dibattito del Consiglio di Sicurezza del 27 maggio scorso, sulla tutela dei giornalisti nelle zone di guerra, non ha contribuito a fare progressi [1]. I diplomatici hanno accusato diversi Stati di aver ucciso o lasciato uccidere dei giornalisti, senza considerare che il ruolo di “giornalista” può coprire diversi tipi di attività, tra cui lo spionaggio, il sabotaggio o il terrorismo.

Finora si pensava che per beneficiare della necessaria protezione ai giornalisti fosse necessario:
– avere un accredito stampa rilasciato dall’autorità nazionale competente del paese di appartenenza o di quello in cui si opera;
– non prendere parte ai combattimenti;
– non violare la censura militare.

Si noterà la stranezza di quest’ultima condizione, originariamente stabilita per proteggere i segreti militari ma usata per mascherare la propaganda e i crimini di guerra.

Si riteneva inoltre che i soldati impiegati come giornalisti per gli organi di informazione militari o i giornalisti civili incorporati negli eserciti (embedded) non dovessero avere lo status di giornalista ma quello di soldato.

In riferimento al precedente dell’assassinio del comandante Ahmad Shah Massoud da parte di due giornalisti, gli statunitensi sostengono che questa professione possa servire come copertura per attività terroristiche. Più recentemente, il cittadino britannico Omar Hussein si è unito all’Isis e ha pubblicato − sotto lo pseudonimo di Abu Awlaki – articoli celebrativi della vita nello Stato Islamico. Tuttavia, questi esempi di giornalisti coinvolti personalmente nei combattimenti sono del tutto marginali. Il vero problema è altrove, con i mezzi di comunicazione globali e la guerra di quarta generazione (4GW).

I media globali

Fino al 1989 i media erano nazionali. La propaganda non poteva quindi rivolgersi che alla propria parte. Naturalmente era possibile lanciare volantini dagli aerei o trasmettere via radio a onde corte, ma si era ancora percepiti come voce nemica.

Nel 1989, una televisione locale degli Stati Uniti, la CNN, improvvisamente si trasformò in televisione globale grazie ai satelliti. Il suo cambiamento di stato − non era più “americana” − garantiva la sua neutralità nel conflitto. La CNN si è affermata come un mezzo di “informazione continua” raccontando in diretta la caduta di Ceauşescu. La diretta avrebbe messo al sicuro da manipolazioni e garantito la restituzione fedele della verità.

Ebbene, fu esattamente l’opposto. La redazione della CNN era − ed è stabilmente dal 1998 – sotto il controllo di una speciale unità militare (la United States Army’s Psychological Operations Unit) insediata nei suoi locali, che non dava conto degli eventi ma raccontava uno spettacolo messo in scena dalla CIA e dal Pentagono. Si ricorda, ad esempio, la scoperta della fossa comune a Timișoara: le immagini dei cadaveri di oltre 4500 giovani [2], dissanguati per nutrire il dittatore dei Carpazi malato di leucemia oppure uccisi durante le manifestazioni, hanno fatto il giro del mondo. I loro volti erano stati sfigurati con l’acido per non essere identificati. Erano stati provati gli orrori inflitti al proprio popolo da Nicolae Ceauşescu, il “Dracula rumeno” [3], ma − ahime!− più tardi si sarebbe scoperto che erano corpi trafugati dal cimitero cittadino.

Diffondendo istantaneamente una notizia falsa in tutto il mondo, i media globali le hanno dato la parvenza di una verità condivisa: la forza di questo inquinamento è stata che esso è riuscito a convincere i mezzi d’informazione del blocco sovietico, in Ungheria e in Germania Est, che l’avevano ripreso e diffuso. E così i fatti erano stati autenticati dagli alleati della Romania. Da qui l’attuale concorrenza tra le grandi potenze per disporre di canali globali d’informazione in modo continuo.

Peraltro, idee come «i giornalisti ci sono per raccontare quello che vedono sul posto» e «la diretta impedisce manipolazioni» sono grottesche.

Al contrario, i giornalisti non devono essere testimoni ma analisti in grado di scoprire la verità dietro le apparenze. È a questo che servono, perciò il concetto di “informazione continua” (nel senso di avvenimenti filmati senza interruzione) è la negazione del giornalismo. O i giornalisti sono lì a fare controlli incrociati, verificare, contestualizzare, analizzare e interpretare, o sono inutili.

Durante le guerre in Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, di nuovo in Iraq, Libia e Siria [4] la NATO ha continuato a fabbricare manipolazioni come quella di Timișoara.

