È probabile che i militari turchi autori del fallito golpe dell’altro ieri non abbiano mai letto Tecnica del colpo di Stato di Curzio Malaparte. È possibile che il presidente Recep Tayyp Erdogan abbia invece sfogliato il Principe di Niccolò Machiavelli.

Si spiegherebbe così nel primo caso l’attacco a uno Stato concepito come fosse una fortezza, sostituendo in pratica le truppe alla polizia in uno sterile cambio della guardia. Nel secondo si avrebbe il senso di quel chiamare il popolo all’aiuto, come per difendersi da una congiura di palazzo o da un assalto improvviso… Nell’uno e nell’altro, ciò che nell’era della postmodernità sembrava confinato nelle estreme periferie di un mondo che per quanto globalizzato conserva ancora dinamiche diverse riguardo all’uso, all’esercizio e al cambio del potere, fa di nuovo la sua fragorosa apparizione in mezzo a noi, come ad ammonirci che non si tratta di un relitto del passato. Il fatto che il pronunciamiento di Ankara non sia riuscito non è imputabile al suo supposto, interno anacronismo, ma all’errore tattico-strategico che gli stava dietro. Come ha ben spiegato il Trotzki di Malaparte, «l’insurrezione è una macchina. Occorrono dei tecnici per metterla in movimento: nulla potrebbe arrestarla, nemmeno delle obiezioni. Soltanto dei tecnici potrebbero arrestarla». È la mancanza di tecnica che ha fatto fallire il golpe, il suo concepirlo come un semplice colpo di forza eseguito con criteri tipicamente militari.

In quello che resta un classico seicentesco sul tema, le Considerations politiques sur le coup d’État, Gabriel Naudé ancora considerava il colpo di Stato come una possibile variante della ragion di Stato. Sotto quest’ottica, la proibizione di Tiberio alla cognata rimasta vedova di contrarre nuove nozze, fa il paio con la decisione di Caterina de’ Medici di eliminare gli Ugonotti nella notte di San Bartolomeo: entrambi sono atti compiuti dal sovrano per rafforzare il proprio potere. Il panorama cambia quando l’avvento del costituzionalismo modifica radicalmente gli attori chiamati a interpretare il gioco del potere. La presenza di un parlamento, la necessità di rispettarne la legalità pur volendolo rovesciare, inibisce a tal punto il Napoleone Bonaparte del 18 Brumaio che solo l’energia di Luciano Bonaparte, suo fratello, lo salva dalla rovina e dalla umiliazione. A pericolo scampato, quando Napoleone ha finalmente in pugno la situazione, Sieyès, che era stato uno dei teorici dietro al mutamento costituzionale, osserverà che «mai un colpo di Stato fu più mal concepito e mai fu così mal condotto». Eppure, come scrive proprio Malaparte nel suo classico sul tema, «l’errore di aver fondato il piano del 18 Brumaio sul rispetto della legalità e sul meccanismo della procedura parlamentare rivela in Bonaparte una così acuta sensibilità di certi problemi attuali dello Stato e un’inquietudine così intelligente di fronte ai pericoli della molteplicità e della fragilità dei rapporti fra lo Stato e il cittadino, che fanno di lui un uomo assolutamente moderno, un europeo del nostro tempo. Il 18 Brumaio resta un modello di colpo di Stato parlamentare: la sua attualità consiste nel fatto che qualunque colpo di Stato parlamentare, nell’Europa moderna, non può svolgersi se non con quegli errori di concezione ed esecuzione».

Secondo il Dizionario di Politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, ancora negli anni Settanta del Novecento più della metà dei Paesi del mondo aveva governi sorti da colpi di Stato. Ciò che era intervenuto a mutare il quadro era stata la presenza di un nuovo attore, i capi militari, appunto. Quello dell’altro ieri rientra nell’onda lunga di un fenomeno novecentesco e se del resto si guarda all’oggi si vedrà che il novero dei Paesi che hanno governi sorti da colpi di Stato non è così differente da quanti allora il Dizionario ne contava.

Lasciando da parte i formalismi giuridici che vedono il colpo di Stato come «una rivoluzione in diritto, non in politica», oppure equiparano l’uno all’altro sotto il mero profilo giuridico, sarà bene osservare come nel più classico dei colpi di Stato, quello con cui Lenin prese il potere in Russia, questi due termini tendono ideologicamente a identificarsi. Alle accuse di membri del Comitato centrale quali Kamenev e Zinoviev di essere quello ideato da Trotzki, nient’altro che «blanquismo», Lenin replica dicendo che «un complotto militare è del blanquismo puro, se esso non è organizzato dal partito di una classe determinata, se gli organizzatori non tengono conto del momento politico in generale e della situazione internazionale in particolare. Vi è una grande differenza fra l’arte dell’insurrezione armata e un complotto militare». Lenin bluffa, ma nella Pietrogrado dell’epoca Trotzki sa bene che «è il disordine che paralizza lo Stato, che impedisce al Governo di prevenire l’insurrezione. Poiché non possiamo appoggiarsi allo sciopero, ci appoggiamo sul disordine». Trotzki diffidava delle masse.

Delle masse non ha invece diffidato Erdogan, ma di là dalla retorica con cui si paragona il popolo turco davanti ai carri armati a quello di Praga e di Tienanmen, la somiglianza sta solo nel coraggio degli uni e degli altri. A Praga come a Pechino vinse il colpo di Stato. Ad Ankara è mancata la tecnica.

Fonte: Il Giornale