La decisione presa dal premier greco di indire un referendum sull’austerità (rectius: sull’opportunità di accettare o respingere il piano di “salvataggio” delle “istituzioni”, che poi sarebbero la troika) ha scatenato nei nostri lidi la solita tifoseria da stadio: chi inneggia al trionfo della democrazia, chi ostenta scetticismo.

Non se ne abbiano i tromboni sfiatati del “primato della politica”: per valutare il senso politico di questa mossa il dato dal quale partire resta quello economico. È strano che questo non venga compreso soprattutto a sinistra, dove una volta andava di moda una cosa chiamata materialismo storico. Ma non entriamo in questo. La cosa importante è capire che l’austerità non è una bizza, né una virtù, della signora Merkel. L‘austerità è la conseguenza inevitabile dell’adozione dell’euro: se non puoi svalutare la moneta, per promuovere le esportazioni dalle quali ottenere la valuta forte necessaria per saldare i debitori esteri, devi svalutare il lavoro. I colleghi “appellisti”, quelli che con toni fra il dickensiano e il deamicisiano da anni ci frantumano le gonadi con l’idea che un euro senza austerità sia possibile (errore blu per il quale boccerebbero e bocciano i loro studenti del primo anno) dovranno rassegnarsi. Il fatto che l’aggiustamento fiscale sia reso necessario dal fatto di avere inibito quello di cambio oggi è sancito dal “Rapporto sul completamento dell’Unione Economica e Monetaria”, firmato il 22 giugno dai cinque presidenti (Juncker, Tusk, Draghi, Dijsselbloem e Schulz), che fa strame della disonestà intellettuale di chi da cinque anni si arrampica sugli specchi per non ammettere un errore storico di proporzioni inaudite. Capisco le difficoltà di chi si è dato per anni una vernice sinistrorsa e deve ammettere oggi di essere stato, per interposto euro, servo sciocco della finanza internazionale. Tuttavia sarebbe meglio venire a patti con la realtà, perché altrimenti si rischia di peggiorare una situazione già estremamente paradossale: quella in cui il compito di per sé rivoluzionario di dire la verità viene lasciato alle istituzioni antidemocratiche dell’Unione, mentre un leader di sinistra pretende di promuovere la democrazia con un quesito intrinsecamente menzognero e sostanzialmente inutile, dato il mandato esplicito ricevuto e il consenso di cui gode: “Volete l’austerità?” (e l’intellighenzia “de sinistra” plaude partecipe).

Il quesito corretto sarebbe: “Volete l’euro?” Varoufakis, il ministro greco dell’economia, ha le sue ragioni quando afferma che questo quesito formalmente non può essere posto, dato che i Trattati precludono questa possibilità. Ragioni deboli, tuttavia: basta leggersi gli articoli 56, 61 e 62 della Convenzione di Vienna, dalle quali risulta che anche trattati che non presentano clausole di risoluzione esplicita possono essere impugnati, che i trattati internazionali possono essere risolti qualora intervenga una radicale impossibilità di onorarli, o sopravvengano cambiamenti radicali delle circostanze che hanno spinto a sottoscriverli. La formulazione in termini di “austerità” quindi è in buona sostanza una foglia di fico, visto che il referendum è stato appunto promosso invocando circostanze eccezionali.

Certo, agendo in questo modo, Tsipras dimostra abilità tattica: lascia la palla ai creditori, scaricando su di loro la responsabilità di una rottura. Questa ormai non è improbabile. Al Draghi che il 4 aprile 2013 affermava spavaldo “No plan B”, subentra oggi un Eurogruppo che pare stia più pragmaticamente cercando di capire come gestire l’uscita della Grecia. Tsipras dà anche prova di coerenza: non va dimenticato che il suo governo è l’unico che (fino ad oggi) non abbia dato prova di totale subalternità all’Europa. Né Hollande né Renzi ci sono riusciti, pur partendo da posizioni meno deboli.

Riconosciuti i suoi meriti, resta da chiedersi perché sia così necessario per Tsipras nascondersi dietro una foglia di fico, e attribuire alla cattiva volontà altrui la responsabilità di una decisione che, secondo il parere dei commentatori più autorevoli, dovrebbe invece prendere in prima persona, nell’interesse del suo paese. Qui torna in evidenza il peccato originale nella strategia di Tsipras.

