Tra i suoi più grandi meriti, Anschluss (Annessione) è stato sicuramente il libro che è riuscito a porre l’attenzione sul primo esperimento radicalmente neo-liberista che ha perseguito l’Europa dopo il periodo post-bellico, e che ovviamente poteva prendere piede solo con la fine del sistema socialista e la caduta del Muro di Berlino. Ovvero, l’unificazione tedesca, identificata da Lei piuttosto come una vera e propria “Annessione”, è stata in fondo anche un laboratorio per la sperimentazione di una serie di liberalizzazioni estreme del mercato. Destino simile alla Germania dell’Est (la Repubblica Democratica Tedesca – RDT) sta toccando adesso alla Grecia, che costituisce l’anello più debole della UE, e si presta quindi ad essere facilmente aggredita dalle elité mercantiliste e finanziarie europee attraverso l’imposizione degli aggiustamenti economici (chiamate anche “riforme”) più radicali, prima che vengano applicate anche al resto dell’unione.
Sì, ma a ben vedere il modello “annessione della Germania Est” ha agito anche prima: è stato un formidabile acceleratore del processo di unità europea, ma anche ad esempio dello smantellamento dell’economia mista nel nostro Paese. Infatti le nostre privatizzazioni (che iniziano nel 1992) avvengono sulla base del “modello tedesco”, ossia delle privatizzazioni dell’intero patrimonio pubblico della RDT. Questo è doppiamente ironico: da un lato perché le privatizzazioni del patrimonio pubblico della Germania Est furono un disastro economico e sociale che teme pochi confronti, dall’altro perché invece la Germania Ovest negli stessi anni si guardò bene dallo smantellare la componente pubblica della sua economia. Cosicché, ad esempio, noi in pochi anni riducemmo dal 73% del totale sino quasi a zero la componente pubblica nel sistema bancario, privatizzando anche le casse di risparmio e le banche di sviluppo e di credito a medio-lungo termine, a cominciare dal Mediocredito Centrale. In Germania l’equivalente del nostro Mediocredito, il Kreditanstalt für Wiederaufbau, è ancora oggi pubblico, e così le casse di risparmio e le Landesbanken.

Come apprendiamo da Anschluss, la RDT, con l’adozione del marco, subì un cambio decisamente sfavorevole, che fece apprezzare improvvisamente la moneta nazionale di circa il 350%. Di conseguenza, lei stesso suggerisce nell’ultimo capitolo del suo libro, che questo schema sia stato precursore di quello adottato anche dalla UE. Il cambio fisso infatti impedirebbe a paesi come l’Italia di svalutare la moneta per rilanciare il proprio export col fine di adottare delle politiche deflattive.
Tuttavia, noi di CSEPI, come perseguitori di una linea post-keynesiana che ha molto a condividere con la MMT, riteniamo che il surplus commerciale della Germania dell’Ovest non avrebbe potuto in realtà stravolgere il sistema economico della RDT almeno fino a quando quest’ultima fosse stata ancora in grado di finanziare a deficit una parte consistente del proprio settore privato (aziende e famiglie). In altre parole, una bilancia dei pagamenti in rosso della RDT non avrebbe interferito sul finanziamento della spesa pubblica a favore, ad esempio, di piani occupazionali là dove, almeno in parte, non ci fosse stato il bisogno delle importazioni.
Il fatto che il rilancio dell’export non sia, in ultima analisi, la chiave di volta per uscire dalla crisi, lo dimostra ad esempio l’uscita dell’Italia dallo SME credibile del 1992, che fu accompagnata, a sua volta, da una svalutazione dei salari proprio per impedire un aumento delle importazioni.
Lei come risponderebbe a quest’obiezione?

