La Francia andrà sotto? È inevitabile paragonare la piena della Senna, e gli affannosi lavori per salvare le opere del Louvre dall’acqua, ai travagli sociali dell’intero Paese e agli ancor più affannosi tentativi per porvi rimedio. Di sicuro è già andato sotto Francois Hollande, il Presidente che l’anno prossimo vorrebbe correre per la rielezione ma oggi ha il più basso indice di gradimento tra tutti i leader della Francia del dopo-guerra: 17%.

Da più di un mese centinaia di migliaia di francesi scendono in piazza per protestare contro il presidente Hollande bloccare la cosiddetta “legge Al Khomri”, il Jobs Act d’Oltralpe. Ottanta arresti, scontri di piazza, il blocco delle raffinerie e delle centrali nucleari, il blocco dei trasporti pubblici alle porte. Scene che hanno superato, per drammaticità, anche quelle del 1995, quando il premier Alain Juppé provò a imporre una radicale riforma delle pensioni, e quelle del 2006, quando Dominique De Villepin presentò una riforma del lavoro che in parte ricorda quella oggi contestata e che prevedeva assunzioni più facili per gli under 26 con licenziamenti ancor più facili.

Hollande ha perso tempo
Non stupisce che il tema lavoro sia quello più caldo. La disoccupazione, in crescita, è arrivata intorno all’11% (in Germania e Gran Bretagna è la metà), e sale vertiginosamente tra i giovani sotto i 24 anni: 25%, con picchi del 46% tra i giovani non qualificati. La spesa pubblica si gonfia da anni senza sosta ed è ormai tra le più alte dei 34 Paesi dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). E il mercato del lavoro è spaccato in due: una piccola parte dei lavoratori gode di alta protezione sociale e buoni contratti; l’altra parte, più vasta, campa di lavori precari o di disoccupazione.

Nulla che altri Paesi, Italia o Spagna per esempio, non abbiano già sperimentato. E questo è il primo problema della Francia: gli altri, bene o male, qualcosa hanno fatto, qualche riforma l’hanno adottata. In Francia Hollande, all’Eliseo ormai da quattro anni, ha perso tempo, preferendo portare a casa il facile incasso delle leggi sui matrimoni gay o della retorica anti-terrorismo. Ora deve fare tutto insieme e tutto in fretta, il che complica cose già complicatissime come una riforma generale del lavoro. Con preoccupazioni che ormai non riguardano solo la Francia. A Bruxelles temono che Parigi diventi il nuovo grande malato d’Europa e che, nel frattempo, le immagini di scontro e di caos aiutino la causa di coloro che vogliono l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea.

Non sarebbe giusto, però, concentrarsi solo su questa riforma e sulle contestazioni a Hollande. C’è uno smarrimento francese che va molto più nel profondo e che dev’essere ancora analizzato a fondo. Il Partito socialista al potere è spaccato in due, tra chi sta con il Governo e chi sta con i sindacati e la piazza. Per la prima volta un Presidente di sinistra come Hollande e un Governo di sinistra come quello di Valls si scontrano frontalmente con il sindacato di sinistra, la Cgt (il sindacato centrista Cfdt appoggia invece la riforma), che a sua volta rappresenta però solo il 7% della popolazione attiva. Una minoranza per giunta quasi tutta concentrata nei settori meglio pagati e più protetti.

Da tutto questo sperano ovviamente di trarre profitto le opposizioni. Ma chi le incarna? In dicembre ottenne 7 milioni di voti Marine Le Pen con il Front Nationale, anche se è un po’ difficile che una politica nazionalista e isolazionista come quella che lei propugna possa guarire un Paese che, semmai, sembra essere rimasto immobile di fronte alle sfide della globalizzazione. Per fermarla, allora, molti voti conversero su Nicolas Sarkozy, ex pessimo presidente, indagato per corruzione, promotore di quella guerra in Libia (2011) che è stata un disastro per l’Europa. Sono loro l’alternativa?

Alla Francia, insomma, serve ben più di una riforma del lavoro. È la coscienza nazionale che deve darsi una scossa e smettere di specchiarsi nelle glorie passate. E non è facile.

Fonte: Eco di Bergamo