Da lunedì 5 settembre al campo terremotati di Pescara del Tronto, sul versante marchigiano, se i poveracci ospitati nelle tendopoli hanno voglia di un caffè, devono pagarselo. Il 29 agosto scorso infatti è stata installata gratuitamente una macchina distributrice di bevande calde come quelle che si trovano solitamente in ufficio: caffè, the, cappuccino, cioccolata calda. Tutti offerti dalla generosa azienda Caffematik.

Ma qualcuno nel campo ha deciso che con la prima settimana di settembre a quella pacchia bisognava mettere fine. Gratis, sì, ma solo fino al 4 settembre ha corretto qualcuno il cartello con pennarello nero. E ha aggiunto “Da oggi a pagamento, grazie”. Ma con una serie di freccette in evidenza hanno voluto segnalare che nessuno ha intenzione di speculare sui poveri terremotati che debbono tenersi svegli. Sotto al cartello infatti un “nota bene” segnalava che “i profitti ricavati dall’esercizio saranno devoluti alle varie associazioni unite per il sisma. Grazie”.

E’ la creazione dell’economia circolare in salsa marchigiana: i terremotati si pagano il caffè, e quei soldi finiscono alle associazioni che aiutano i terremotati dal giorno del sisma. Una lezione di vita, così mica devi stare lì con le mani in mano ad attendere il sussidio pubblico: ti finanzi da solo, niente storie.

L’episodio per quanto piccolo, è grottesco. Ma soprattutto è indice del grande caos che sta regnando nei campi terremotati da quando si sono spenti i riflettori mediatici e ha avuto anche un bel freno la passerella politica dei primi giorni. All’epoca ogni giorno atterrava lì in elicottero un alto papavero del governo centrale o delle istituzioni locali, e iniziava a fare promesse alla povera gente. La prima è stata “scegliete voi il vostro futuro, noi faremo quel che ci direte”. La seconda è stata: “non vi dimenticheremo”. DSCN1575Quest’ultima è apparsa subito pietosa bugia, soprattutto da questo versante geografico della disgrazia. Perché ad Amatrice ancora qualche passerella accade. Lì la tragedia ha avuto proporzioni più vaste, e ancora ieri è stato recuperato un corpo che era dato per disperso, quello di un povero ragazzo afghano che era ospite di una casa crollata dove avevano sistemato uno Sprar, mini centro di accoglienza di profughi. Però se i riflettori da quelle parti sono ancora accesi, è dovuto in gran parte al grande agitarsi di un rompiscatole vero come il sindaco di quel paese, Sergio Pirozzi, che non molla la presa e ha al suo arco una freccia non da poco: il numero di telefonino privato di Matteo Renzi, che glielo ha fornito nelle prime ore.

Ma ad Arquata, Pescara del Tronto e nei comuni colpiti su quel versante del sisma non c’è il pressing di cui ancora può beneficiare Amatrice. E più di un malumore sta sorgendo fra gli sfollati, che temono anche di essere presi in giro. Le mamme che sono restate in tenda dopo le promesse della prima ora perché dicevano loro che subito sarebbe state montata una scuola a cui mandare i loro figli stanno ancora attendendo non solo il fabbricato, ma la scelta delle aree su cui posizionarlo.

Non vogliono andare via dai loro paesi, e leggono stupefatte come la maggiore parte degli sfollati le cronache dei quotidiani e vedono quelle dei Tg dove si dà per scontato che nel giro di due settimane le tendopoli verranno smantellate perché gli abitanti avrebbero accettato di portarsi via le poche cose ed essere ospitati da case popolari e alberghi messi a disposizione a molti km di distanza da lì. Non è così, e se proveranno a togliere le tende loro andranno a dormire nelle roulottes vicino ai paesi che non vogliono lasciare senza vigilanza.

E’ quel che accade già oggi, ed è il frutto della totale mancanza di dialogo fra le istituzioni e le popolazioni colpite in quella area. Di fatto gli unici veri colloqui avvenuti con loro sono stati quelli di Renzi o del capo dello Stato Sergio Mattarella durante i funerali di Ascoli Piceno e Amatrice. Nessuno di loro ad esempio sarà oggi presente nemmeno a rappresentare gli altri nell’incontro convocato dal premier a palazzo Chigi per l’elaborazione del progetto “Casa Italia” sulla ricostruzione futura.

La speranza della politica è che il maltempo e il primo avviso di inverno pieghino questa gente e li costringano a rinunciare ad ogni resistenza possibile, abbandonando quelle zone e consentendo di smantellare le strutture della protezione civile. Ma non fanno i conti con loro, che sono montanari dalla testa dura e abituati a resistere a tutto: maltempo, alluvioni, perfino il terremoto.

Fonte: limbeccata.it