In due modi. In primo luogo, per quanto riguarda la Germania Est la chiave è la limitazione che Lei giustamente fa: “là dove… non ci fosse stato il bisogno di importazioni”. Ma il punto è proprio questo: la Germania Est era almeno in parte integrata nel mercato mondiale, importando tra l’altro, soprattutto a partire dal 1971 (nel periodo di governo di Honecker), una crescente quantità di beni dall’Ovest. A questo scopo era necessario avere valuta pregiata (il marco est era, come tutte le valute dei paesi socialisti, non convertibile), e questo era possibile solo esportando molte merci all’Ovest, spesso a condizioni economicamente non vantaggiose, e anche indebitandosi con le banche occidentali. In ultima analisi l’indebitamento estero della RDT era molto modesto in cifre assolute: secondo calcoli della Bundesbank pubblicati nel 1999 la RDT era addirittura in attivo se si considerano anche i crediti che vantava verso gli altri paesi socialisti. Cosa stravolse allora l’equilibrio economico della Germania Est? Tre cose. La trappola del debito estero verso banche occidentali (che all’epoca chiedevano interessi a 2 cifre), il rallentamento della dinamica della produttività a confronto degli standard tedesco-occidentali (tasso di accumulazione troppo basso a causa delle spese proporzionalmente eccessive in costruzioni e beni di consumo, per di più spesso importati) e il fatto che in gran parte della popolazione si fosse affermato il modello di consumo dell’Ovest. È evidente che rispetto a questi tre fattori la quantità di moneta emessa dalla banca centrale non rappresenta un aspetto di decisiva importanza.
In secondo luogo, che il rilancio dell’export non sia, di per sé solo, la chiave per uscire dalla crisi, lo dimostra la situazione attuale: in cui una buona situazione della bilancia commerciale sull’estero (non però riguardo alla Germania, attenzione!) si unisce a un disastro per quanto riguarda il mercato interno. Ma questo a mio avviso equivale a dire che l’uscita dalla moneta unica dovrebbe accompagnarsi al ritorno a una banca centrale non indipendente e a controlli sui movimenti di capitali. La prima cosa, da sola, non basterebbe. Ritengo comunque che la situazione attuale sia peggiore anche di uno scenario in cui si torna alle monete nazionali in assenza degli altri provvedimenti citati.

Tra il 1990 e il 1994 abbiamo assistito al più massiccio piano di privatizzazioni mai realizzato nell’Europa del dopo guerra, da parte della Germania Ovest verso quella dell’Est, cui fu seconda sola l’Italia nel 1992, dopo l’uscita dallo SME. Lei riesce a descrivere benissimo nel libro il canovaccio che si ripete sempre nello stesso modo.
Prima di tutto, si trasformano gli investimenti dello Stato in un debito reale verso terzi, con l’intento di criminalizzare il settore pubblico di fronte agli occhi dei cittadini. Si fonda un’istituzione apposita, la Treuhand, per riscuotere gli incassi e ordinare le svendite e la ristrutturazione delle imprese per risanare il debito. Quest’ultima ordina ingenti tagli all’occupazione, costringe gli imprenditori allo smantellamento\svendita anche di settori industriali sani e produttivi in cambio di prestiti usurai.
Basta cambiare la Treuhand con la Troika e l’FMI, e in Europa lo schema sembra appunto diventare lo stesso. Potremmo affermare che il progetto europeo sia stato, in definitiva, un modo principalmente propagandistico di far saltare lo Stato nazionale come forma di mediazione capace, con tutte le sue contraddizioni, di tenere insieme tuttavia capitale e lavoro durante tutto il dopo guerra?

