E’ stato ucciso ad Aleppo Abu Mohammad al-Adnani, portavoce dell’Isis, braccio destro del Califfo Abu Baqr al-Baghdadi, il regista del terrorismo in Occidente, ritenuto l’ispiratore dei “lupi solitari” che hanno insanguinato l’Europa, considerato il ministro della Propaganda dello Stato Islamico, in una posizione che dai servizi occidentali viene accostata a quella di Josef Goebbels nel Terzo Reich hitleriano. Un paragone che può sembrare esagerato ma forse non lo è poi così tanto dal punto di vista operativo e ideologico: è stato Al Adnani ad annunciare per primo nel 2014 la nascita del Califfato, in anticipo sul ben noto discorso di Baghdadi a Mosul, ed è stato ancora lui a delineare già due anni fa la strategia dei “lupi solitari”.

In occasione dell’ultimo Ramadan Al Adnani aveva incitato a colpire, ovunque fosse possibile, militanti, seguaci e anche solo simpatizzanti, che pure non avessero legami diretti con il Califfato, fornendo un “format” del terrorista “fai da te”, con una sorta di copertura religiosa e ideologica per agire. Ma il suo primo appello al terrorismo diffuso risale al settembre del 2014, quando sulla rivista dell’Isis “Dabiq” scrisse, rivolto a tutti i musulmani: “Se non siete capaci di trovare una bomba o una pallottola, di spaccare la testa ai crociati con una pietra, di accoltellarli o di travolgerli con la vostra automobile, di soffocarli o avvelenarli… allora date fuoco alle loro case, alle loro auto o alle loro imprese” . Un messaggio ripetuto più o meno con le stesse parole anche di recente, in questa estate di sangue che ha funestato l’Europa, dalla Francia alla Germania.

Che sia stato ucciso ad Aleppo e non Iraq è significativo. Adnani, supervisore del fronte esterno, non solo coordinava i combattenti in Occidente ma sembrava non doversi neppure preoccupare della segretezza. Anzi, all’opposto. Più era trasparente e più era facile per chi lo ascoltava mettere in pratica le sue direttive. Dall’accoltellamento con un’ascia come in Germania, a un camion-ariete come a Nizza. Ma già stava guardando oltre. Secondo alcune ricostruzioni Al Adnani aveva già iniziato a pensare al momento in cui l’Isis avrebbe potuto essere sconfitto sul terreno, ovvero stava studiando come creare una quinta colonna in Europa.

Taha Sobhi Falaha __ questo il suo vero nome, 38 anni, originario di Idlib _ avrebbe costituito, secondo quanto rivelò un’inchiesta del New York Times, l’Emni, il servizio d’intelligence dello Stato Islamico, che ha preso in carico, oltre all’intelligence esterna, anche il coordinamento della jihad del terrore, portata in Europa e in America come strumento di guerra e di vendetta. L’unità controllata da Adnani avrebbe inviato i suoi agenti in giro per il mondo ad organizzare le stragi e gli attacchi all’estero: l’Emni avrebbe anche addestrato i terroristi che hanno compiuto, tra l’altro, le stragi di Parigi e di Bruxelles.

Il Nord-Est della Siria è per i jihadisti l’area di addestramento ideale, un ponte sul confine turco verso l’Europa. Del resto da cinque anni questa è la meta agognata dei foreign fighters: è il “nostro” Afghanistan da monitorare. L’uccisione di Al Adnani ad Aleppo conferma che questa è ancora considerato dallo Stato Islamico in ritirata la zona chiave dove potersi riorganizzare come gruppo terrorista e non solo si guerriglia.
Figura sfuggente quanto quella di Al Baghdadi _ benché di lui circolino diverse fotografie _ con una taglia di 5 milioni di dollari sulla sua testa, Adnani era già scampato a un raid nel gennaio di quest’anno, nel quale però sarebbe rimasto soltanto ferito. Secondo il comando congiunto iracheno, aveva perso molto sangue e sarebbe stato operato d’urgenza in un ospedale. Il messaggio odierno, in lingua inglese e araba, dell’agenzia stampa dell’Isis afferma che Adnani “ha subito il martirio mentre coordinava le operazioni per respingere la campagna militare contro Aleppo”. E segue la minaccia di una vendetta ma non si dice nulla del suo ruolo nell’organizzazione dove comunque aveva scalato le gerarchie fino ai vertici.

Al Adnani era comunque considerato il siriano più potente nel movimento terroristico, indicato persino come un possibile successore del Califfo Baghdadi, in pratica da quasi un anno scomparso dalla scena. Era un veterano del jihad ma forse due fattori ostacolavano la sua ascesa ai vertici: il primo la nazionalità siriana e il fatto di non appartenere al nucleo di Al Qaeda in Iraq, fondato dal giordano Abu Musab Zarqawi, che aveva dato origine allo Stato Islamico.

Fonte: Il Sole 24 Ore