“Well all the hooligans and rudeboys know one thing for sure / Scars been stricken on their face”
(Rancid, “Hooligans” – Lyric)

C’erano una volta gli hooligans britannici, orde di teste rasate con anfibi Doc Martens ai piedi, oppure ripuliti in stile casual e colori Aquascutum, germinate dalla fine dei Settanta in poi nelle curve più accese di sua maestà. Londra anzitutto, dall’East end multietnico in cui si radunano i duri del West Ham (ICF, poi ci torniamo) ai quartieri borghesi dove ruggiscono quelli del Chelsea, i sobborghi razzistissimi del Milwall (working class scorbutica assai), i disordinati apolidi ritrovi dell’Arsenal, i pub dei ragazzacci del Tottenham… E poi il tifo che proviene dalle città industriali, come i rossi del Manchester United e, peggio, gli Animals del Liverpool che si presentarono al mondo stupefatto nell’oscura notte dell’Heysel, anno 1985, finale di Coppa dei Campioni contro la Juventus. Alcol e mani nude, calci e sediate, cori orgogliosi e solo raramente le lame che in Inghilterra sono il rifugio delle élite, come fu l’Inter City Firm del West Ham, il gruppo più coltivato della scena inglese che vent’anni fa circolava ben vestito sui treni di rango, punteruoli e taglierini in tasca, lasciando vittime esanimi con cartellini appesi ai vestiti insanguinati: “Complimenti, hai conosciuto i ragazzi dell’ICF”. Gli ultras europei assistevano sbigottiti, affascinati, subito vittime di accessi mimetici.

Li studiavano con dovizia, qui in Italia e altrove, osservando le loro gesta sempre meno tonitruanti in patria – leggi troppo severe, a Londra, e media nient’affatto compiacenti – ma sempre più attese e leggendarie fuori dai confini, fra Europei e Mondiali. Ai tempi di Italia Novanta vennero radunati in Sardegna e furono gli Sconvolts del Cagliari a incaricarsi di rigettarli a mare. Come ha scritto Marco Bernardini, allora inviato da Tuttosport: “Da ogni angolo dell’isola, infatti, erano arrivati nel capoluogo centinaia di uomini di stazza più che massiccia e giovanotti in forma fisica perfetta. Tutti in borghese, naturalmente, e ‘camuffati’ da cittadini qualunque a passeggio per la città. Agli hooligans, già ubriachi appena scesi dagli aerei e dai traghetti, venne dato appena il tempo di cominciare il loro tradizionale ‘show’ della violenza. Isolati a gruppi, più con le cattive che non con le buone, vennero ridotti all’impotenza prima che s’iniziasse la guerriglia. Un numero incredibile di delinquenti, poi, venne letteralmente ‘sequestrato’ dagli uomini e dai ‘volontari’ scesi in strada per il buon nome dell’isola e letteralmente scaraventati in mare. A Londra nessuno osò protestare. Al contrario, arrivò il plauso ufficiale”.

Soltanto due anni prima era uscito un film per la tv inglese che si chiamava “The Firm” (regia di Alan Clarke), qui tradotto con “Ultimo stadio”. Gli ultras italiani videoregistrarono con avidità le vicende del trentacinquenne Bex Bissek (Gary Oldman), marito e padre di una bambina, salariato di un’agenzia immobiliare, protagonista di un’altra vita come leader dell’Inner City Crew, hooligans in competizione con i Buccaneers. Realistico e molto violento, inaugurò una moda fatua ed elettrizzante alimentata a furia di rivistine e fanzine semi-ufficiali, alcune delle quali direttamente concepite al Viminale come trappolone per ultras alle prime armi.

Insomma erano loro, gli hooligans, l’unità di misura per stabilire gerarchie, discese ardite e risalite inattese di questa o quella force de frappe curvaiola. Se te la giocavi bene con i britannici, il resto d’Europa ti avrebbe portato rispetto. Ma era inevitabile che il corso degli anni scavasse lento la sua trincea, e che gli allievi gonfiassero silenziosamente i muscoli sognando il giorno in cui avrebbero bastonato i maestri. Quel giorno è arrivato da tempo, ma i pigri se ne sono accorti soltanto adesso che i nuovi barbari venuti dall’Est, per festeggiare a modo loro gli Europei di Francia 2016, hanno allestito un mattatoio inglese tra Marsiglia e Lille.

