Stando al sito ufficiale Pd, i parlamentari di questo partito caposaldo della maggioranza di governo sono 423, 310 deputati e 113 senatori. Di costoro, quando si è trattato di votare la fiducia, soltanto 38 hanno negato il «sì» a Matteo Renzi. Pochi, pochissimi se si pensa alle polemiche fragorose che hanno sollevato e che pareva potessero mettere in difficoltà il premier. Il quale, invece, non ha subìto alcuna scossa e si è confermato stabile.

Non dubitiamo: erano fondate le critiche rivolte dai dem dissidenti e dall’opposizione ai renziani, accusati di aver preteso a ogni costo l’approvazione di una legge elettorale, l’Italicum, finalizzata a dominare la scena politica e a evitare scocciature. Non siamo esperti di alchimia elettorale né la materia ci appassiona, convinti che alle urne vinca sempre chi ottiene almeno un suffragio di più degli avversari. Ci domandiamo piuttosto perché la sinistra, la frangia che non sopporta la leadership arrogante del premier, si sia impegnata in una battaglia persa in partenza su un tema, il sistema di voto, totalmente ininteressante per il popolo.

La gente ha assistito alla diatriba senza comprenderne il senso e l’ha seguita, se l’ha seguita, con distacco gelido. Il suo grado di partecipazione alla gara tra tifosi dell’Italicum e ostili al medesimo è stato pari a zero. Perché? Il problema relativo alle tecniche elettorali è lontano anni luce dalle angosce dei cittadini, progressisti o no, alle prese semmai con grattacapi concreti legati alla sopravvivenza.

Chi pensa che le famiglie italiane, riunite la sera attorno al tavolo per la cena, discutano animatamente se sia meglio il proporzionale o il maggioritario, o convenga introdurre il doppio turno senza premio di maggioranza, è fuori dal mondo: ingenuo oppure stupido.

Ecco perché l’odiato Renzi ha vinto con le mani in tasca, emarginando e ridicolizzando il gruppo dei propri detrattori. Nel quale figurano personaggi che furono importanti: Bersani ed Epifani, entrambi ex segretari dei postcomunisti; D’Alema, pure lui ex segretario e già presidente del Consiglio. Insomma, uomini di esperienza da cui ci si aspettava un comportamento più accorto. Niente da fare. Essi si sono lanciati in una sfida insulsa, tipica di altre epoche, quando la politica era un campo per iniziati dove gli italiani non si addentravano, persuasi che spettasse a lorsignori il compito di trovare le vie più idonee a far camminare speditamente la democrazia.

Oggi il Palazzo non è più considerato sacro, bensì un luogo frequentato da perdigiorno (e ladri) intenti a conservare la poltrona, con i privilegi a essa connessi; e la casta è disprezzata, trionfa l’antipolitica, alimentata dall’immobilismo dell’esecutivo. Chiunque dia l’impressione di essere intenzionato a mutare registro conquista simpatie e voti. È il caso dei renziani, pieni di difetti, ma «nuovi», freschi e pimpanti nel loro decisionismo fastidioso per i conservatori e apprezzato viceversa da chi, stanco dei bizantinismi partitici, saluta con gioia l’affermarsi di qualsiasi movimento di recente conio, cui attribuisce poteri miracolosi.

Ciò che non entra in testa al personale politico della sinistra tradizionale è proprio questo: i metodi di una volta, formali, dispersivi, rispettosi dell’etichetta e incuranti del contenuto, hanno disgustato gli italiani. Una prova si è avuta in questi giorni: la vecchia guardia del Pd ha fatto tanto rumore per nulla, trovandosi alla fine sconfitta e umiliata. È stata superata nelle idee e negli atteggiamenti. Non è stata nemmeno in grado di arrendersi all’evidenza, speranzosa com’era di riuscire a imporre le regole marce del passato, delle quali non ha avvertito l’inadeguatezza. È stato un errore politico frequente di chi non accetta di stare al passo con i tempi e rimane indietro, talmente indietro da rischiare di essere dimenticato.

Il problema della sinistra non è la sfrontata disinvoltura di Renzi nel rottamare i nonni, ma l’incapacità di costoro di stare lontano dall’altoforno e di inventarsi un altro mestiere, magari quello del pensionato.

Fonte: Il Giornale