Nulla di ciò che ho visto da Roberto D’Agostino è normale. Categoria che non vale per la sua casa, né per lui. Dago abita su tre piani affacciati sopra un’ansa del Tevere nel cuore della Roma barocca. La tripla abitazione consiste in un attico, un super attico e un super super attico uniti da una scala a chiocciola interna, variopinta come un murales. A occhio e croce, mille metri quadri. Il terrazzo, grande come un quarto appartamento, abbraccia tutta la città. Nel falansterio vivono Roberto e la moglie Anna Federici, della omonima famiglia di costruttori, proprietaria del bendidio, e ha sede la redazione di Dagospia, la mitica fucina informativa fondata quindici anni fa da Roberto. Nonostante la vastità dei luoghi, ogni angolo rigurgita di oggetti raccolti dai coniugi D’Agostino il cui impulso collezionista è a livelli psichiatrici. Sparsi a capocchia ex voto, vecchi jukebox, statuine di San Gregorio Armeno, raffigurazioni di Mao tse tung in quantità da maniaco, crocifissi, tabernacoli e teschi del britannico Damien Hirst, il più costoso creativo contemporaneo. Ci sono falli artistici di varie fogge e dimensioni, in terracotta e plastica dura. Durante l’intervista, forse per il vento, due sono chiassosamente ruzzolati per terra facendoci prendere uno spavento dell’accidente. Il terrazzo è pieno di nani da giardino, coccodrilli di plastica, animali di legno ed esseri fantastici. Di giorno ancora ancora, ma di notte vivrei con l’incubo che tutta questa roba cominci a muoversi. L’orrore del vuoto è il nodo psicologico di Roberto. Con la stessa ironia con cui ha riempito la magione, Dago ha occupato ogni spazio del suo corpo. Ha una barba caprina, capelli a coda di cavallo, tatuaggi dal collo in giù, bracciali etnici, una chiusura lampo al lobo di un orecchio, anelli di metallo su ogni dito. «E non sai la schiena», dice divertito, mostrandomi sul cellulare la foto del tatuaggio che campeggia sulla medesima. La scritta Deus, all’altezza della scapole, e, al centro, una grossa croce fiammeggiante con, in tedesco e caratteri gotici, il motto: «Mostra la tua ferita». «Spiegati», lo supplico, ormai nel pallone per quanto ho già visto. «Il tatuaggio è del 2008 -risponde-. L’anno dei miei 60 anni e di una grave operazione ai polmoni. Due mesi di clinica e la paura di non farcela, prima di uscirne bene. Così, invece di portare un ex voto al Divino Amore, in segno di ringraziamento ho fatto fare questo disegno sulla cicatrice lasciata dal bisturi. Fu il mio primo tatuaggio. Poi, ci ho preso gusto e ho proseguito». «Sono bacchettone se ti chiedo che senso ha?», dico. «Mi piace comunicare agli altri la mia vita», risponde e mi mostra sul dorso delle mani la scritta «Rocco», il figlio ventenne, e «Anna», la moglie.

«Una croce sulla pelle. Sei credente?», domando. «Sì, senza incertezze -risponde-. Se ho un problema dell’anima, prego Dio. Pratico a modo mio. Non vado a messa perché mi distraggo. Ma ho usato i crocifissi e i teschi di Hirst per farmi qui in casa una cappella dove mi raccolgo». Ho già detto che per collezionare Hirst ci vuole un patrimonio. Per associazione di idee, domando: «Dopo il diploma di ragioniere, a vent’anni già lavoravi. Per bisogno?». «Certo. Per riempire il frigo di cose. Avevo trovato un impiego in banca. Il giorno del mio primo stipendio, mamma, una bustaia, piangeva di felicità». «Ma non era quello che volevi», osservo. «Avevo già capito che le ideologie politiche sono dannose e le ho abiurate. Ero quindi pronto per la società spettacolo. Dopo dodici anni ho lasciato la banca. Ho fatto il disc jockey e debuttato nei giornali. Premetto che dalla cintola in su sono gay, ossia etero nei pantaloni ma omo di testa. I giornali che facevano per me erano i femminili, meno bacchettoni dei quotidiani politici. Scrivevo di costume. Delle tribù sociali -yuppie, fricchettoni, ecc.- che si formavano negli anni ’80 per reazione agli anni di piombo. Anche con Renzo Arbore in Quelli della notte, facevo il lookologo in tv. Vestito un po’ da clown, per mostrare quanto clownesco fosse il mondo che ci circondava, descrissi il passaggio dalle Br alle Pr (pubbliche relazioni)». Fa una pausa e apre un vasetto di spuma bianchiccia. È un beverone dietetico in luogo del pasto. Mentre mangiucchia, parlando del più e del meno fuori intervista, usa un’espressione curiosa. La riferisco perché proviene da un maestro del trendy. Roberto dice: «Non si può avere la siringa piena e la moglie drogata». Sostituisce il banale «botte piena e moglie ubriaca». Prendete nota, farà tendenza.