Passo indietro.
Gli hooligans inglesi, con gallesi e unionisti irlandesi al seguito, si affidano all’indistinto, alla forza del numero, allo sciame di bestie alcolizzate, all’anomìa dell’orda appunto. Nel gergo: cani sciolti come massa critica accampata nei bar, nei pub, sulle scalinate delle piazze centrali, una potenza bovina ma rumorosa, lenta, che procede per ondate dirette da sparute avanguardie. Non si vede quasi mai una prima fila compatta a caricare l’avversario o le guardie, c’è una risacca di carne rossiccia che lancia oggetti e scazzotta qui e là: se dall’altra parte delle barricate non trovano un numero consistente di nemici, gli inglesi prendono coraggio e avanzano in modo disordinato, ma senza guardarsi le spalle l’un l’altro, indifferenti alle tumefazioni proprie e altrui. E’ uno schema? Non proprio, è spontaneismo appena appena organizzato, e come obiettivo non ha tanto l’umiliazione fisica quanto la conquista degli spazi nemici (dalla gradinata al baretto) che nel gergo britannico si dice “Take the End” (ultimo episodio in ordine di tempo: la finale di Europa League tra Liverpool e Siviglia a Basilea).

Uno studioso del fenomeno, l’italiano Nicola Magnani, ricorda: “La descrizione tipica di un hooligan inglese degli anni 80 può darcela Bill Buford, giornalista americano autore del bellissimo libro Among the Thugs, ‘infiltratosi’ fra i tifosi più tosti del Manchester United: ‘… mi spostai di carrozza in carrozza, cercando uno di ‘loro’, e mi imbattei in un uomo dall’aspetto incredibile, perfetto per rappresentare quella categoria di esseri umani: ed era davvero uno dei suoi esemplari più ributtanti, con il volto grasso e schiacciato come quello di un bulldog, e un corpo veramente enorme. La sua maglietta, macchiata di qualcosa di appiccicaticcio e scuro, si era ritirata sulla pancia scoprendo rotolini di pelle flaccida che ballonzolavano, pieni di litri e litri di birra, pezzettini di patatine fritte e grumi di cibo non digeriti. Le sue braccia, gonfie e flosce, erano costellate di tatuaggi. Sul bicipite destro spiccava un’immagine dei Diavoli Rossi; sull’avambraccio una Union Jack.

Quando gli rivolsi la parola, aveva appena lanciato una lattina vuota di birra sul portabagagli, dove andò a fare compagnia a quelle che già vi si trovavano, e stava cominciando a scolarsi una bottiglia di vodka. Mi presentai. Stavo scrivendo un libro sui tifosi, gli spiaceva rispondere a qualche domanda? Mi fissò, poi affermò ‘Gli americani sono tutti figli di puttana’. Seguì una pausa. ‘I giornalisti’, aggiunse, mostrando, forse, che il suo cervello non ragionava secondo criteri esclusivamente nazionalistici, ‘sono tutti stronzi’. Avevamo instaurato un rapporto” (unicof.it). Il bulldog non aveva forse tutti i torti… Lo stile inglese può incutere soggezione ma presenta costi umani potenzialmente rilevantissimi, funziona – ripeto – fintantoché il nemico agisce o reagisce in forma parallelamente scomposta e anarchica. Ma alla prima carica di un gruppo consistente e ben compattato, dell’hooligan non resta che un pugile suonato, per quanto buon incassatore. E’ sempre possibile essere smentiti da chissà quale riscossa, ma ormai anche soltanto la parola hooligans suona vecchiotta, datata, consegnata alla storiografia, narrata in vari libri e ingigantita nei film, musicata perfino da Elio e le Storie tese, che in una memorabile sigla di “Mai dire gol” cantavano: “Amico Uligano coi capelli un po’ corti, / così uomo e così bambino, / tu combini tanti guai, / non ti fermi proprio mai / un diavoletto biondo sei. / L’amico poliziotto ti aspetta, / ti invita sulla camionetta, / non respinger la sua carica di simpatia, / un balzo, sali a bordo e via”.

