Comunque finisca il duello Trump-Clinton, c’è sicuramente un grande sconfitto: la stampa americana. La pubblicazione delle email di John Podesta, il responsabile della campagna elettorale di Hillary, sta rivelando un quadro che definire sconcertante è riduttivo. Per decenni qualunque giornalista occidentale si è avvicinato alla professione con il mito del Watergate, la straordinaria inchiesta giornalistica del Washington Post che costrinse il presidente Nixon alle dimissioni. Un giornale che fa cadere il capo della Casa Bianca, che storia! E, in genere, che forza i media a stelle e strisce! Chi non conosce il Premio Pulitzer? Chi non ha visto i tanti film di Hollywood che magnificano l’indipendenza e la rettitudine dei reporter? E invece…

Lo scoop di Wikileaks fa emergere una realtà ben diversa. Ad esempio la firma del New York Times Nick Kristoff che anticipa a Bill Clinton le domande di un’intervista o la cronista del Washington Post che scrive un pezzo sui lobbisti nella capitale e, prima della pubblicazione, fa sapere a un preoccupatissimo Podesta che “è citato solo in una riga in mezzo al pezzo”. E che dire del responsabile della pagina dei commenti del Boston Globe, Marjorie Pritchard, che la scorsa primavera si prodigava a dare consigli “per massimizzare la presenza di Hillary durante le primarie”? Di nuovo la Signora in grigio, come viene chiamato il New York Times, appare in un messaggio che riguarda il reporter Mark Leibovich, il quale ottiene un’intervista con la Clinton in cambio… di un diritto di veto sulle sue dichiarazioni prima della pubblicazione. Un volto notissimo, il conduttore televisivo della rete televisiva Cnbc John Harwood (nonché editorialista del New York Times) in un’email a Podesta svela che sta “scrivendo un pezzo come vuole Hillary” e in un’altra gli consiglia di “fare attenzione al candidato repubblicano Ben Carson”. E’ lo stesso Harwood che ha moderato, naturalmente come giornalista indipendente, un dibattito televisivo durante le primarie, durante il quale provocò Trump definendolo “una versione da fumetto della campagna presidenziale”.

Dimenticavo: la Cnn è sospettata di aver passato in anteprima al presidente del partito democratico alcune domande del pubblico, mentre qualche settimana fa il sito The Daily Beast rivelò che la Clinton organizzò il 10 aprile 2015 un cocktail off-the-record, ovvero riservato, con 37 giornalisti di 14 testate quali BC, Bloomberg, CBS, CNN, Daily Beast, Huffington Post, MSNBC, NBC, New Yorker, New York Times, People, Politico, Vice, and Vox. Lo scopo? Preparare i media all’annuncio formale della candidatura. E, ancora una volta, il New York Times brilla nei cuori della campagna elettorale di Hillary, che passa “storia preparate” alla reporter Maggie Haberman, la quale “non ha mai deluso”. Cosa dicevamo? Ah sì che c’era una volta la stampa americana, quella stampa che un osservatore autorevole e coraggioso come Paul Craig Roberts da tempo sferza con il neologismo di “Presstitute” da press (stampa) e prostitute, parola che non necessita traduzione. Una esagerazione, certo; ma con un fondo di verità sapendo che il 70% americani dichiara di non aver più fiducia nelle grandi testate tradizionali. Le trova poco credibili.

Fonte: Il Corriere del Ticino