Ieri ho rilasciato una lunga intervista a un sito. L’intervistatore sapeva tutto di me, anche cose che io stesso ignoravo di me stesso. A un certo punto mi ha detto che, osservando la mia carriera, gli veniva in mente Nanni Moretti in Caro diario: “Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone (..) Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza“.

E’ un passaggio che, fino a una decina di anni fa, mi piaceva molto. Come molto mi piaceva Nanni Moretti. Poi ho capito una cosa: che quella di Nanni Moretti non era una frase dolente e malinconica, ma la rivendicazione snob di non essere stupido come la maggioranza. Non è che a Moretti spiacesse essere in minoranza: gli faceva piacere, anzi, perché esserlo equivaleva al risultare molto più intelligenti degli altri. Io, no. Quella frase mi fotografa, me come credo molti di voi, ma non la vivo certo come un vanto. Sono passati gli anni e molte “guide” della sinistra si sono rivelate sovrumani bluff. Alcune (poche, a dire il vero) scrivono in quel che resta de L’Unità, un giornale che ormai fa più schifo che spavento (cit).

Aveva di nuovo ragione Mario Monicelli, che già ai tempi di Ecce Bombo trattava Moretti come uno che col passare degli anni avrebbe perso smalto e forza, bellezza e mordente. Molti (non tutti) dei suoi film sono invecchiati male, a differenza di quelli di Monicelli. Nanni Moretti, in Caro diario, non esprimeva un disagio: al contrario, rivendicava – e riverberava – l’antico orgasmo della nicchia. Null’altro che un vecchio mantra della “sinistra”: “Siamo uguali, ma siamo diversi”. Siamo minoranza, ma lo siamo perché migliori del volgo. Nel frattempo, oggi, quasi tutti si sono accasati nella grande casa vacua del renzismo. A conferma di quanto, al tempo, ci prendessero in giro. A conferma di come bisogna sempre diffidare degli “impegnati”, dei “massimalisti”, degli “integralisti”: è quasi sempre gente che a 20 anni dava del fascista a Battisti perché parlava “solo” d’amore e poi a 50 anni vota Monti o (peggio) Boschi. State attenti ai duri e puri: saranno i primi, col tempo, a fottervi. Fischiettando, e senza mai perdere quell’aria tronfia.

A me non piace far parte di una minoranza, caro (sempre meno) Moretti. Non ho per niente il culto della nicchia. Mi piacerebbe che gli stadi li riempissero (per dire) Il Pan del Diavolo e non i Modà. Mi piacerebbe che ai referendum si raggiungesse il quorum. Mi piacerebbe che Roger Waters e Bruce Springsteen continuassero a fare sold out fino al 2174. E via così. Questa gigantesca masturbatio del “noi siamo pochi e quindi fighi”, fino a ieri, mi sembrava una accettabile copertina di Linus usata dai fighetto-alternativi per giustificare i loro parziali fallimenti commerciali. Ora, specie se detta da artisti come te, mi pare quel che probabilmente è: un ipocrita e furbastro mantra salottiero, perfetto per quella finta sinistra che ha abbaiato tanto per non mordere mai. Tra un Kiarostami e un Ginger ale.

Fonte: Il Fatto Quotidiano