L’incorporazione dei reporter di guerra

Tuttavia, un ulteriore passo è stato fatto nel 1992. Avrete notato che, da allora, gli Stati Uniti e la NATO non hanno mai smesso di essere in guerra da qualche parte nel mondo. Per coprire questi eventi è stata creata una categoria di giornalisti: poco più di un centinaio di loro si precipitarono in Bosnia e poi a Baghdad, a Kabul o a Tripoli, dando voce agli avversari dell’Occidente, ebbene non pochi di loro ma quasi tutti sono diventati collaboratori permanenti dei servizi segreti della NATO. E se descrivono le conseguenze dei bombardamenti dell’Alleanza atlantica sulle popolazioni civili è solo per fornire informazioni militari e consentire alla NATO di aggiustare il tiro. Pertanto questi giornalisti devono essere qualificati come agenti.

Questo è ciò che ho spiegato durante la guerra di Libia, sollevando l’indignazione della mia categoria professionale. Eppure questo è ciò che alla fine ha ammesso il generale Charles Bouchard quando l’operazione era finita: a Radio-Canada ha dichiarato che la sede della NATO a Napoli aveva analizzato la situazione grazie a «informazioni [che] provenivano da molte fonti, tra cui i supporti mediatici che si trovavano sul posto e che ci hanno dato molte informazioni circa le intenzioni e la posizione delle forze di terra.»

Le leggi della propaganda sono sempre le stesse

Tuttavia gli sviluppi tecnici non cambiano le tecniche della propaganda. Questo meccanismo resta basato su due principi:
– con la ripetizione incessante, una bugia grossolana diventa una prova indiscutibile;
– non basta convincere i destinatari di una menzogna, bisogna far sì che la difendano. E per questo si dovrebbe obbligarli, in un modo o nell’altro, a sostenere – anche solo una volta − quella che ancora considerano una bugia. La loro autostima basterà a impedirgli di tornare indietro e denunciare la manipolazione.

Per esempio, quando i servizi segreti britannici hanno lanciato l’idea che la Repubblica Araba di Siria buttasse barili di esplosivo dagli elicotteri sulla propria popolazione civile, non ci avete creduto. In Siria, dove si accusa il presidente Assad di frenare le azioni dell’esercito contro gli jihadisti con l’intento di proteggere i civili, non ci hanno creduto ugualmente. Quest’accusa è tanto più assurda in quanto l’esercito dispone di bombe, molto più efficaci, fornite dalla Russia. Tuttavia, dopo un anno di incessante ripetizione quotidiana, questa menzogna è diventata una verità indiscussa, sia in Occidente che in Siria. Non importa che l’esercito ad Aleppo non usi gli elicotteri perché gli jihadisti li distruggerebbero con missili terra-aria: la stampa pubblica ugualmente “prove” di lanci di barili di esplosivo dagli elicotteri ad Aleppo.

Il sistema è tale che i giornalisti si rifiutano di riconoscere di essere stati ingannati e si trasformano in propagandisti che, a loro volta, ripetono ciò che fin dall’inizio si sapeva essere una bugia. Di fatto, professionisti che credono di essere onesti, pur usando la retorica alla moda, lavorano per diffondere la menzogna.

L’inserimento dei media nell’arte della guerra

Sebbene in definitiva le false immagini della fuga di Assad non siano mai state usate in Siria, la NATO ha adottato una nuova tecnica di combattimento: la guerra di quarta generazione (4GW).

– La guerra di prima generazione è la linea e la colonna, come nel XVII secolo: gli eserciti erano molto gerarchizzati e procedevano assai lentamente, ma questa organizzazione non ha resistito alla diffusione delle armi da fuoco.
– La guerra di seconda generazione è la linea e il fuoco, come durante la prima guerra mondiale, ma questa organizzazione è rimasta bloccata nelle guerre di trincea.
– La guerra di terza generazione è la penetrazione nelle linee nemiche e la difesa in profondità: prevede la partecipazione di civili, come nella seconda guerra mondiale, ma questa organizzazione non ha resistito allo sviluppo degli arsenali e soprattutto alle bombe atomiche.
– La guerra di quarta generazione è quella che non si scatena da soli ma che si fa scatenare in paesi lontani da parte di gruppi non governativi, come durante la Guerra Fredda con vere e false insurrezioni.

In questo tipo di guerra, che è simile a un disordine generale, il Pentagono introduce dei mezzi d’informazione nel proprio comando operativo come unità di combattimento. Bisogna tenere a mente che i mezzi di comunicazione si sono evoluti, non sono più cooperative ma imprese di capitali con dipendenti che possono essere immediatamente licenziati. Non si tratta più quindi di un centinaio di corrispondenti di guerra che lavorano dietro le quinte come spie, ma di mass-media coinvolti in quanto tali nei combattimenti mettendo tutto il proprio personale a disposizione degli eserciti.

Non importa se i giornalisti stessi contribuiscono a documenti militari o a manipolazioni. Il loro lavoro, perfino impeccabile, è parte di un insieme che fa la guerra. Peggio ancora, coloro che sono sinceri servono da paravento per coloro che barano, dando loro credibilità.

In ultima analisi, la Risoluzione 2222 è stata approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza solo perché non risponde all’evoluzione del mestiere di giornalista.

Fonte: Voltairenet.org