Americani ed europei condividono più che le stesse politiche i medesimi errori: messaggi sbagliati o ambigui lanciati nei confronti dei turchi, dei sauditi e del Medio Oriente. Per anni Germania e Francia hanno lasciato Ankara nella sala d’aspetto dell’Unione concedendo poco o nulla e ora con l’accordo voluto dal cancelliere Angela Merkel la Turchia ricatta l’Europa. Erdogan si è giocato la carta dei visti e se a giugno non arriveranno c’è da scommettere che anche l’intesa sui rifugiati rischia di saltare: a meno che Bruxelles non metta ancora le mani nelle tasche. L’Unione è condotta da leader poco avveduti che ancora poco tempo fa paragonavano il partito Akp a una sorta di «democrazia cristiana all’islamica» senza accorgersi che il Paese scivolava verso un’autocrazia. Il cedimento della signora Merkel – attesa sabato in Turchia – sul caso del comico che ha satireggiato su Erdogan, mette in dubbio che ci sia una certa differenza tra una democrazia liberale e l’autoritarismo. Non c’è da meravigliarsi se suscita simpatie anche Putin.

Se l’Europa non ha il coraggio di ribattere a Erdogan che cosa ci facciamo qui? Ecco la risposta: Obama teme la Brexit perché la sponda europea è essenziale a sostenere una politica Usa che conta su di noi per disimpegnarsi dagli errori commessi negli ultimi decenni in Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Anche Erdogan però ha da dire qualche cosa a europei e Stati Uniti. La signora Hillary Clinton quando era segretario di Stato ha fatto credere ad Ankara, insieme a Francia e Gran Bretagna, che aveva mano libera per abbattere il regime di Assad. Sono stati americani ed europei a sponsorizzare improbabili riunioni dell’opposizione siriana ben sapendo che la Turchia faceva passare migliaia di combattenti sull’”autostrada della Jihad”. Nel 2013 Francia e America discutevano di bombardare il rais siriano che poi hanno più o meno legittimato con i negoziati di Ginevra. Non è stata una sorpresa quando Erdogan ha opposto tanti ostacoli alla concessione delle base di Incirlik all’alleanza anti-Califfato. E tanto meno ha destato stupore che i turchi massacrassero i curdi prima ancora degli islamisti.

La stessa cosa di Erdogan potrebbero affermare i sauditi, che pure sono stati ai ferri corti con Ankara sul colpo di stato di Al Sisi contro i Fratelli Musulmani che da ieri con la visita di Kerry conta anche sull’aiuto di Washington. Riad sponsorizza da decenni i gruppi islamici più radicali: gli americani lo sanno perfettamente perché sono stati i sauditi a finanziare la guerra anti-sovietica dell’Afghanistan appoggiando i gruppi più estremisti. Anche nel caso della Siria, Washington ha fatto credere ai Saud che avevano mano libera per colpire Assad nella guerra per procura contro l’Iran. I Paesi consumatori di petrolio non potevano lamentarsi: per strozzare l’economia iraniana Riad ha inaugurato una guerra sui prezzi che è andata a vantaggio degli occidentali. Una strategia che ha già bruciato circa il 20% delle riserve saudite. E adesso che gli Usa hanno fatto l’accordo sul nucleare con Teheran i nodi vengono al pettine. I sauditi si sentono traditi dagli americani e per di più sono impantanati in Yemen in una sorta di Vietnam arabo: Obama a Riad ha incontrato un re Salman infuriato. Dopo tutto i sauditi durante la sua presidenza hanno acquistato 50 miliardi di armi americane: i buoni clienti non si trattano in questo modo. A Hannover lunedì il presidente Usa e i leader europei parleranno di Isis, Libia, immigrazione, ma qui o si cambia politica o si moltiplica il caos alle porte dell’Europa.

Fonte: Il Sole 24 Ore