Ecco allora spiegata la temibile avanzata dei russi, dei polacchi, dei tedeschi perfino che stanno movimentando gli Europei sotto gli occhi di una Francia allucinata, partecipe anch’essa (la racaille spaccatutto si sta molto divertendo, fra le pieghe delle contese pallonare) con alcuni suoi contingenti (i parigini del PSG sanno il fatto loro, ma anche nel Midi non scherzano). E che dire dei turchi? I turchi non hanno mai deposto la scimitarra e a farne le spese sono stati spesso gli hooligans: nell’aprile del 2000 uno di loro, venuto da Leeds per la semifinale d’andata di Coppa Uefa contro il Galatasaray, fu sventrato a morte nella piazza Taksim di Istanbul. Scene simili si sono ripetute altre volte, con i tifosi dell’Arsenal, e perfino gli ultras serbi della Stella Rossa hanno lasciato sul campo uno di loro, due anni fa, sempre a Istanbul ma per una partita di basket. I turchi, aggrediti a colpi di torce, si difesero appunto con le scimitarre e a cose fatte festeggiarono issando uno striscione con su scritto: “Who’s next?”. I turchi hanno una concezione della violenza abbastanza simile a quella degli inglesi, ma più massiva e decisamente armata. Ho appena visto su Twitter due scatti dei turchi in partenza per Parigi: loro non appaiono, ovvio, la prima foto ritrae soltanto una maglietta della nazionale, la sciarpa della squadra di Ankara MKE Ankaragücü, un mazzo di biglietti d’ingresso allo stadio, un coltellaccio da macellaio nuovo nuovo, di quelli per i quarti di bovino; la seconda foto, in bianco e nero, mostra un’altra maglia identica e una mazza da baseball in metallo duro con su scritto, in francese: “Nuit gravement à la santé”. Non so se mi spiego. I francesi del PSG – preannunciati online dalla foto di una scarpa adidas nera che calpesta la bandiera con la mezza luna, li hanno presi così sul serio da osare un’aggressione prima di Turchia-Croazia.

Col che torniamo in Europa. La nostra mappa ricomincia da Mosca: provengono per lo più dalla capitale russa gli ultras che stanno infliggendo agli inglesi la dura lezione della tarda età. A differenza dei maestri britannici, sono giovanissimi e inquadrati militarmente. L’appartenenza a gruppuscoli politicizzati (nazi o giù di lì), la cultura della mobilitazione permanente instillata dal putinismo neocolonialista (vedi il dossier ucraino), l’addestramento quotidiano in palestre di thai box e pugilato: sono i tratti qualificanti di una generazione ultras che attacca e difende, avanza e ripiega secondo il modello del servizio d’ordine extraparlamentare. Cosicché, quand’anche in stato d’inferiorità numerica, lascia dietro di sé una rimarchevole quantità di feriti gravi. Nell’epoca della globalizzazione curvaiola, non è più tempo per le vecchie crew apolitiche a conduzione rionale. I primi a comprenderlo sono stati gli sfortunati antagonisti di serbi e croati (Stella Rossa e Partizan in prima fila) che hanno preso a sciamare per l’Europa negli anni Duemila avendo alle spalle una congrua esperienza bellica, tra guerra civile e narcotraffico nei Balcani. Come sempre i mezzi d’informazione hanno preso coscienza del fenomeno con inarrivabile ritardo: a Marassi, nel 2010, quando Ivan Bogdanov ha guidato gli scontri a Genova in occasione dell’incontro tra Italia e Serbia per le qualificazioni a Euro 2012. Torce, petardi, fumogeni e bulloni, saluti fascistoidi e muscolature ben palestrate: ecco la carta da visita di un’avanguardia slava che nel frattempo, nelle sue retrovie, stava covando la nidiata più inquietante del momento: i polacchi.

Sugli ultras polacchi esiste già una discreta letteratura, nel senso di consistente e carsica, con un buon corredo di video e foto da feticisti della materia. In Italia si sono appena affacciati, ma rumorosamente, prima a Napoli nel dicembre 2015, protagonisti di scontri notturni con i partenopei alla vigilia della sfida con il Legia Varsavia. Poi in occasione del derby tra Roma e Lazio nel maggio 2015. Li abbiamo visti all’opera a Ponte Milvio, accanto ai biancocelesti della Nord, erano una sessantina di mastrolindi del Wisla Cracovia: armadi a quattro ante, rasati, fisicatissimi, una punta ridicoli in quel loro incedere robotico, inumano, col passamontagna in testa. Erano la testa d’ariete di una piccola internazionale arricchita dai bulgari del Levski Sofia, dagli inglesi del West Ham (ammiratissimi anche dalla Sud romanista e dai veronesi) e dai madrileni Ultras Sur.

