La Turchia promette grandi affari ma anche spinosi rompicapi geopolitici, dai rapporti con la Russia al suo ruolo nella Nato e nei conflitti esplosi in Medio Oriente. Il Paese appare sempre più inquieto dopo gli ultimi attentati e il presidente Erdogan oggi è in Iran, lo storico rivale, preceduto da una secca dichiarazione: «L’influenza iraniana comincia a dare fastidio, a noi, all’Arabia Saudita e ai Paesi del Golfo». La visita non è saltata perché Teheran non intende riaccendere le animosità dopo l’accordo di Losanna sul nucleare.
In economia Ankara si pone l’ambizioso obiettivo di entrare nel G-10 entro il 2023, centenario della repubblica fondata da Ataturk; in politica estera punta sull’eredità ottomana e l’Islam sunnita: una formula che però non appare così vincente. La Turchia non ha più ambasciatori in Egitto, Siria, Israele, e in Libia è stata espulsa dalla Cirenaica mentre il piano di abbattere Bashar Assad lasciando passare dalle frontiere migliaia di jihadisti si è rivelato un calcolo sbagliato. Assad è ancora in sella e gli americani vorrebbero negoziare con lui. «La Turchia ha oltre 900 km di frontiera con la Siria e adesso per 300 confina con il Califfato», osserva l’ambasciatore italiano Luigi Mattiolo.
Nel consegnare le credenziali al presidente Tayyep Erdogan, il nuovo ambasciatore è stato accolto nel faraonico palazzo di 1.200 stanze da una buona notizia. «L’interscambio bilaterale – ha detto il presidente – deve raddoppiare, da 20 miliardi di dollari a 40». Mattiolo, che in Israele fece decollare una commessa di aerei Alenia-Aermacchi, ci ha provato subito organizzando ad Ankara un incontro tra Ismail Demir, plenipotenziario delle industrie della Difesa, il sottosegretario Gioacchino Alfano e Mauro Moretti, numero uno di Finmeccanica: «I turchi – ha detto Demir – non intendono più essere solo clienti degli italiani ma partner paritari in campo tecnologico, dalla difesa all’energia».
L’obiettivo è esportare insieme, aprendo agli italiani mercati come il Pakistan e l’Asia centrale. Americani permettendo, naturalmente: Washington ha bloccato una commessa in Turkmenistan di elicotteri Agusta assemblati in Turchia per violazione dei diritti umani.
I turchi sono nervosi, si sentono “traditi” dagli Usa nella guerra contro Assad e dalla mancata condanna del colpo di Stato contro i Fratelli Musulmani egiziani, ma anche gli americani non tollerano che un Paese membro da 60 anni della Nato, con i Patriot schierati ai confini, stia negoziando con la Cina un sistema anti-missile in concorrenza con quello del consorzio italo-francese Eurosam. Si può forse immaginare che i codici Nato possano andare a Pechino?
Ma la partita forse più controversa è quella del gas. I russi (e gli americani) si chiedono se davvero Erdogan avrà l’ardire di realizzare il Turkish Stream, sostituto del South Stream, per esportare il gas in Turchia e verso i mercati europei. Una pipeline da 63 miliardi di metri cubi, tutta finanziata dai russi.
La Turchia è già il secondo cliente di Gazprom dopo la Germania: qui l’anno scorso il gigante russo ha esportato oltre 27 miliardi di metri cubi attraverso il Blue Stream, che costruì la Saipem, mentre un 20% dei consumi interni è coperto proprio dal gasdotto con l’Iran.
«Il Turkish Stream si farà», dice Saltuk Duzyol, direttore generale di Tanap, il consorzio concorrente a quello russo che attraverso il Tap (Trans-Adriatic Pipeline) trasporterà il gas dell’Azerbaijan all’Italia per ridurre la dipendenza dell’Europa da Mosca. «Del resto – aggiunge l’ingegnere – qual è il problema? Ci sarà più energia per i consumi interni ed europei, generando una sana competizione tra fornitori».
Il Tanap per l’Italia è già un affare: Duzyol sottolinea che le aziende italiane si sono aggiudicate commesse per 600 milioni di dollari mentre il Nuovo Pignone è in corsa per le stazioni di pompaggio. Ma il gasdotto dalla Russia, a differenza del Tanap, ai turchi non costa nulla e per invogliarli Gazprom ha appena concesso sconti sulle forniture.
Agli Stati Uniti il gasdotto russo, che aggira l’Ucraina, non va proprio giù. «I russi – che Mattiolo conosce bene – vogliono dimostrare di sapere sedurre con offerte allettanti un Paese della Nato che aspira all’ingresso nell’Unione Europea». Gli americani sono inviperiti. «Il Turkish Stream non è un progetto economico ma politico: la Russia si serve del gas come un’arma contro l’Europa», dichiara Amos Hochstein, inviato speciale di Washington per l’energia. E pur di addomesticare Ankara benedice le prospezioni petrolifere turche sulla montagna curda di Kandil, santuario del Pkk di Abdullah Ocalan.
Per frenare l’intesa Putin-Erdogan, gli Usa incoraggiano la Turchia a importare gas e petrolio dal Kurdistan iracheno, auspicando che il governo di Barzani si metta d’accordo, prima o poi, con quello centrale di Baghdad impegnato con le milizie sciite dei Pasdaran iraniani a riconquistare terreno al Califfato.
La battaglia delle pipeline si incrocia con le guerre che si combattono sul campo. «I nostri vicini sono tutti ricchi di energia ma sono anche turbolenti e questo può diventare un problema», osserva Duzyol. La Siria da Paese amico è diventata dal 2011 un nemico giurato, l’Iran rimane comunque l’eterno rivale sciita per la supremazia regionale e persino alleati come l’Azerbaijan non sono poi così affidabili: il presidente azero Aliev detesta Erdogan per le sue marcate inclinazioni islamiste.
Questa è una partita complicata e rischiosa, dove la Turchia che aspira a diventare l’hub internazionale del gas, gioca su più tavoli: con la Russia, con i vicini mediorientali e caucasici, con l’Iran, con l’Europa, il principale cliente, ma anche con gli Usa che trattengono la Turchia nella Nato sperando che dia una mano a sistemare la regione. Non con grandi risultati. Più interessati ad abbattere Assad che a combattere lo Stato islamico, i turchi hanno accettato di costituire un esercito dell’opposizione siriana finanziato da Qatar e Arabia Saudita ma si rifiutano di concedere la base di Incirlik per i raid contro l’Isil.
I giocatori di questo Great Game hanno comunque sempre in mano una carta per fare pressioni o ricattare gli altri. Per Washington si chiama Trattato di partnership transatlantica con l’Europa. Se la Turchia resta fuori, pagherà con 2-3 punti di Pil l’anno l’esclusione: costerà come l’intero il bilancio della Difesa e forse svaniranno anche i sogni di entrare nel Gotha dell’economia mondiale

Fonte: IlSole24Ore