Per raggiungere il potere, Tsipras ha dovuto mentire, proponendo agli elettori l’euro come un valore positivo, uno status symbol da difendere a ogni costo, il segno tangibile del riscatto della nazione ellenica. So che agli “spinellati” di varia estrazione dà fastidio sentirselo dire: loro, porelli, ce l’hanno menata per anni con questa storia che l’euro combatteva “er nazzzionalismo”. Ma le cose stanno esattamente al contrario. Per indurre i popoli del Sud ad entrare nell’Euro non ci si è fatti scrupolo di far leva sul loro nazionalismo più bieco, sul loro desiderio di “non sentirsi da meno di un tedesco” (ognuno si sceglie i modelli che si merita, verrebbe da dire). Anche Tsipras ha dovuto, volente o nolente, inserirsi nel solco di questa sciocca menzogna (dove sono i greci che ci raccontavano della cornacchia con le penne del pavone?), e questo gioco sporco oggi si gli ritorce contro. Prescindendo dal solito terrorismo mediatico transnazionale, l’uscita della Grecia dall’euro verrebbe infatti vissuta anche dal suo elettorato come una sconfitta, scatenando risentimenti nazionalistici e alimentando l’opposizione a Syriza. Queste dinamiche politiche interne offrono la lettura più sensata di quello che in definitiva è un referendum su Tsipras. Tsipras deve misurare il consenso attorno alla propria persona perché sa che molto probabilmente presto dovrà tornare sui suoi passi, mettendo in pratica proprio quella misura che, per guadagnare il potere, ha detto di voler scongiurare: l’uscita dall’euro.

Una uguale abilità tattica da parte dei creditori suggerirebbe loro di venire incontro a Tsipras, facendogli concessioni ma tenendolo intrappolato nell’euro. Accordandogli un haircut e venendogli incontro su qualche misura simbolica gli permetterebbero di salvare la faccia (cosa alla quale Tsipras giustamente tiene e che finora è riuscito a fare), ma lo lascerebbero schiacciato sotto il peso della contraddizione oggettiva fra adesione all’Eurozona e possibilità di rilanciare effettivamente la Grecia, sottraendola al suo destino di colonia tedesca. Una soluzione apparentemente win-win: Tsipras resterebbe in sella, e nei fatti i creditori continuerebbero a spremere la Grecia, estraendone il succo (al costo di rinunciare a riscuotere quei crediti dei quali tanto si sa che sono inesigibili). Ma anche qui sono dinamiche politiche interne a frapporsi, questa volta quelle della Germania. Nonostante il rischio geopolitico di una rottura, che sta suscitando, come avrete notato, un certo allarme a Washington, la leadership tedesca, che ha mentito scaricando sui greci tutte le responsabilità, non può ora permettersi di venir incontro a questi ultimi, senza rischiare grosso sul fronte politico interno. I “compagni” della Spd non si lascerebbero certo sfuggire l’occasione di evidenziare le debolezze della Merkel nei riguardi dei greci per farle le scarpe, e del resto se si cede coi greci, poi lo si deve fare con portoghesi, spagnoli, ecc. Ecco quindi che le menzogne nazionalistiche incrociate di Nord e Sud ostacolano qualsiasi prospettiva strategica e qualsiasi esito cooperativo, rendendo sempre più probabile che una cosa nata male come l’euro finisca ancora peggio.

Intendiamoci: la storia procede per discontinuità, gli uomini e il caso fanno la differenza, la vicenda non è conclusa, né è possibile dire ora quando si concluderà. Possiamo però dire che gli ultimi sviluppi rendono sempre più chiaro come si concluderà: col tramonto dell’euro, come preconizzavo nel 2012, e verosimilmente anche con un profondo ripensamento dell’Unione Europea, il cui modello di integrazione è ormai destinato al fallimento, come concludeva lo scorso anno un europeista (che poi, qui in Italia, significa eurista) pentito come Zielonka.

Resta un’unica certezza: avendo dovuto mentire ai propri elettori, nascondendo cosa avrebbe realmente comportato l’euro, cioè la necessità di scaricare sul mercato del lavoro tutte le tensioni che prima erano assorbite da quello dei cambi, tutte le élite escono sconfitte, e con loro escono sconfitti gli elettorati nazionali: quelli del Sud, che vivranno la fine dell’euro come una cacciata dal paradiso terrestre; quelli del Nord, che rimprovereranno alle proprie élite di non essere state in grado di tutelare i loro interessi economici. L’asimmetria insita in questo progetto demenziale ne renderà ancora più devastanti gli effetti sulla coesione sociale e politica del nostro continente. Come nota Mimmo Porcaro, l’euro, che secondo gli “spinellati” doveva affratellare i proletari di tutta Europa, sta sopravvivendo su una narrazione che invece li segmenta, convincendo il sottooccupato tedesco, vittima delle riforme Hartz, che la sua miseria e la sua precarietà sono colpa del pigro proletario meridionale (anziché dello scaltro capitalista settentrionale). Su questo quadro desolante si innesta il fatto che, quando il gioco finirà, il necessario riallineamento del cambio avrà, come i precedenti storici dimostrano, effetti espansivi al Sud e recessivi al Nord. I mentitori meridionali (quelli del “lavorerete un giorno in meno…”, per capirci), potranno quindi tirare un sospiro di sollievo, perché i loro ceti subalterni verosimilmente recupereranno una relativa prosperità. Ma questa finestra di relativa pace durerà fino a quando, al Nord, un proletariato ulteriormente impoverito non troverà l’uomo forte che ne sfrutti il malcontento. Un film già visto, e quindi rinuncio a ricordarvene il finale.

Fonte: Il Fatto Quotidiano