Nel giugno 2012 è apparso su Vice.com un breve ma dettagliato reportage di Brian Whelan intitolato: “Gli ultras polacchi se le danno nei boschi”. In breve: “L’Inghilterra sarà anche stata la patria degli hooligans, ma i tempi sono cambiati. Mentre gli ultrà sovrappeso inglesi si annidano nei pub sperando in qualche emozione, i loro corrispettivi polacchi si danno appuntamento per delle mega-risse nel bosco, talvolta armati di machete e altri utensili assortiti. Al giorno d’oggi quasi ogni città polacca ha una propria tifoseria organizzata, e ogni mese si organizzano centinaia di risse chiamate ustawka”. Whelan ha trascorso qualche giorno movimentato in Polonia alla vigilia del penultimo Europeo. “Arrivato a Varsavia ho incontrato uno dei principali organizzatori delle tifoserie, che mi ha dato un’idea dello scontro culturale che avrebbe aspettato i tifosi europei nel selvaggio est. ‘E’ meglio non mostrare i colori della propria squadra nelle nostre città, nemmeno nelle vie del centro. Le aggressioni sono normale amministrazione’. Non è raro che il tipico hooligan polacco passi 20 ore alla settimana con allenatori di arti marziali e bodybuilding per prepararsi alla battaglia. Molti gruppi ritengono l’uso delle armi una cosa da ‘codardi’, ma ci sono delle eccezioni. ‘A Cracovia si sono presi a coltellate. Ci sono gruppi razzisti, e per alcuni la sola presenza in rosa di un giocatore nero è inconcepibile”.

L’educazione alla violenza polacca origina nel residuo karmico di anticomunismo che si è stratificato nei tempi più recenti, fino a sovrastare la memoria più risalente dell’occupazione nazista all’inizio della Seconda guerra mondiale. Il fatto è che i tedeschi, usciti sconfitti dal conflitto, si sono ritirati quasi subito, mentre “le cicatrici del regime sovietico sono ancora fresche in Polonia… E se i muri dello stadio di Varsavia rimangono tuttora coperti di murales che rappresentano la rivolta del 1944, nella quale la resistenza polacca insorse per l’ultima volta contro i nazisti, al loro fianco sono sempre più frequenti le scritte a carattere neonazista”. Si contano almeno quaranta morti ammazzati dagli estremisti negli ultimi anni (fonti antifà). “L’equilibrio è cambiato drasticamente – continua Whelan – dopo che, nel novembre 2011, la parata dell’Indipendenza in Polonia è diventata occasione di ritrovo per l’estrema destra. Gli antifascisti hanno organizzato posti di blocco per difendere le strade della capitale, ma nel frattempo i fascisti, sostenuti da una gran quantità di hooligans, si sono dati alla violenza attaccando i passanti e dando fuoco ai furgoni delle troupe televisive”. I tifosi presenti hanno preso il sopravvento sui militanti dei gruppi neofascisti o nazionalisti: è la solita vecchia legge implicita secondo la quale è la politica a farsi calcistizzare più di quanto gli ultras siano permeabili alla politicizzazione. Come nella piccola città di Bialystok, vicino al confine con la Bielorussia, dove gli hooligans e i neonazisti di Sangue e Onore sono diventati un tutt’uno.

“Sono stato a Bialystok e alcuni abitanti mi hanno accompagnato sul luogo di un recente omicidio. Una volta arrivati mi hanno raccontato di come, in una notte di aprile, una banda di neonazisti si è impossessata del centro città. La loro prima vittima è stata trovata esanime alle 22.30 dopo un pestaggio, ed è morta poco dopo essere arrivata in ospedale. I neonazisti di Bialystok sono inoltre sospettati dell’assassinio del capo di una tifoseria opposta durante un brutale attacco a colpi di machete, e i pub della zona sono regolarmente battuti da gruppi ‘alla ricerca di sinistroidi’. ‘Ci sono state moltissime risse’, mi spiega una delle mie guide”.

