Palmira – la Sposa del Deserto – è di nuovo patrimonio dell’umanità grazie ai cattivi che l’hanno liberata. A salvare il sito dagli jihiadisti non sono arrivati però “i nostri” bensì gli altri. E sono stati i nemici – e cioè i siriani dell’esercito di Bashar al Assad, i “terroristi” di Hezbollah e i “sovietici” di Vladimir Putin – a cacciare via i fanatici islamisti.
Palmira, pur sfregiata, è salva. Più che “arrivano i nostri”, fu un “addavenì Baffone”. E la narrazione nostra – quella di noi buoni – ha avuto un inciampo: l’onore di vendicare Khaled al Asaad, l’archeologo siriano rimasto a difendere le nobilissime pietre e poi impiccato dai terroristi, è toccato ai criminali di guerra.
I criminali, appunto – le milizie sciite persiane – parenti stretti di quel Hassan Rohani, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran a cui un frenetico battage da bar Sport assegnò la colpa, in spregio dell’arte e della civiltà, di far mettere in mutande le statue nude in Campidoglio durante la sua visita di Stato a Roma.
E sono cortocircuiti di analfabetismo più che di malizia. Nessuna voce autorevole della Cultura con tanto di “C” maiuscola, infatti, ha voluto segnalare l’incongruenza di un fatto: il male che si adopera a favore del bene.
In fondo, per dirla con Philippe Daverio, sono stati dei “pecorai iraniani” e dei mugiki russi a farsi carico della restituzione dell’area ai visitatori e agli archeologi come Maria Teresa Grassi, la più brava nell’adoperare le moderne tecnologie di ricostruzione.
Avevamo fatto tanto di storytelling dei Monuments man su Palmira e, invece, è dovuto addavenì baffone o chi per lui. Ma evidentemente il fatto è stato un altro: il male s’è adoperato a favore del bello. Un po’ come fare i baffi alla Gioconda.

Fonte: IlSole24Ore