Chi vede ma non osserva pensa che l’ottagono sia solo una forma come un’altra. E il Battistero di Parma – la cui costruzione ottagonale è opera di Benedetto Antelami, architetto del XII secolo – in chi vi s’imbatte e passa avanti sembra solo un reperto imbalsamato, uno tra i tanti monumenti medievali avvolti dall’indifferenza dei passanti, invece, accompagnato dallo scampanellare delle biciclette che vi ronzano intorno, è un recinto di segreti.Il Battistero di Parma – e l’ho capito leggendo un libro assai speciale di Claudio Mutti, Il Linguaggio segreto dell’Antelami – non è un feticcio del turismo. È come un film – meglio, è come un romanzo – ma meglio ancora: è un’esperienza metafisica, un oltrepassare il mondo verso il cosmo, una vertigine sapienziale, un’immersione nel precipitato alchemico e dunque qualcosa di più.Il Battistero di Parma, a squadrarne il percorso, senza cedere alle apnee archeologiche, non è certo un dettaglio di storia locale ma qualcosa di più del Nome della Rosa di Umberto Eco, più di una saga tolkieniana, più di un episodio vissuto di Harry Potter dove pure, grazie agli effetti speciali, ci sono gli unicorni, i cavalli marini, la Rosa Mundi e la Rota Mundi, tutto, insomma, ma non il “volgitore della ruota”, il Chakravarti della sovranità.

Il capolavoro dell’Antelami

Chi vede, ma non osserva, pensa che l’ottagono sia una forma come un’altra e che questo sia uno tra i tanti monumenti medievali avvolti dall’indifferenza dei passanti. Invece è un recinto che nasconde. È un’esperienza metafisica, un oltrepassare il mondo verso il cosmo, una vertigine sapienziale, un’immersione nel precipitato alchemico

L’ottagono – simile a magnete incastrato nel vortice delle sfere – è, appunto, il tracciato del tempio imperiale di Castel del Monte, il segreto inviolato di Federico II, il vero effetto speciale atteso nella palingenesi di Oriente e Occidente.

Chi legge l’ordito del camminamento segnato dall’Antelami – partendo dalla Porta Sud, percorrendo in senso orario, girando intorno al Battistero – vive, nel seguire tutte le formelle, un pellegrinaggio iniziatico la cui conclusione, nel lasciarsi possedere dalla speciale fabbrica del luogo, si rivela in un incontro: il Veltro.

È visibile tra le pietre, il Veltro, ed è l’ultima stazione e si raffigura nella forma di un cane levriere chiamato ad apporre il sigillo ad un apologo cosmogonico. Quel cane, scolpito da Antelami in anticipo di un secolo sulla profezia di Dante Alighieri (“infin che il Veltro verrà…”, Canto I, Inferno), assaporandone il suono della parola – all’ospite che sappia ascoltare il riverbero di voce e luce delle pietre – quel cane altro non è che il khan.

È, dunque, il signore. È il reggitore del cosmo, è l’uomo che dismette il gravame individuale per intraprendere – così nel racconto dell’Antelami – il viaggio verso “l’uomo universale”. È colui il cui passo sulla sabbia non lascia traccia ma sulla dura roccia segna l’impronta, l’orma. È al-insan al-kamil, ovvero, “il restauratore cosmico”, per dirla con Claudio Mutti che mi accompagna, ed è colui il quale: “Se sta al sole non proietta ombra, e nell’oscurità, da lui emana una luce”.

Chi mette passo nel Battistero e voglia leggere il proprio passo conta i sedici spicchi in cui è diviso l’ottagono. Come l’edificio intero, così il fonte battesimale – collocato al centro – ripete la scansione ottagonale per confermare la rappresentazione di un mondo intermedio, quello tra la terra e il cielo. Quella figura, quadrante il cerchio – il tondo che si fa quadrato in una sorta di affinamento alchemico della geometria – è una forma di transizione tra il cubo che rimanda al Timeo di Platone e la sfera che, in opposizione, evoca le Qualità di Aristotele. La geografia non è un ostacolo alla geometria e questa preghiera di pietra zoomorfa è tale e quale, secondo la simbologia architettonica evocata da Mutti, al Ming-Tang, il Tempio della Luce degli imperatori cinesi.

Tra vergini, unicorni, lonze e lepri, la zoologia sconfina nell’aritmosofia pitagorica, la scienza dei costruttori si avvale della sapienza remota anteriore agli stessi Evangeli e il visitatore che sappia leggere col proprio naso, ispezionando il sacrissimo spazio incontra la zaffata puteolente inequivocabile: il Maligno.

La figura ha la sua sfigura. Non è dunque solo dei santissimi restauratori la capacità di stampare il vestigium pedis – come Gesù sul Monte degli Ulivi, come Muhammad sulla Roccia dell’Ascensione, come l’Immortale P’ung-tzu sul monte Tao-ying, come Adamo, progenitore dell’umanità la cui impronta del piede destro, gigantesca, è tracciata sul Picco, a Ceylon – così anche il Diavolo, partecipe dell’esatto contrario, sfigura tra cotante figure lasciando traccia di sé, attraverso il ginocchio, il piede e un colpo di croce mozzata.

La sfigura ha la sua epifania. Guglielmo Capacchi, raccogliendo la leggenda parmense, raccontò del Satana smascherato di tutte le sua malefatte che “s’avventò ululando contro il muro nudo della parete sud-est, percuotendolo con il ginocchio destro, la punta del piede destro (l’incavo più piccolo in basso a sinistra) e la punta del forcone a tridente (i tre segni di croce greca mozzata in basso), quindi sparì in una nuvola di fumo puzzolente e non si fece mai più vedere”.

Chi sa leggere il proprio viaggio adotta l’abito dell’homo religiosus e perciò cerca un albero cui appoggiarsi per estrarne il miele. Ecco l’albero. Alle radici, delle bestie, quindi un drago e poi, intorno, quattro tondi: il Carro del Sole, Apollo, la Notte e il Giorno. E’ una storia arrivata a Parma dall’India. E’ una parabola di Siddharta, il futuro Buddha, ed è l racconto di un uomo che alla vista di un unicorno impazzito, fuggendo, precipitò in un burrone per ritrovarsi aggrappato a un arbusto rosicchiato alla radice da due sorci – uno bianco e uno nero – con un orrido drago ad aspettarlo e quattro teste d’aspidi protese su di lui. Con l’unico conforto del miele.

Chi sa viaggiare, legge e vive, con l’Antelami, la profezia che Virgilio affida a Dante, pellegrino oltre il mondo terreno. Il Battistero esige una circumambulazione intorno a un centro fissato sempre sulla destra di chi gira. Quello che Mutti definisce “un enigma scultoreo” è un inoltrarsi nel labirinto, un approssimarsi alla “Terra Santa” e tre sono le stazioni imposte nel passaggio: dall’Uccello al Leone fino al Veltro, “un percorso” – leggo nel libro di Mutti – “analogo al viaggio di Dante, tanto che la Lonza, il Leone e la Lupa sono presenti anche nello zooforo antelamico”.

Come in Dante, infine, il Veltro. E dunque il khan. Cento anni prima dell’Alighieri, evocato da Antelami, c’è il sovrano tra i sovrani, il più celebre dei quali, Gengis Khan “all’epoca” – dice Mutti che vedo allontanarsi in bicicletta, avvolto in un elegante mantello, col colbacco come copricapo – “aveva circa trent’anni”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano