Gli spostamenti di truppe e le battaglie estive nel nord della Siria sembrano senza senso agli occhi degli osservatori. Eppure ogni forza in gioco persegue con tenacia i propri obiettivi. Mentre tutti i protagonisti dichiarano di combattere contro Daesh (l’Isis), l’Emirato Islamico si muove ma non fa che arretrare nel deserto. La vera posta in gioco degli eventi è la possibile creazione di un Kurdistan a spese degli abitanti arabi e cristiani. Quella che segue è un’analisi degli obiettivi di guerra delle principali forze in campo, fermo restando che la Siria è uno stato sovrano e che nessuna delle parti qui elencate ha il diritto di mutilarla per creare una nuova entità.

Nove risposte alla questione curda, di cui sette illegali

1- Daesh non ostacolerà la creazione di un Kurdistan a condizione che non sia a est dell’Eufrate

L’Emirato Islamico, creato in Iraq da John Negroponte e poi dal generale David Petraeus, è ancora controllato da quest’ultimo, che ha subappaltato alla Turchia la guida di questa unione tra Fratelli Musulmani, confratelli della Naqshbandiyya e tribù sunnite del deserto siro-iracheno. Così, durante la presa di Jarabulus a Daesh da parte dell’esercito turco, i jihadisti si sono ritirati senza combattere obbedendo al loro mentore turco. Dopo la battaglia di Ayn al-Arab (Kobanê, nel Kurdistan siriano), Daesh ha accettato l’idea di un Kurdistan ma non a est dell’Eufrate.

2. Gli Stati Uniti sono ormai favorevoli alla creazione di un Kurdistan in Siria

Durante la prima guerra mondiale, il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson aveva fissato fra i suoi obiettivi la creazione dell’Armenia, di Israele e del Kurdistan. Alla fine del conflitto, per valutare la situazione inviò la Commissione King-Crane, la quale dichiarò:

«I curdi rivendicano un ampio territorio sulla base della loro presenza, ma poiché sono molto mescolati con gli armeni, con i turchi e con altri, e divisi tra Qizilbash, sciiti e sunniti, si ritiene preferibile limitarli all’area geografica naturale che si trova nella proposta di un’Armenia a nord e della Mesopotamia a sud, con il canale tra l’Eufrate e il Tigri come confine occidentale e la frontiera persiana come confine orientale (…). È possibile spostare fuori da questa zona la maggioranza dei turchi e degli armeni, che sono pochi, per uno scambio volontario della popolazione e ottenere così una provincia di circa un milione e mezzo di abitanti, quasi tutti curdi. La sicurezza dei caldei, nestoriani e cristiani siriani che vivono nella zona deve essere garantita.»

La Commissione King-Crane visitò la regione proprio alla fine del massacro dei cristiani, che durò dal 1894 al 1923, prima da parte dell’Impero Ottomano poi dai Giovani Turchi con l’aiuto della Germania del Secondo Reich e della Repubblica di Weimar. La commissione si mostrò molto prudente circa la possibilità di far vivere degli armeni in uno stato curdo, sapendo che i turchi usavano i combattenti curdi per massacrare i cristiani. Dal novembre 2015, dei curdi della YPG (Unità di Protezione Popolare: la milizia della regione a maggioranza curda nel nord della Siria, ndt) hanno cercato di curdizzare con la forza i cristiani assiri del nord della Siria, riaprendo questa vecchia ferita. In ogni caso un Kurdistan fu creato sulla carta dalla Conferenza di Sèvres nel 1920, ma con l’avvento della rivolta turca guidata da Mustafa Kemal non vide mai la luce. Infine gli Stati Uniti vi rinunciarono nel 1923 col trattato di Losanna.

Su questa mappa, tratta dal sito web lesclesdumoyenorient.com, si vede che il presidente Wilson aveva previsto di creare il Kurdistan nell’odierna Turchia e in una piccola porzione dell’attuale Kurdistan iracheno. La Siria di oggi non era assolutamente interessata da questo progetto.

Durante la guerra civile turca alla fine degli anni Settanta, la Siria di Hafiz al-Assad (padre dell’attuale presidente siriano, ndt) diede il suo sostegno al PKK curdo, sulla base delle proposte del presidente Wilson. Concesse asilo politico al leader del PKK Abdullah Öcalan, che assunse l’impegno scritto di non rivendicare mai il territorio siriano. Mentre il censimento del 1962 in Siria rilevava solo 162.000 curdi, un milione di curdi turchi si rifugiarono in Siria e ottennero ugualmente asilo politico. Ora sono due milioni e hanno ricevuto la cittadinanza siriana nel 2011. All’inizio della guerra hanno combattuto per difendere la Siria con armi e paghe fornite da Damasco contro i mercenari islamisti.

Tornando sui loro passi, gli Stati Uniti hanno poi promesso a diversi leader curdi in Iraq, Siria e Turchia di potersi ritagliare uno stato per loro in Siria se si fossero rivoltati contro Damasco. Alcuni hanno accettato.

Nei primi mesi del 2014, quando pianificò l’espansione di Daesh e l’invasione di al-Anbar in Iraq, il gruppo di David Petraeus autorizzò anche il governo regionale curdo dell’Iraq a conquistare i campi petroliferi di Kirkuk. Cosa che fu fatta senza sollevare la minima condanna internazionale, dato che l’opinione pubblica vedeva solo i crimini commessi da Daesh.

3- La Russia sostiene i diritti della minoranza curda

Inizialmente, la Russia ha sostenuto il progetto di una regione autonoma curda in Siria sul modello delle proprie repubbliche autonome. In febbraio è stata aperta a Mosca una rappresentanza della YPG, la milizia della regione curda in Siria.

Tuttavia, di fronte alle reazioni indignate dei siriani, la Russia si è resa conto che la situazione di questo paese è diversa dalla sua. Le minoranze siriane sono talmente intrecciate che non c’è un’area in cui costituiscano la maggioranza. Nel corso dei millenni la difesa del paese si è organizzata a cominciare dalla mescolanza delle popolazioni, in modo che, ovunque, una minoranza legata a un eventuale invasore potesse proteggere il resto della popolazione. Di conseguenza lo Stato siriano non garantisce i diritti delle minoranze delegando loro la gestione di regioni separate, ma organizzando le istituzioni e l’amministrazione in modo laico sul doppio livello religioso ed etnico.

Oggi la Russia affronta dunque la questione curda in modo diverso. Si è impegnata a difendere i diritti delle minoranze in generale e di questa in particolare, ma le ha imposto di schierarsi a favore o contro gli islamisti. In effetti, per il momento, i curdi di ogni orientamento lottano contro gli islamisti, non perché siano islamisti ma per impadronirsi dei territori che occupano e occuparli a loro volta, a proprio vantaggio. La Russia ha quindi chiesto loro di specificare con chi sono alleati: Washington o Mosca.

4- La Turchia è favorevole alla creazione di un Kurdistan in Siria amministrato dai Barzani

Ankara non vuole che un Kurdistan siriano possa servire come base di retrovia al PKK per estendersi in Turchia a danno di quest’ultima, che comunque mantiene ottimi rapporti con il governo regionale del Kurdistan iracheno e non ha alcun motivo per opporsi alla creazione di un Kurdistan siriano. Questo è il motivo per cui, in previsione di sostenere questo Stato, il presidente Recep Tayyip Erdoğan aveva concluso un accordo segreto con uno dei due co-presidenti della YPG siriana. Tuttavia questo accordo non ha resistito alla repressione dei curdi turchi da parte dello stesso Erdoğan, dopo il loro successo nelle elezioni legislative del giugno 2015.

L’estrema destra turca, sia che si tratti di MPH e Lupi grigi o della Millî Görüş di Erdoğan, professa un’ideologia razziale. Secondo questi partiti e milizie, la Turchia deve essere islamica e fondata sulla razza turco-mongola, il che comporta l’espulsione dei cristiani e dei curdi. Questo punto di vista non è condiviso dall’opposizione, così che un gran numero di curdi è perfettamente integrato.

Quando il fondatore dei Lupi grigi, Alparslan Türkeş, diventa vice primo ministro e pubblicamente dichiara possibile la liquidazione dei curdi sul modello dell’eliminazione dei cristiani durante il genocidio degli armeni e dei greci del Ponto, Abdullah Öcalan crea il PKK (1978). Questi ottiene poi asilo politico a Damasco fino al 1998, quando Ankara minaccia di schiacciare il vicino siriano se continua a ospitarlo. Hafiz al-Assad chiede quindi a Öcalan di trovarsi un altro paese disposto ad accoglierlo. E alla fine sarà portato in Kenya dal Mossad, con l’aiuto dei curdi del KDP (partito politico del Kurdistan iracheno, ndt), e incarcerato in Turchia.

5- L’Iran si oppone alla creazione di un Kurdistan

Circa 4,5 milioni di curdi sono iraniani e dispongono di una regione dove sono la maggioranza. Se godono dell’uguaglianza giuridica, la loro regione è discriminata e meno sviluppata di quelle abitate dai Persiani. La Repubblica islamica è molto legata all’inviolabilità delle frontiere, ancor più in quanto la creazione di un nuovo stato potrebbe incoraggiare il separatismo di altre minoranze, come i beluci. Infine, essendo un alleato della Siria, l’Iran non può accettare che sia creato un Kurdistan a suo discapito.

6- Il governo regionale curdo dell’Iraq è favorevole alla creazione di un Grande Kurdistan a cavallo tra Iraq e Siria

Il governo regionale curdo dell’Iraq guarda con preoccupazione ai curdi in Siria. In effetti i due gruppi di popolazione non parlano la stessa lingua (il gorani e il kurmanji) e durante la guerra fredda hanno avuto una storia conflittuale. I curdi iracheni filtrano l’ingresso nel loro territorio dei curdi siriani, vietando l’accesso a coloro che sospettano essere ancora legati al PKK turco.

Il presidente Masud Barzani si è autoprorogato il potere dal 2012, impedendo lo svolgimento delle elezioni. Ha istituito un regime corrotto e autoritario, non esitando a far assassinare i suoi oppositori. Con l’aiuto di Daesh ha esteso del 40% il territorio della sua regione, annettendo i campi petroliferi di Kirkuk, poi attraverso il suo oleodotto ha smerciato il petrolio rubato da Daesh.

La conquista della zona ombreggiata su questa mappa permette una continuità geografica tra la sua regione e un eventuale Kurdistan nel nord della Siria.

Dopo aver sostenuto Daesh durante la battaglia di Ayn al-Arab (Kobanê), il governo regionale curdo iracheno si è avvicinato alla YPG su richiesta di Washington e le ha fornito un’assistenza simbolica. Il «presidente» Barzani annuncia frequentemente che la sua regione dichiarerà la propria indipendenza e così prevede di annettere una parte della Siria. Tuttavia si oppone fermamente alla creazione di un Kurdistan guidato da Saleh Muslim, co-presidente del PYD (partito politico curdo della Siria settentrionale, ndt).

7- Israele è favorevole alla creazione di un Grande Kurdistan in Iraq e in Siria, ma non in Turchia

Per garantire la propria sicurezza, Israele ha caldeggiato inizialmente la creazione di zone smilitarizzate sul suo confine a scapito dei vicini, il Sinai egiziano e il Libano meridionale. Tuttavia, con lo sviluppo dei missili, ha abbandonato questa strategia ed evacuato sia il Sinai che il sud del Libano. Dal 1982 ha elaborato una strategia per controllare da dietro le tre grandi potenze della regione, che sono l’Egitto, la Siria e l’Iraq. Per fare questo, ha sostenuto la creazione di uno stato indipendente, il Sudan del Sud, e ora è per la creazione di un Grande Kurdistan a cavallo tra Siria e Iraq.

Dai tempi della guerra fredda Israele ha rapporti molto stretti con il clan Barzani, ora al potere nel Kurdistan iracheno.

8- La Francia sostiene la soluzione del problema curdo, senza influire sul territorio turco

Nel 2011 i ministri degli esteri francese e turco, Alain Juppé e Ahmet Davutoğlu, hanno firmato un trattato che prevedeva il sostegno della Turchia nelle guerre contro la Libia e contro la Siria (che non era ancora iniziata) in cambio del sostegno all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e della soluzione della questione curda a spese dei vicini della Turchia. In altre parole, la Francia si è impegnata a creare uno stato indipendente, o in Siria o in Iraq o a cavallo tra i due paesi, per potervi deportare i membri del PKK. Questo trattato, che pianifica crimini contro l’umanità, naturalmente è tenuto segreto e non è stato ratificato dai rispettivi parlamenti.

Il 31 ottobre 2014 il presidente Hollande ha ricevuto Erdoğan all’Eliseo. Uno dei due co-presidenti della YPG siriana, Saleh Muslim, si è segretamente unito al loro incontro. I tre uomini si sono impegnati a creare, a spese dei suoi attuali abitanti, un Kurdistan in Siria del quale Muslim sarebbe «nominato» presidente.

Tuttavia, dopo la battaglia di Ayn al-Arab (Kobanê in curdo kumandji) Hollande ha ricevuto, questa volta pubblicamente, su richiesta degli Stati Uniti, l’altro co-presidente della YPG, Asya Abdullah, scatenando la collera di Ankara (8 febbraio 2015). In effetti la signora Abdullah è considerata fedele al leader del PKK Abdullah Öcalan, quindi contraria a una presidenza di Saleh Muslim.

Cambiando ancora una volta posizione dopo gli attentati di Parigi, la Francia ha fatto adottare dal Consiglio di Sicurezza la risoluzione 2249 che autorizza l’intervento militare contro Daesh, il che fornisce un ottimo alibi per creare il nuovo stato. Ma gli Stati Uniti e la Russia hanno ritoccato all’ultimo momento il progetto francese in modo che Parigi non possa intervenire in Siria senza il consenso di Damasco.

9- Le tre principali fazioni curde sono favorevoli alla creazione di un Kurdistan ovunque, purché sia sotto il loro controllo e non dei rivali

Durante la guerra fredda i curdi si erano divisi tra pro Stati Uniti (PDK) e pro Unione Sovietica (PKK). La YPG rappresenta i rifugiati del PKK in Siria. A questa divisione fondamentale si sono aggiunte altre fazioni, al punto che oggi esistono una ventina di partiti politici curdi.

La società curda è organizzata secondo un sistema di clan che ricorda quello del sud Italia, nel senso che le appartenenze politiche sono decise dalla famiglia piuttosto che individualmente.

Nei secoli XVIII e XIX i leader curdi hanno sempre privilegiato le alleanze con grandi potenze piuttosto che con le persone con cui vivevano. In tal modo se la sono cavata a scapito del proprio popolo: una situazione che ricorda il comportamento dei leader maroniti in Libano.

Nel 1974-75 i curdi iracheni si allearono con gli Stati Uniti contro l’allora presidente iracheno Ahmed Hasan al-Bakr, ma gli statunitensi non intervennero quando al-Bakr represse gli stessi curdi sterminandoli sulle loro montagne. Interrogato da una commissione del Senato per sapere se si vergognava di averli abbandonati, il segretario di Stato Henry Kissinger rispose seccamente: «La politica estera degli Stati Uniti non è una questione filantropica».

I leader curdi che hanno accettato il progetto degli Stati Uniti con la speranza di raggiungere posizioni importanti nel futuro stato rifiutano di assumersi la responsabilità della Nakba (l’esodo della popolazione araba palestinese durante la guerra civile del 1947-48, letteralmente “disastro”, “catastrofe”, ndt) se dovessero essere lasciati fuori dal futuro potere. Sarebbe opportuno, infatti, espellere o massacrare le popolazioni arabe e cristiane assire che abitano nel nord della Siria e che li avevano accolti.

Recente uso della forza per sostenere ciascuno di questi progetti

Durante l’estate del 2016 gli Stati Uniti hanno sostenuto direttamente le FDS («forze democratiche siriane», cioè membri della YPG e alcuni mercenari arabi e cristiani) per sottrarre la città di Manbij a Daesh, che essi sostengono indirettamente attraverso la Turchia. A vittoria acquisita, il Pentagono ha costretto la YPG a ritirarsi dalla città che aveva conquistato, a vantaggio di gruppi oppositori di Damasco.

Il 23 agosto il presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, Masud Barzani, è stato ricevuto con tutti gli onori dai principali leader turchi. In particolare ha avuto un colloquio di due ore con il presidente Erdoğan. Il Kurdistan iracheno ha dato il proprio sostegno alla Turchia contro i curdi del PKK e ha stabilito con lei un piano per distruggere i suoi impianti nelle montagne irachene. Inoltre le due parti hanno discusso la cooperazione energetica, probabilmente su come continuare a rivendere il petrolio rubato da Daesh.

Lo stesso giorno, l’esercito turco è entrato in territorio siriano e ha portato via a Daesh la città di Jarabulus (tra il confine e Manbij). Questa operazione è stata fatta senza combattere perché Daesh ha obbedito al suo mentore turco. D’altronde, per il momento non c’è mai stata battaglia, né qui né altrove, tra l’esercito turco e Daesh.

Cercando di portare avanti il proprio vantaggio, l’esercito turco ha continuato l’avanzata conquistando villaggi e avvicinandosi a Manbij. Anche se gli Stati Uniti gli hanno ordinato di fermarsi, ha continuato la sua marcia. Così la CIA ha dato missili anticarro alla YPG, che inizialmente ha sparato sui carri armati turchi (ma non a Jarabulus) e poi sull’aeroporto turco di Diyarbakir. Avendo compreso il messaggio, l’esercito turco ha ripiegato su Jarabulus e ha consegnato i villaggi del sud della città a milizie turkmene, che questa volta agivano sotto la bandiera vacante dell’esercito siriano libero.

Il giorno dopo la visita di Barzani, il vicepresidente americano Joe Biden si è ugualmente recato in Turchia. Quando era senatore, aveva presentato un disegno di legge volto a proclamare l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Ha dichiarato di aver chiesto alla YPG di ritirarsi dall’ovest dell’Eufrate, una zona che include Manbij, in caso contrario Washington cesserebbe ogni sostegno ai curdi. Tuttavia, poiché Daesh ha già fatto sapere che non consentirà alla YPG di installarsi a est dell’Eufrate, non è ben chiaro quale territorio rimanga a disposizione.

In definitiva, è stato concordato un tacito accordo tra Ankara e Damasco per contrastare un Kurdistan amministrato dalla YPG, mentre un altro accordo è stato ufficialmente concluso tra il Pentagono e la YPG affinché questi non si sparino addosso tra loro, malgrado la nuova giravolta di Washington contro la creazione di un Kurdistan.

Fonte: Rete Voltaire