Durante l’anno di campagna elettorale statunitense che abbiamo appena attraversato, la retorica è cambiata profondamente e una scissione inaspettata è apparsa tra i due campi. Se, inizialmente, i candidati hanno parlato di temi propriamente politici (come la distribuzione della ricchezza o la sicurezza nazionale), oggi trattano principalmente di sesso e denaro. È questo discorso, e non le questioni politiche, a far esplodere il partito repubblicano – i cui principali leader hanno ritirato il loro appoggio al candidato – e che ricompone lo spettro politico, riesumando un antico divario di civiltà. Da un lato, la signora Clinton si vuole politicamente corretta, mentre da parte sua “The Donald” manda in frantumi l’ipocrisia della ex “first lady”. Da una parte, Hillary Clinton promuove la parità uomini/donne, anche se non ha mai esitato ad attaccare e diffamare le donne che rivelavano di essere andate a letto con suo marito; benché lei si presenti non tanto per le sue qualità personali, quanto come la moglie di un ex presidente, e benché accusi Donald Trump di misoginia perché egli non nasconde la sua predilezione per il genere femminile. D’altra parte, Donald Trump denuncia la privatizzazione dello Stato e il pizzo richiesto alle personalità straniere da parte della Fondazione Clinton per ottenere un appuntamento presso il Dipartimento di Stato; la creazione dell’ObamaCare non nell’interesse dei cittadini, ma a profitto delle assicurazioni mediche; e va a mettere perfino in discussione l’autenticità del sistema elettorale. Sono perfettamente consapevole che il modo in cui si esprime Donald Trump incoraggi di fatto il razzismo, ma non penso affatto che ciò sia il cuore del dibattito elettorale, nonostante il battage che ne fanno i media filo-clintoniani. Non è indifferente che, in occasione del caso Lewinsky, il presidente Bill Clinton abbia chiesto scusa alla nazione e abbia riunito i pastori affinché pregassero per la sua salvezza. Laddove, messo in causa per fatti simili da una registrazione audio, Donald Trump si è accontentato di chiedere scusa alle persone che aveva offeso, senza coinvolgere il clero.

La scissione attuale riprende la rivolta dei valori dei cattolici, degli ortodossi e dei luterani contro quelli dei calvinisti, rappresentati principalmente negli Stati Uniti dai presbiteriani, dai battisti e dai metodisti. Se entrambi i candidati sono stati allevati nella tradizione puritana (Clinton come metodista e Trump come presbiteriano), la signora Clinton è tornata alla religione alla morte di suo padre e ora partecipa ai gruppi di preghiera dei capi di stato maggiore delle forze armate, The Family, mentre Trump pratica una spiritualità più interiorizzata e non frequenta granché i templi. Naturalmente, nessuno è rimasto bloccato entro gli schemi in cui è stato cresciuto. Ma quando qualcuno agisce senza pensare, essi sono riprodotti a sua insaputa. La questione dell’ambiente religioso di ciascuno può dunque essere importante. Per capire che cosa sia in gioco, dobbiamo tornare all’Inghilterra del XVII secolo. Oliver Cromwell rovesciò con un colpo di Stato militare re Carlo I. Pretese di stabilire una Repubblica, di purificare l’anima del paese, e fece decapitare l’ex sovrano. Creò un regime settario ispirato alle idee di Calvino, massacrò in massa gli irlandesi papisti, e impose uno stile di vita puritano. Inoltre concepì il sionismo: convocò gli ebrei in Inghilterra e fu il primo capo di Stato al mondo a reclamare la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Questo episodio sanguinoso è conosciuto con il nome di “Prima guerra civile britannica”. Dopo la restaurazione della monarchia, i puritani di Cromwell scapparono dall’Inghilterra. Si stabilirono nei Paesi Bassi, da dove alcuni di loro partirono a bordo del Mayflower diretti in America (i “Padri Pellegrini”), mentre altri fondarono la comunità Afrikaneer in Africa australe. Durante la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti nel XVIII secolo, abbiamo rivisto lo scontro dei calvinisti contro la monarchia britannica, tanto che nei manuali attuali di storia britannica viene indicato come la “Seconda guerra civile.”