E’ stato certamente anche questo. I Trattati europei sono forse l’esempio più chiaro di codificazione giuridica dell’ordine economico neoliberale. Ma questo non significa che gli Stati non contino più nulla, neppure in Europa. In particolare chi comanda oggi in Europa lo Stato se lo tiene stretto e gli attribuisce compiti importanti anche in ambito economico. Sono invece gli Stati più deboli e indebitati a perdere sovranità. Questa asimmetria, che da un lato corrisponde allo stato dei rapporti di forza tra Stati, dall’altro contribuisce ad aggravarli a sfavore del più debole, va sempre tenuta presente quando si parla dell’Europa odierna.
Quanto alla Treuhand, essa è un modello esplicito oggi in Europa: si pensi anche solo alla Grecia. Juncker (l’attuale presidente della Commissione Europea) l’ha proposto ai Greci già nel 2011, e oggi quel modello ha il definitivo via libera con l’ultimo piano di (cosiddetto) salvataggio della Grecia controfirmato anche da Tsipras. Non senza aspetti involontariamente umoristici. Ad esempio, è improprio parlare di privatizzazione dei 14 aeroporti greci che ora sono passati in mani tedesche: per il semplice motivo che la società acquirente, la Fraport, che gestisce l’aeroporto di Francoforte sul Meno, è una società pubblica. È anche difficile sostenere che la Germania sia un modello di efficienza nella costruzione e gestione delle infrastrutture aeroportuali: basta leggere qualcosa delle vicende che da anni interessano il nuovo aeroporto di Berlino (apertura rinviata, costi lievitati, scandali a ripetizione) per convincersi anzi del contrario. Si tratta, insomma, di dinamiche schiettamente neocoloniali, per quanto si parli di “mercato”.

Come ha affermato anche lei in vari articoli, in realtà gli obiettivi dell’unione europea puntano fondamentalmente a realizzare un deliberato attacco contro il mondo del lavoro. Anche altri autori, come Luciano Gallino, hanno messo in evidenza una lotta di classe rovesciata, dove l’elité del XX secolo, uscita sconfitta in parte dalle lotte operaie degli anni ’60, negli ultimi quaranta anni sono passate al contrattacco.
Come possiamo invertire questa tendenza? Riccardo Bellofiore, ad esempio, crede che l’unica possibilità sia quella di ricostituire un movimento di classe intra-europeo con lo scopo di modificare i trattati e lo statuto della BCE dall’interno. Lei si sente d’accordo con questa posizione?
O lei crede che sia anche possibile invece percorrere una lotta politica nazionale, e quindi, come extrema ratio, ritiene possibile un’uscita unilaterale dell’Italia dall’Euro-zona?

Non sono d’accordo con Bellofiore. Perché purtroppo la realtà a volte (spesso, per quanto mi riguarda) non corrisponde ai nostri desideri. La verità è che un movimento di classe intra-europeo non esiste e non esisterà ancora per un bel pezzo. È sufficiente ascoltare un esponente della DGB tedesca (il principale, e in molti settori unico, sindacato tedesco) per capire il perché: nel paese mercantilista che ha creato con la sua politica aggressiva in termini di esportazioni gran parte degli squilibri europei, il sindacato è stato un puntello essenziale di queste politiche, grazie alla “moderazione salariale” cui si è attenuto per 15 anni dopo l’introduzione della moneta unica.
Quanto alla modifica di Trattati e Statuto della BCE occorre l’unanimità degli Stati membri, quindi ne riparliamo tra un secolo.
Non vedo nulla di scandaloso, in questo contesto, nel rivendicare un terreno nazionale delle lotte. Mi sembra anzi necessario. Purché si diano alle lotte gli indirizzi e gli obiettivi giusti. Ad esempio, ogni battaglia semplicemente contro l’austerity è sbagliata e – non a caso – fa poca breccia nella popolazione. Il motivo è semplice: nel contesto della moneta unica, anche se si ottenesse la fine dell’austerity il risultato sarebbe tornare a forti squilibri della bilancia commerciale, a causa dell’attuale gap di competitività rispetto alla Germania. In questo contesto, in cui tra l’altro gli investimenti pubblici (le spese in conto capitale dello Stato) sono in calo da anni in ossequio ai “diktat” europei (convintamente fatti propri dai nostri governanti) e in cui la Germania non ha alcuna intenzione di far politiche espansive e di aumentare i salari (prossimamente anche gli immigrati faranno da calmiere in tal senso), l’unico modo per far ripartire la competitività è abbassare i salari italiani. Se non si vuole svalutare la moneta, si devono svalutare i salari. Chi dice cose diverse non ha le idee molto chiare, o vuole impedire a noi di averle. Il problema, quindi, è il contesto. Il contesto della moneta unica e del mercantilismo tedesco – che però è a sua volta pienamente legittimato dai Trattati che autorizzano e anzi incentivano il dumping salariale e il dumping fiscale quali strumenti di politica economica.