Queste sono le parole in fondo troppo stupite di un turista avulso e preoccupato dalla piega politica assunta dalla scena ultras polacca. Ma ci dicono poco delle ustawka, le risse campagnole, i regolamenti di conti fra prime file di tifoserie rivali che vanno in scena i luoghi isolati, lontano dai manganelli della polizia, e che tanto appassionano russi e polacchi. Funzionano così: appuntamento in un luogo isolato, preferibilmente un prato spazioso delimitato da fossati o boschi; cinquanta di qua e altri cinquanta di là, entrambi i fronti riconoscibili dalle maglie bianche contro quelle nere o rosse (oppure a torso nudo contro casacche a piacere); mani nude, al massimo guantini da palestra o da sacco, scarpe da ginnastica, paradenti; al momento giusto parte la carica e si dà vita a una baruffa totale nella quale ogni colpo è lecito come nell’antico Pancrazio ellenico, spesso ci si picchia anche due o tre contro uno e si smette di pestare soltanto quando la vittima si raggomitola a terra senza più muoversi (in genere un calcio in testa sancisce la grazia). Via via che la rissa assume contorni definiti, quando s’intuisce chi ha vinto e chi le ha prese, i trionfatori si fermano e cominciano a intonare il loro peana irridendo i vinti atterrati, ma aiutandoli a rialzarsi. Nel 2009, centottanta ultras del Górnik Zabrze, nerovestiti, hanno letteralmente tritato centoventi biancovestiti del Legia Varsavia improvvisando una manovra avvolgente da falange: invece di sparpagliarsi in duelli più o meno solitari, hanno subito accerchiato il nemico in una morsa soffocante, poi si sono aperti per lasciere loro una via di fuga; e quelli, i non pochi rimasti in piedi, sono fuggiti tutti ammaccati. Tale il fascino della disciplina, che in Ungheria hanno perfino organizzato uno scontro under 18 tra gli ultras del Videoton e quelli del Ferencváros. (A proposito di Ungheresi, i più duri tra i magiari stanno sfilando nerovestiti e muniti di fumogeni per le strade di Bordeaux). Esiste poi una versione legale e più professionalizzata di ustawka: avviene su un ring regolare, alla presenza di arbitri, con il pubblico intorno. Nel maggio del 2015 i Barbarians di Pietroburgo hanno sfidato gli omologhi polacchi di Gdynia e non so se si siano mai ripresi dalla batosta, ma questo con il mondo ultras non ha nulla a che vedere. E qui può chiudersi la lunga parentesi slava.

Restano alcuni dettagli in ordine sparso. I tedeschi, per esempio, che da anni mostrano segnali di ripresa in patria dopo la radicale repressione degli anni Novanta, quando le forze dell’ordine misero in atto una denazificazione capillare nelle città più a rischio, come Berlino, Dortmund e Dresda. Si segnalano a Lille, i germani, una quarantina di effettivi in posa pugilistica e con bandiera del Terzo Reich in bella evidenza. Vengono da Dresda e non hanno intenzioni pacifiche a quanto pare. La Voix du Nord ha intervistato una delle loro vittime: “Sono arrivati in 30-40, hanno cominciato a strappare le bandiere ucraine. In quattro, vestiti di nero, mi hanno aggredito e uno di loro mi ha colpito con una bottiglia”. Secondo alcuni testimoni fra gli aggressori c’era qualcuno che parlava in francese. Ma i cori neonazisti all’ingresso della stazione metropolitana erano in lingua tedesca: “Stiamo invadendo di nuovo la Francia”.

E gli italiani? Ah les italiens… qualche anno fa ci provarono, ma in Italia è impossibile superare rivalità, rancori e campanilismi per dar vita a un gruppo ultras nazionale compatto e convinto. Sui socialnet, gli osservatori specializzati faticano a rintracciare vessilli e stilemi riconducibili a un insieme etologico non spontaneo. Si notano assembramenti di baresi, fidenati (!), nocerini, massesi, ma insomma poca roba. Impossibile del resto figurarsi, chessò, ultras napoletani e romanisti che archiviano la vicenda Ciro Esposito per organizzare assieme un tour transalpino. Nel 2001, decisamente ottimista, Repubblica se ne uscì con un articolo ultra(s) allarmista: “Attenzione agli Ultras Italia, sono gli hooligans azzurri”. L’autore, Massimo Vincenti, scriveva che “sono un centinaio, ma sperano di essere presto molti di più. Sono uniti da un sogno, dalla fede politica e da un modello da seguire. Il sogno è creare un gruppo ultras organizzato al seguito della nazionale di calcio. La fede politica li porta all’estrema destra, in braccio a Forza Nuova e dintorni. Il modello da imitare è quello inglese degli hooligans: i guerrieri degli stadi. L’idea è venuta ai ‘cattivi’ della curva del Verona durante gli Europei 2000 ed è subito piaciuta ai colleghi della Triestina, dell’Udinese, del Treviso, della Lodigiani, ai quali si sono poi aggiunti gli Irriducibili della Lazio, i più faziosi tra gli Asr della Roma e altre frange minoritarie, tutte con lo stesso Dna di intolleranza e antagonismo”. Se già allora la cosa parve un’esagerazione, oggi possiamo certificare che di quei gruppi non resta quasi più nulla nemmeno tra le mura domestiche.

Fonte: Il Foglio