Per favore, qualcuno spieghi alla Francia che siamo all’inizio del Terzo Millennio, non è più tempo di “schiaffi di Tunisi” e il Mediterraneo è un ambiente troppo delicato per sopportare le iniziative dell’Eliseo. Non capiranno, non ce la fanno proprio, ma almeno gliel’avremo detto.

Nella politica internazionale non ci si scandalizza di nulla ma la visita del socialista (liberté, egalité, fraternité) Francois Hollande al Cairo è una vergogna. Avviene proprio mentre l’Italia sta cercando di porre rimedio a quella che rischia di diventare una bruciante umiliazione, per noi e per l’Europa, ovvero il rifiuto dell’Egitto di far luce sull’omicidio di Giulio Regeni. E porta ossigeno alla posizione di Al Sisi, ormai in difficoltà nei rapporti non solo con l’Italia ma anche con altri interlocutori decisivi come gli Usa.

Hollande ovviamente lo sa, ed è questa la ragione per cui si può parlare di una riedizione dello Schiaffo di Tunisi, ovvero dell’operazione con cui nel 1881 la Francia della Terza Repubblica intervenne con l’esercito nella Tunisia che pochi anni prima aveva siglato una serie di accordi politici e commerciali con il Regno d’Italia. Le baionette francesi imposero il cosiddetto Trattato del Bardo con cui la Tunisia si consegnava al protettorato francese.

Quella Francia voleva impedire che l’Italia potesse dire una parola decisiva su entrambe le sponde del Canale di Sicilia. La Francia di Hollande replica oggi in Egitto, anche se con altre modalità, la stessa politica, approfittando di un momento di difficoltà politica dell’Italia.

È solo l’ultimo episodio, però, di un recente attivismo francese nel Mediterraneo degno davvero di miglior causa. Nel 2008 Nicolas Sarkozy, in una delle sue vampate di grandeur, decise di lanciare l’Unione per il Mediterraneo, partnership politica e commerciale destinata a collegare i Paesi della Ue con quelli della sponda Sud del Mediterraneo (e poi anche dell’Adriatico). Idea in sé interessante ma troppo segnata dalle manie di protagonismo del Presidente francese. Sarkozy voleva farne un’organizzazione autonoma ovviamente guidata dalla Francia, l’Unione Europea (insieme con la Turchia, che all’epoca voleva entrare direttamente nella Ue) bloccò il tutto, riportando l’Unione per il Mediterraneo al proprio interno e di fatto mutilandola.

Come sempre, le decisioni Ue mirarono al ribasso. All’Unione per il Mediterraneo fu vietato occuparsi di terrorismo, migrazioni e diritti civili. Cioè proprio i tre settori in cui, oggi, l’Europa soffre un tremendo deficit di lucidità e di iniziativa politica.

Sarkozy non si arrese e nel 2011 tornò a colpire. Questa volta alla lettera, scatenando la guerra in Libia cui ancora oggi, come vediamo dai travagli dell’artificioso governo di unità nazionale inventato dall’Onu e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, si tenta affannosamente di porre un qualche rimedio, prima che il caos delle rivalità tribali apra la porta a un’ancor più consistente presenza dell’Isis.

Adesso si muove Hollande, che in un solo giorno al Cairo ha firmato una trentina tra intese vere e proprie e lettere d’intenti. Ci sono accordi sul turismo, la cultura, i trasporti e persino sul cambiamento climatico. Ma la “ciccia”, come si dice, sta in due settori: il gas (di cui l’Egitto, Paese che importa petrolio, si è scoperto sorprendentemente ricco) e le armi. La Francia vende all’Egitto portaelicotteri, portaerei, corvette, cacciabombardieri. Acquisto quasi interamente finanziato da prestiti gentilmente offerti al governo di Al Sisi da banche francesi. Il che rivela la sostanza squisitamente politica dell’accordo: la Francia ottiene di stabilire un legame strategico con il regime egiziano (a spese dell’Italia e non solo), l’Egitto porta a casa un sacco di roba con la promessa di pagarla chissà quando.

In questo modo, inoltre, i due Paesi chiudono la triangolazione con l’Arabia Saudita: grande acquirente di armi francesi (nell’ottobre scorso fu il premier francese Manuel Valls a siglare con re Salman un accordo miliardario) e grande finanziatrice dell’Egitto di Al Sisi. Il tutto, ovviamente, in nome della pace, della stabilità del Medio Oriente, della tolleranza religiosa, dei diritti civili e della lotta all’Isis. Ca va sans dire.

Fonte: Occhi della Guerra