L’Egitto sta perdendo il Sinai? Dopo l’attentato dell’ottobre scorso all’aereo russo di Sharm el-Sheikh il generale Abdel Fattah al-Sisi era già apparso in difficoltà e con lui un Paese di oltre 80 milioni di abitanti, strategico per tutto il mondo arabo. L’attacco al resort di Hurghada, preceduto da quello di giovedì alle piramidi di Giza, conferma che l’Egitto di al-Sisi non è per niente uscito dall’emergenza ed è nel mirino dei jihadisti.

Al-Sisi, che aveva schiacciato i Fratelli Musulmani al potere con il colpo di Stato del 2013, deve affrontare tre sfide contemporaneamente: il Califfato nel Sinai, i Fratelli Musulmani nell’Egitto centrale, i ribelli islamici libici alle frontiere occidentali, dove le bande dell’Isis stanno avanzando sui terminali petroliferi della Cirenaica. Sono gruppi diversi, per come agiscono e per le diverse finalità politiche, ma in comune hanno l’ideologia jihadista, che punta a far collassare l’attuale assetto sociale e istituzionale e spaccare l’Egitto trasformandolo in un Paese confessionale.

La situazione in Sinai è bollente, molte aeree, del tutto fuori controllo delle forze governative, sono cadute in mano ad Ansar Bayt al-Maqdis, affiliato all’Isis dal 2014 che ora si fa chiamare “Stato del Sinai”: da questo conflitto con i jihadisti emerge un profondo risentimento nei confronti del regime del Cairo, considerato distante dalle esigenze della popolazione locale e in rotta di collisione con le popolazioni beduine. Un sentimento che – come dimostrano diverse altre realtà mediorientali – alla lunga potrebbe favorire il reclutamento e il rafforzamento delle milizie jihadiste, un problema che viste anche le recenti minacce portate dal Califfato potrebbe estendersi anche nella vicina Striscia di Gaza, complicando il quadro della situazione palestinese.

L’attacco di Hurghada, dai contorni ancora incerti, rischia di colpire ulteriormente il settore turistico – 11% del Pil, 15% delle esangui riserve valutarie – già pesantemente in crisi: l’Arabia Saudita ha appena ampliato da 6 a 8 miliardi di dollari gli aiuti al Cairo ma sulla questione siriana al-Sisi e Re Salman hanno posizioni opposte, con l’Egitto più vicino a Teheran e Mosca che a Riad. Un vero asse panarabo contro il terrorismo deve ancora nascere e la tensione tra Iran e Arabia Saudita complica la battaglia contro il jihadismo pure per il generale egiziano. Anche l’Italia deve valutare con attenzione l’evoluzione del quadrante egiziano e di un alleato che dovrebbe costituire un sostegno a un eventuale intervento in Libia e finora non ha fatto molto, anzi il contrario, per convincere Tobruk e Tripoli a mettersi d’accordo in un governo di unità nazionale.

Fonte: ll Sole 24 Ore