Nei castelli proliferano le leggende sui fantasmi. In quello di Herrenhausen, ieri al G5, ne giravano tre: nazionalismo, populismo e xenofobia. Qui, in un castello raso al suolo nella Seconda guerra mondiale e ricostruito di recente, tutti e quattro i leader europei seduti insieme al presidente americano Barack Obama potevano sentire alitare sul collo questi fantasmi contro i quali l’Europa è stata costruita sulle macerie di 71 anni fa.
È una minaccia seria perché alcuni di loro rischiano a breve consultazioni elettorali dove le destre radicali o populiste rischiano di fare il botto o di diventare altamente condizionanti. Lo dice il risultato del primo turno delle presidenziali austriache e anche quello delle legislative in Serbia, dove nei Balcani i demoni del nazionalismo sono risorti 25 anni fa per distruggere lo stato più multi-etnico e multi-religioso d’Europa.
Dopo l’ubriacatura seguita alla caduta del Muro nell’89, l’Europa si è allargata a Est gonfiando i suoi confini a dismisura e ora scopre sotto la pressione migratoria, del terrorismo e della stagnazione economica che non ha più delle vere frontiere e se le ha non sa come difenderle, se non retrocedendo a passi da gambero nel cortile di casa dell’iper–nazionalismo.
Mentre i cinque leader erano riuniti davanti agli spettacolari giardini della Bassa Sassonia, l’Austria chiudeva i confini con l’Ungheria «per prevenire i flussi dei migranti»: un antipasto di quello che può avvenire al Brennero e che ieri il presidente del Consiglio Renzi ha cercato in ogni modo di scongiurare citando dati e cifre tranquillizzanti. Ma a quanto pare non sembra che la cancelliera Angela Merkel abbia fatto una piega: il Brennero fa parte del “suo” sistema di sicurezza. Ognuno in questo momento ha le sue preoccupazioni elettorali e fa argine, o si illude di farlo, dove può.
Per questo appare ancora più significativo il testamento che Obama ha lasciato agli europei con il suo discorso alla Fiera di Hannover che forse si potrebbe leggere insieme a quello pronunciato ieri sulla resistenza dal presidente della Repubblica Mattarella in quella che fu la repubblica partigiana della Valsesia. Consapevole dei fantasmi che percorrono il continente, il suo è stato un grande appello all’unità dell’Europa: «Assistiamo allo strisciante riemergere di quel tipo di politica che l’Unione europea è stata fondata per respingere. Una mentalità del noi contro di loro, il tentativo di dare la colpa dei nostri problemi agli altri, a qualcuno che non ci somiglia, che non prega come noi. Immigrati, musulmani o chiunque diverso da noi. Vediamo una crescente intolleranza: come diceva Yates, i migliori non hanno convinzioni mentre i peggiori sono pieni di passioni e intensità».
Ma cosa può fare ormai Obama per l’Europa, oltre a chiedere la firma di un trattato commerciale per la verità ancora lontano? Anche Obama fa i suoi errori che ovviamente per Washington sono delle priorità: insiste a disegnare una linea di frattura tra l’Europa e la Russia, a mettere l’accento su una frontiera orientale diventata il simbolo della vittoria nella guerra fredda, tanto che la Nato oggi accoglie non solo gli stati ex comunisti ma anche quelli balcanici eredi dell’ex Jugoslavia. Ma questa Europa ha bisogno, dopo l’Ucraina e la Crimea, di altre frizioni con la Russia? C’è da dubitarne.
Può fare comunque molto per aiutare gli europei a non farsi travolgere dai loro litigi interni mettendo a disposizione la Nato e le forze americane per frenare la frantumazione mediorientale e della Libia. Gli Stati Uniti hanno una pesante responsabilità sul caos attuale che risale al 2003, anno dell’occupazione e della disgregazione dell’Iraq. Ben sapendo che potrebbe non essere sufficiente: europei e americani hanno responsabilità condivise, sanno perfettamente che devono cambiare politica, evitare avventure militari prive di senso e scegliere meglio i loro alleati. Sappiamo da dove vengono i profughi, come saranno ancora strumentalizzati, sappiamo bene da dove viene il terrorismo e quali ideologie religiose e politiche lo hanno alimentato. È un’Europa debole questa che si fa ricattare da Erdogan e per compiacerlo ignora l’anniversario del massacro degli armeni e molto altro. Così come, animata da forti interessi economici, continua a essere accomodante con i sauditi e il generale Al Sisi. Anche tutto questo però potrebbe non bastare a salvare l’unità sempre più flebile dell’Europa: abbiamo dato da mangiare alla tigre e la tigre sta uscendo dalla gabbia.

Fonte: IlSole24Ore