Un tempo era la «quarta sponda» dell’Italia. Oggi è la seconda e più promettente culla dello Stato Islamico.

Una culla dove il Califfo Al Abu Bakr Al Baghdadi progetta di far convergere i volontari della jihad tagliati fuori da Siria e Irak per fare della Libia la «dependance» strategica da cui colpire un’Italia ed un’Europa distanti solo 400 chilometri. A lanciare l’allarme sull’espansionismo libico del Califfato sono le Nazioni Unite. In un rapporto redatto a settembre dal «Team di controllo sulle sanzioni» per conto del Consiglio di Sicurezza si evidenzia come il distaccamento libico dello Stato Islamico, sia oggi il «territorio d’oltremare» su cui più investe la dirigenza di Mosul e Raqqa. Un «territorio» destinato a trasformarsi in una comoda «via di fuga» in caso di attacco occidentale alle roccaforte irachene e siriani. A rendere più allarmante questo quadro libico contribuisce la notizia pubblicata da «al Sharq al Awsat» secondo cui i miliziani dello Stato islamico di Sirte utilizzano un simulatore di volo per imparare a pilotare aerei militari e commerciali. Stando alle fonti libiche del quotidiano arabo pubblicato a Londra l’apparecchiatura è installata a bordo di un’auto e i militanti vi si alternano studiando le procedure di decollo e atterraggio. Non si sa se l’apparato sia un semplice computer su cui gira uno dei tanti programmi di simulazione di volo acquistabile «on line» o qualcosa di più sofisticato, simile alle apparecchiature su cui s’addestrano piloti commerciali e militari. Nel secondo caso, molto più inquietante, il simulatore potrebbe uscire da una delle basi dell’aviazione del vecchio regime. E i sostenitori del Califfato potrebbero sfruttarlo sia per far volare qualche vecchio Mig catturato in Libia, Siria o Irak, sia per mettere a segno un attentato in stile «11 settembre» dopo aver dirottato, uno dei velivoli di linea che collegano le varie città libiche. Ma l’attivismo dello Stato Islamico nell’ex colonia è preoccupante anche senza ipotizzare un nuovo «11 settembre». Nella visione strategica di Abu al Mughirah Al Qahtani, un personaggio fin qui sconosciuto, ma indicato dal rapporto Onu come il capo della «dependance» Nord africana, la «Libia è di grande importanza perché è in Africa, ma al tempo stesso immediatamente a Sud dell’Europa contiene una varietà di risorse che ben difficilmente inaridiranno ed è anche la porta del deserto che abbraccia molti paesi africani». È insomma la piattaforma da controllare per colpire il vecchio Continente e muovere alla conquista di quello Nero. Non a caso a Sirte si sono già insediati 200 Boko Haram provenienti dalla Nigeria mentre altri gruppi jihadisti confluiscono dalla Tunisia e dagli altri Paesi del Sahel. A detta del rapporto Onu il grande numero di volontari stranieri rappresenta però la debolezza di un’organizzazione vista come un corpo estraneo dalla maggioranza dei libici. A giugno proprio la resistenza di alcuni gruppi autoctoni di ispirazione alqaidista ha costretto lo Stato Islamico ad abbandonare il centro di Derna, la prima città dove si era insediato già nell’ottobre 2014, per disperdersi nelle zone circostanti di Fatayeh. A Sirte, in compenso, lo Stato Islamico affidato localmente all’emiro Abu Abdellah Al Ouerfalli continua ad espandersi. Dopo la decapitazione dei capi delle tribù Ferjani, protagonisti ad agosto di una fallita rivolta, il Califfato si è allagato ad Ovest fino alla zona di Abugrein, distante non più di 70 chilometri da Misurata, e ad est fino a Nawfalyia da dove minaccia i terminali petroliferi di Ajdabya. Dietro questa rapida espansione militare che garantisce alla cellula di Sirte il controllo di 250 chilometri di costa ci sono un comandante tunisino conosciuto con il nome di battaglia di Abu Mohammed Sefaxi e l’esperienza di un nucleo di 800 veterani importati direttamente dai fronti siriani.

Fonte: Il Giornale