Nel XIX secolo, la Guerra di secessione oppose gli Stati del Sud (prevalentemente abitati da coloni cattolici) a quelli del Nord (prevalentemente abitati da coloni protestanti). La Storia dei vincitori presenta questo confronto come una lotta per la libertà dalla schiavitù, il che è pura propaganda (gli Stati del Sud abolirono la schiavitù durante la guerra quando stipularono un’alleanza con la monarchia britannica). In realtà, si ritrovava il confronto dei puritani contro il trono inglese, ragione per cui alcuni storici qui parlano addirittura di “Terza guerra civile britannica”. Nel corso del XX secolo, questo confronto interno della civiltà britannica sembrava sparito tranne che per la rinascita dei Puritani nel Regno Unito con i “cristiani non conformisti” del primo ministro David Lloyd George. Questi divisero l’Irlanda e si impegnarono a creare il “focolare nazionale ebraico” in Palestina. In ogni caso, un consigliere di Richard Nixon, Kevin Philipps, che ha dedicato una tesi voluminosa a queste guerre civili, ha constatato che nessuno dei problemi è stato risolto, e ha annunciato un quarto round [1]. I seguaci delle chiese calviniste, che per 40 anni hanno votato massicciamente per i repubblicani, sostengono ormai i democratici. Non dubito che la signora Clinton sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti, né del fatto che se Trump venisse eletto, verrebbe rapidamente eliminato. Ma nel giro di pochi mesi, si assiste a una vasta redistribuzione elettorale in mezzo a un’evoluzione demografica irreversibile. Le Chiese di emanazione puritana non rappresentano che un quarto della popolazione e sgorgano nel campo democratico. Il loro modello appare come un incidente storico. È scomparso dal Sud Africa e non sopravvivrà più a lungo, né negli USA né in Israele.

Al di là delle elezioni presidenziali, la società statunitense deve evolversi rapidamente o lacerarsi di nuovo. In un paese in cui i giovani rifiutano in maniera massiccia l’influenza dei predicatori puritani, non è più possibile spostare la questione dell’uguaglianza. I Puritani mirano a una società in cui tutti gli uomini sono uguali, ma non equivalenti. Lord Cromwell voleva una repubblica per gli inglesi, ma solo dopo aver massacrato i papisti irlandesi. È così che attualmente negli Stati Uniti tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ma in nome degli stessi testi i tribunali sistematicamente condannano i neri mentre trovano circostanze attenuanti per i bianchi che commettono crimini o delitti analoghi. E, nella maggior parte degli Stati, una condanna penale, anche per un eccesso di velocità, è sufficiente per vedersi spogliati del diritto di voto. Pertanto, bianchi e neri sono uguali, ma in certi Stati la maggior parte degli uomini neri è stata legalmente privata del diritto di voto. Il paradigma di questo pensiero, in politica estera, è la “soluzione dei due Stati” in Palestina: uguali, ma soprattutto non equivalenti. È il pensiero puritano ad aver guidato le amministrazioni del pastore Carter, di Reagan, dei Bush (Sr. e Jr. sono entrambi diretti discendenti dei Padri Pellegrini), di Clinton e di Obama a sostenere il wahhabismo in contraddizione con gli ideali esibiti dal loro paese, e ora a sostenere Daesh. In precedenza, i Padri Pellegrini fondarono delle comunità a Plymouth e Boston, che sono state idealizzate nella memoria collettiva statunitense. Gli storici sono tuttavia formali, dicevano di formare il “nuovo Israele” e hanno scelto la “Legge di Mosè”. Non collocarono la Croce nei loro templi, ma le Tavole della Legge. Ancorché cristiani, attribuivano più importanza alle Scritture ebraiche che ai Vangeli. Obbligarono le donne a coprirsi il capo con un velo e ripristinarono le punizioni corporali.

Fonte: Voltairenet.org