E’ salito ad almeno 12 morti, tra cui 7 agenti di polizia, e 42 feriti il bilancio dell’esplosione a Istanbul di una autobomba azionata a distanza al passaggio di un autobus della polizia, che ha sventrato il veicolo. .

Un altro colpo al cuore di Istanbul, alle forze di sicurezza, al turismo: chi è stato? Il terrorismo scissionista dei “Falconi” curdi, l’Isis, i gruppi della sinistra radicale? Ogni attentato a Istanbul e in Turchia, quando mancano le rivendicazioni e anche quando ci sono, diventa un mistero, un’inestricabile rebus: anche degli attentati dei mesi scorsi di sicuro ci sono soltanto i tragici bilanci delle vittime ma è assai incerto capire chi sono gli autori e i veri mandanti. La dietrologia è all’ordine del giorno. Non è casuale che in occasione di massacri come quello di Ankara dell’ottobre scorso – oltre 100 morti in un raduno di curdi e forze di opposizione a venti giorni dalle elezioni – venga indicato tra i possibili responsabili lo “Stato profondo”, l’inestricabile e letale groviglio di servizi segreti, ambienti nazionalisti e forze oscure che colpisce nei momenti critici della nazione.
Un sola cosa è certa: la Turchia non solo è meno sicura che in passato ma anche meno liberale. Questo rimane un Paese in guerra su tre fronti.
Quello interno, un conflitto che dura da oltre trent’anni nell’area curda dell’Anatolia del Sud-Est: secondo fonti militari turche sono oltre 5mila i miliziani del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) uccisi nelle operazioni lanciate fuori e dentro il paese, in Iraq, a partire dal luglio scorso. I massacri inauditi compiuti dalle forze di sicurezza nella città di Cizre e documentati di recente davanti alle Nazioni Unite sono il segnale evidente che questa è una guerra diretta non solo contro i militanti ma anche nei confronti della popolazione.
All’esterno, in Siria, la Turchia è coinvolta da 5 anni nella guerra contro Assad, sostenuto da Russia e Iran, con un ambiguo appoggio ai gruppi islamici radicali e ora è costretta a fare di malavoglia la guerra al Califfato perché è un Paese Nato e non si può sottrarre alle pressioni americane.
Si tratta di una partita strategica perché i curdi siriani si stanno ritagliando nel Rojava una sorta di regione autonoma e partecipano all’offensiva contro l’Isis con l’appoggio americano.
Questo è il terzo conflitto in cui Ankara è protagonista: non dimentichiamo che nel 2014 le forze turche impedirono l’afflusso di volontari a Kobane, la città siriana al confine con quella di Suruc, dove i curdi erano assediati dal Califfato. La nascita di un eventuale stato alla frontiera con la Siria è vissuto come il peggiore incubo strategico dalla Turchia che teme la propagazione dell’irredentismo curdo. A tutto questo si aggiunge la contrapposizione tra una Turchia laica e secolarista e una Turchia conservatrice e tradizionalista che alle elezioni appoggia largamente il partito Akp di Erdogan.
Questo attentato di Istanbul rafforzerà il governo Erdogan nella convinzione di non cedere alle pressioni di Bruxelles e di mantenere intatta la legge anti-terrorismo che fa parte del pacchetto negoziale per la concessione di visti europei ai cittadini turchi.

Fonte: IlSole24Ore