Ha armato l’Isis, appoggiato gli alqaidisti di Jabat al Nusra ed ospitato i peggiori gruppi jihadisti. Ha trascinato Ankara sulla strada dell’oscurantismo islamista archiviando, pur appartenendo alla Nato, laicismo e tradizione kemalista.

Ha permesso a quattromila volontari «europei» e a decine di migliaia di jihadisti arrivati dal resto del pianeta di usare la Turchia come porta d’accesso per i fronti siriani. Eppure l’America di Barack Obama sembra pronta ad assecondare l’ennesimo bluff del presidente turco Recep Tayyp Erdogan. Il bluff di un «sultano» e di una Turchia che a parole si dicono pronti a combattere l’Isis, ma nei fatti puntano soltanto ad affossare il regime di Bashar Assad, annettersi parte dei territori siriani e far carne di porco di quei gruppi curdi dimostratisi gli unici in grado di fermare l’avanzata del Califfato.

Il patto scellerato, a dar retta ai media americani, sarebbe già stato sottoscritto e rischia di venir persino ratificato della Nato. Oggi, per la quinta volta nella sua storia, l’Alleanza si riunirà per una rara riunione straordinaria richiesta della Turchia in base a quell’articolo 4 che prevede il sostegno ad un Paese membro minacciato dall’esterno. Se capire chi minaccia la Turchia non è semplice, più facile è comprendere il perché della disponibilità statunitense di fronte al bluff di Erdogan. Le concessioni di Obama ad Ankara sono la conseguenza del sì di Ankara all’utilizzo della base aerea di Incirlik per i raid contro lo Stato Islamico. Una base che la Turchia si è sempre rifiutata di mettere a disposizione nonostante l’appartenenza alla Nato. «I dettagli devono ancor venir definiti. Stiamo discutendo di come la Turchia stia cooperando per appoggiare chi nel nord della Siria affronta l’Isis, l’obbiettivo – spiega al New York Times un alto funzionario dell’amministrazione Obama – è stabilire una zona libera dallo Stato islamico e garantire maggior sicurezza e stabilità lungo il confine della Turchia con la Siria». Il diavolo però si nasconde sempre nei dettagli. E sono proprio i dettagli a far comprendere i piani, neppure troppo segreti, della Turchia. La creazione di una fascia di sicurezza in territorio siriano dove trasferire i «santuari» dei ribelli e i due milioni di profughi ospitati sui propri territori è l’obbiettivo prioritario di Erdogan. Il malumore degli elettori per la massiccia presenza di profughi e ribelli sui territori turchi è, infatti, una delle cause del brusco ridimensionamento subito dal partito di Erdogan alle recenti elezioni. La creazione della zona cuscinetto è, invece, fondamentale per colpire quei gruppi armati vicini al Pkk che dopo aver fermato l’avanzata dello Stato Islamico a Kobane e dintorni promettono di trasformare il nord siriano in un embrione di stato curdo. Non meno importante è l’opportunità di dirigere – direttamente dal territorio siriano – le operazioni di Jabat Al Nusra e degli altri gruppi di ispirazione alqaidista e jihadista che Ankara manovra e utilizza per colpire il regime di Bashar Assad. E visto che l’Amministrazione statunitense è riuscita fin qui ad addestrare, per sua stessa ammissione, soltanto 60 ribelli d’ispirazione moderata e filo occidentale, la zona cuscinetto concessa a Erdogan con l’avvallo di Washington è destinata a diventare la prima tessera di una Siria governata da Al Qaida e dai fanatici della jihad. Il tutto sotto gli occhi di un’Europa e di un’Alleanza Atlantica pronte, come già in Libia, ad accettare l’ennesima svista di Obama e l’ultimo fatale raggiro del sultano Erdogan.

Fonte: Il Giornale