La Russia fa parte del WTO dal 1993, ma questo non è servito come freno alla UE e agli USA per imporre le loro sanzioni alla Federazione: come risposta Putin sta puntando ad una maggiore sovranità economica e industriale, destinando anche investimenti notevoli alla Crimea nel settore dell’agricoltura, delle infrastrutture, del turismo e dell’High Tech. Eppure hanno il rublo, così tanto dileggiato dai mercati sino a poco tempo fa, ma che si è dimostrato effettivamente una valuta con grandi performances nel 2015. Come giudica la politica economica russa?
La situazione economica russa non è brillante, tra sanzioni dell’Occidente e crollo del prezzo del petrolio. Ma mi sembra completamente sbagliato il punto di vista di chi si spinge a vaticinare un collasso economico di quel paese. È un paese che ha grandi risorse, che non è più un burattino nelle mani del grande capitale occidentale come ai tempi di Eltsin – e ovviamente il problema per qualcuno è proprio questo. E la stessa caduta dei prezzi del petrolio ha un limite oggettivo: la redditività del fracking e dello shale gas statunitense. Si vedrà che molto al di sotto di quel livello non potrà andare. Penso che la stessa Arabia Saudita si renderà conto di non poter tirare ulteriormente la corda nel suo tentativo di liberarsi di concorrenti.
Infine, le stesse sanzioni economiche occidentali hanno spinto la Russia a costruire un solido rapporto economico con la Cina, destinato a durare e probabilmente a consolidarsi ulteriormente. Anche questo è un aspetto di cui tener conto.

Come vede la situazione economica asiatica? Questo diffuso terrore per gli effetti del mercato cinese ha ragione di esistere? L’Italia e i paesi periferici come dovrebbero relazionarsi con la neonata Banca Brics, come una minaccia o come una opportunità?
L’Asia è tuttora una parte del mondo che in media cresce a livelli che per noi possono essere soltanto oggetto di invidia. Mi sembra che anche le conseguenze dello scoppio della bolla borsistica in Cina siano state grandemente esagerate. Intanto, non definirei agonizzante un mercato che dopo aver realizzato un +150% perde un 50% dai massimi. E per quanto le conseguenze su alcune categorie di operatori possano essere pesanti, è bene non dimenticare che il legame tra borsa ed economia in Cina è molto meno stretto di quanto sia – ad esempio – negli Stati Uniti. Certamente la transizione della Cina verso un modello di sviluppo riequilibrato dalle esportazioni al mercato interno non è una transizione facile né di breve durata. Ma questo è un altro discorso.
Quanto alle banche multilaterali di investimento della Cina ricordo che esse sono in realtà 2: la banca dei BRICS e la Asian Infrastructure Investment Bank. Quest’ultima è molto importante, per almeno due motivi: in primo luogo perché rappresenta un esplicito tentativo di sfidare l’egemonia statunitense, che è il principale sponsor dell’Asian Development Bank, fondata negli anni Sessanta e attualmente a guida giapponese; e va sottolineato che – con la richiesta di adesione di gran parte dei paesi occidentali – già dal suo nascere la banca ha inferto un colpo alle pretese egemoniche degli Stati Uniti (che avevano sconsigliato agli alleati di aderire); in secondo luogo perché tra i suoi obiettivi un ruolo importante sarà attribuito al finanziamento delle Vie della Seta Terrestre e Marittima, che rappresentano un tentativo importante di accorciare le distanze tra Europa e Asia in termini commerciali, favorendo la crescita degli scambi tra i paesi delle due regioni del mondo. Io credo che sia questa banca che la Banca dei BRICS debbano essere considerate favorevolmente, anche perché la nascita di due nuove istituzioni finanziarie internazionali multilaterali come queste contribuisce al superamento di un sistema monetario internazionale che ha fatto il suo tempo: un sistema che tuttora consente al dollaro di mantenere un peso finanziario di gran lunga superiore rispetto all’effettivo peso degli Stati Uniti in termini di pil e di quota nel commercio mondiale.

Fonte: CSEPI