel piccolo spazio gli effetti prospettici, la scenografia, la profondità, l’irruzione del cielo azzurro attraggono e disorientano per la grandiosità della invenzione .

L’autore è Antonio Gherardi (nato a Rieti nel 1630), che vi si applicò partire dal 1669, e per un anno dipinse sul soffitto della chiesa affreschi tra i più evocativi e remoti fra i cieli barocchi romani. La sua impresa è perfettamente in antitesi con quella del Baciccio. Il suo spazio è quello dell’amatissimo Paolo Veronese, in una composizione apparentemente arcaica. Appartato, Gherardi medita. È forse l’ultimo a guardare Caravaggio, attraverso l’interpretazione che ne dà Mattia Preti in San Biagio a Modena e in San Carlo ai Catinari a Roma.

Ma la lezione sulla quale egli s’innesta sembra quella di un altro lombardo naturalizzato a Roma, Pier Francesco Mola, di cui si era candidato allievo, grazie ai buoni uffici del Governatore di Rieti, monsignor Bulgarino Bulgarini. Con il Mola, di cui condivide il temperamento, gli è sicuramente congeniale la meditazione sulle fonti venete di Veronese e Tintoretto, e di Pietro da Cortona, al punto che i cartoni per gli arazzi Barberini, con episodi della vita di Urbano VIII, tra le prime testimonianze del Gherardi, furono a lungo ritenuti di Pietro da Cortona. A questa evidente rete di fonti d’ispirazione si aggiunge la conoscenza diretta della pittura bolognese, lombarda e veneta, dopo un viaggio tra la fine del 1667 e gli inizi del 1669 in Italia centro-settentrionale. Con questi elementi, e il ricordo diretto della decorazione del soffitto della Biblioteca di San Giorgio Maggiore a Venezia, opera della coppia Coli-Gherardi (Filippo), dà un ordine spazioso e perfetto, in tele e affreschi, alle immagini che fa correre sopra la nostra testa. Vasto campo al cielo e alle architetture, sottoinsù spericolati con vedute vertiginose, e una grande, profondissima umanità nelle attitudini dei volti dei suoi tenerissimi personaggi, lo caratterizzano. Realismo e idealismo insieme governano la sua immaginazione.

Molto attento agli stati interiori, con una grande libertà d’invenzione, possiamo dire che Gherardi dipinge angeli in stato di perfetta beatitudine, Madonne soavissime, e perfino una Dalila che accarezza Sansone, o una Santa Teresa invitata a danzare dagli angeli.

Dopo Santa Maria in Trivio, Gherardi dipinge in Palazzo Nari di via Monterone a Roma il teatrale Trionfo della verità sull’inganno , con perfetta nostalgia di Paolo Veronese.

Il gusto e la sensibilità teatrale lo guidano anche come architetto, quale si manifesta nella cappella di San Francesco Solano di Santa Maria Aracoeli, con palme e putti d’ispirazione borrominiana. La sua concezione architettonica appare al Titi «bizzarra e capricciosa» nella cappella Avola in Santa Maria in Trastevere con fughe prospettiche nel gusto del Borromini, e quattro angeli che, sopra la cupoletta, sorreggono la lanterna.

Fuori Roma lo troviamo in Umbria e nel Lazio: a Monterotondo con una bella Sacra Famiglia con San Giovannino , a Poggio Mirteto con L’educazione della Vergine , a Narmi con la Natività del Battista . Del 1684 è l’ariosa Natività della Vergine per la cappella del Sacramento del Duomo di Gubbio, capolavoro di classicismo ritrovato. Solenne e monumentale è l’interpretazione naturalistica della pittura di Maratta nella Madonna che appare a Sant’Andrea nella Pinacoteca di Gubbio, datata 1688: un’opera che non fa rimpiangere Zurbarán.

Lo ritroviamo a Roma, dopo la morte di Carlo Rainaldi, nel 1691 nella chiesa di San Carlo ai Catinari, con la pala di Santa Cecilia, estremo omaggio a Raffaello. E a Gubbio, ancora nel 1692-93, con la Natività e L’adorazione dei Magi per la chiesa di Santa Maria dei Laici, ora in Duomo; e con altre opere nelle chiese di San Francesco e Santa Lucia. Ritorna a Rieti nel 1697. E, sempre più personale, a Roma in Santa Maria Transpontina nell’ Estasi di Santa Teresa. Tra le ultime mistiche cose vi è la Crocifissione della chiesa parrocchiale di Roccagorga. Nel 1702 il Gherardi muore a Roma.

Un lungo viaggio attraverso le meraviglie del mondo dell’arte. Ogni settimana il critico Vittorio Sgarbi racconterà un’opera di un grande maestro del passato o della contemporaneità – una tela, un affresco, una scultura, una installazione… – leggendola con un occhio particolare. Non solo facendoci (ri)scoprire un gioiello dimenticato o lontano dai grandi itinerari del turismo culturale, ma anche facendone emergere i legami artistici e sociali con l’attualità. Una lezione di un intellettuale sempre fuori dal coro che ha sempre molto da insegnarci.

Fonte: Il Giornale