Il «testa a testa» nel refe­ren­dum greco, pro­pa­gan­dato dai grandi media, si è rive­lato una sonora testata nel muro per i fau­tori interni e inter­na­zio­nali del «Sì». Il popolo greco ha detto «No» non solo alle misure di «auste­rità» impo­ste da Ue, Bce e Fmi, ma, di fatto, a un sistema – quello capi­ta­li­stico – che sof­foca la demo­cra­zia reale.

Le impli­ca­zioni del refe­ren­dum vanno al di là della sfera eco­no­mica, coin­vol­gendo gli inte­ressi poli­tici e stra­te­gici non solo di Bru­xel­les, ma (cosa di cui non si parla) quelli di Washing­ton. Il pre­si­dente Obama ha dichia­rato di essere «pro­fon­da­mente coin­volto» nella crisi greca, che «pren­diamo in seria con­si­de­ra­zione», lavo­rando con i part­ner euro­pei così da «essere pre­pa­rati a qual­siasi evenienza».

Per­ché tanta atten­zione sulla Gre­cia? Per­ché è mem­bro non solo della Ue, ma della Nato. Un «solido alleato», come la defi­ni­sce il segre­ta­rio gene­rale Stol­ten­berg, che svolge un ruolo impor­tante nei corpi di rapido spie­ga­mento e dà il buon esem­pio nella spesa mili­tare, alla quale destina oltre il 2% del pil, obiet­tivo rag­giunto in Europa solo da Gran Bre­ta­gna ed Esto­nia. Nono­stante che Stol­ten­berg assi­curi «il con­ti­nuo impe­gno del governo greco nell’Alleanza», a Washing­ton temono che, avvi­ci­nan­dosi alla Rus­sia e di fatto alla Cina, la Gre­cia di Tsi­pras com­pro­metta la sua appar­te­nenza alla Nato. Il pre­mier Tsi­pras ha dichia­rato che «non siamo d’accordo con le san­zioni alla Rus­sia» e, al ver­tice Ue, ha soste­nuto che «la nuova archi­tet­tura della sicu­rezza euro­pea deve inclu­dere la Russia».

Nell’incontro Tsipras-Putin, in aprile a Mosca, si è par­lato della pos­si­bi­lità che la Gre­cia diventi l’hub euro­peo del nuovo gasdotto, sosti­tu­tivo del South Stream bloc­cato dalla Bul­ga­ria sotto pres­sione Usa, che attra­verso la Tur­chia por­terà il gas russo alle soglie della Ue. Vi è inol­tre la pos­si­bi­lità che la Gre­cia riceva finan­zia­menti dalla Banca per lo svi­luppo creata dai Brics (Bra­sile, Rus­sia, India, Cina, Suda­frica) e dalla Banca d’investimenti per le infra­strut­ture asia­ti­che creata dalla Cina, che vuole fare del Pireo un impor­tante hub della sua rete commerciale.

«Una Gre­cia amica di Mosca potrebbe para­liz­zare la capa­cità della Nato di rea­gire all’aggressione russa», ha avver­tito Zbi­gniew Brze­zin­ski (già con­si­gliere stra­te­gico della Casa Bianca), dando voce alla posi­zione dei conservatori.

Quella dei pro­gres­si­sti è espressa da James Gal­braith, docente di rela­zioni di governo e busi­ness all’Università del Texas, che ha lavo­rato per alcuni anni con Yanis Varou­fa­kis, dive­nuto mini­stro delle finanze greco (ora dimis­sio­na­rio), al quale ha for­nito «assi­stenza infor­male» in que­sti ultimi giorni. Gal­braith sostiene che, nono­stante il ruolo svolto dalla Cia nel golpe del 1967, che portò al potere in Gre­cia i colon­nelli in base al piano «Pro­me­teo» della Nato, «la sini­stra greca è cam­biata e que­sto governo è pro-americano e fer­ma­mente mem­bro della Nato».

Pro­pone quindi che, «se l’Europa fal­li­sce, pos­sono muo­versi gli Stati uniti per aiu­tare la Gre­cia, la quale, essendo un pic­colo paese, può essere sal­vata con misure minori, tra cui una garan­zia sui pre­stiti» («US must rally to Greece», The Boston Globe, 19–2-15).

Ambe­due le posi­zioni sono peri­co­lose per la Gre­cia. Se a Washing­ton pre­vale quella dei con­ser­va­tori, si pro­spetta un nuovo piano «Pro­me­teo» della Nato, una «Piazza Syn­tagma» sulla fal­sa­riga di «Piazza Mai­dan» in Ucraina. Se pre­vale quella dei pro­gres­si­stiti, una ope­ra­zione di stampo neo­co­lo­niale che farebbe cadere la Gre­cia dalla padella nella brace.

L’unica via resta quella di una dura lotta popo­lare per la difesa della sovra­nità nazio­nale e della democrazia.

Fonte: Il Manifesto