In tv sei diventato noto anche per le baruffe con Vittorio Sgarbi che, come te, era pupillo di Federico Zeri, storico dell’arte. Ripicche tra rivali?
«L’incontro con Zeri è stato tra le cose più belle della mia vita. Scrivemmo insieme Sbucciando Piselli, chiacchiere in libertà. Era un genio alla Leonardo da Vinci. L’arte non è affar mio, l’affinità tra noi era spirituale. Sgarbi era invece suo allievo. Poi Zeri si urtò con lui per una faccenda di libri spariti a Londra».
Qual è oggi, dopo anni di incomprensioni, il tuo giudizio su Sgarbi?
«Lo stesso di Zeri: un grande talento rovinato dal furore di vivere. Ciascuno però cucina la propria vita come crede. Ho perso anch’io occasioni».
Finché nel 2000 non hai trovato il tuo ruolo fondando il sito di Dagospia e sfondando nell’informazione.
«Pensavo di parlare solo di costume, non di politica. Ma gli utenti mi raccontavano tante storie e contro storie di Palazzo che hanno finito per cambiare pelle al sito».
Molti si abbeverano a Dagospia per conoscere i risvolti reconditi di politica ed economia.
«Ho avuto un’intensa vita mondana. Mi è facile perciò parlare a tu per tu con altolocati che incontro spesso nelle cene. Di qui, le esclusive. Ogni scoop mi dà un orgasmo».
Hai notizie che i giornali non hanno. Perché tu sì e loro no?
«Sono condizionati e non le mettono. Abbiamo un giornalismo ingessato. In un Paese serio, Dagospia non esisterebbe. Se i 470 giornalisti del Corsera si mettessero a lavorare veramente sarebbe il delirio, in senso positivo».
Voi quanti siete in redazione?
«Con me, cinque. Fuori, ho collaboratori di settore: sport, economia, ecc. La squadra corta garantisce più riservatezza che incoraggia chi vuole darmi notizie. Parla direttamente con me e un minuto dopo, senza intermediari, metto in rete. Nei giornali c’è invece la trafila direttore, caporedattore, il giornalista che stende il pezzo».
Il nome di una tua fonte eccelsa che fu?
«Cossiga. Sapeva tutto della Chiesa, dei Servizi, di Mediobanca. Un’altra era Maria Angiolillo a sua insaputa».
In che senso?
«Avevo tre spie alle sue favolose cene dove si prendevano le decisioni che contano. Il potere ecclesiastico era incarnato da monsignor, Giovan Battista Re. Quello secolare da Gianni Letta. Pubblicavo i resoconti di quegli attovagliamenti, facendo impazzire Maria».
La quale?
«Alla cena successiva non invitava questo o quello dei soliti commensali, per vedere se era lui la fonte. Non sapeva che ne avevo tre e che una almeno sarebbe stata comunque presente».
Con una querela, Piero Ostellino ti ha sfilato 160mila euro.
«Solo per avere scritto che puntava a rifare il direttore del Corsera. Ora, Montezemolo, che chiamo Monteprezzemolo, vuole 1,9 milioni per quella che ritiene una campagna diffamatoria».
Paga tua moglie?
«Faccio da solo. L’azienda va».
Che dicono i tuoi di te?
«Non credo di essere il loro modello di stile».
Tuo figlio Rocco è più un D’Agostino o un Federici?
«Un Federici: studia Ingegneria».
Cosa non ti piace in tv?
«La prosopopea di tipi alla Lerner e Santoro. Ma stanno andando via, uno a uno. L’epoca dei tribuni è finita».
Mattarella?
«La mummia sicula. Meglio però di Napolitano che ha nominato di fila tre premier non eletti».
Laura Boldrini?
«Una sciccosa d’antan, senza valenza politica. Mi colpisce il naso mal rifatto. Vorrei tanto sapere com’era quello prima».
Credi alle promesse di Renzi?
«È uno sborrone, si dice a Roma. Gli mancano i fondamentali della politica. Un ragazzotto burlone, toscaneggiante».
Che ti aspetti il giorno del Giudizio?
«Ho rotto le scatole a troppa gente. Finirò all’inferno».

di Giancarlo Perna

Fonte: Libero