Erano gialli, non erano umani. Ed è perciò che dovevano scomparire i giapponesi. Erano solo yellow monkey. Non c’era solo l’uranio dentro Little boy. La bomba sganciata il mattino del 6 agosto 1945 su Hiroshima da Enola Gay – l’aereo dell’aviazione degli Stati Uniti – aveva ben altro detonatore: il razzismo.
Erano lontani, non erano neppure parenti come potevano esserlo gli europei (perfino i tedeschi). E tre giorni dopo, Fat Man – l’altra bomba – veniva gettata su Nagasaki anche per sperimentare un’altra miscela esplosiva. Il primo fungo nucleare uccideva 140.000 civili. Il secondo ne cancellava altri 80.000. E gli scienziati – anche il nostro Enrico Fermi, cui intitoliamo le scuole – potevano con soddisfazione mettere la parola fine al conflitto.
Erano il Bene, gli americani. Ed erano il Male, i giapponesi. John Kerry, segretario di Stato americano – il primo funzionario statunitense a entrare nel santuario a settant’anni dalla fine della guerra – deponendo fiori al memoriale del genocidio nucleare ha detto: “Non è interesse di nessuno riaprire discussioni”.
La frase, frutto di sapienza diplomatica, mette in chiaro un concetto: l’America non chiede scusa per avere lanciato settant’anni fa l’atomica sulla popolazione inerme. Aver fatto tanto male al Male – peraltro giallo, e remoto – non può che rendere eterno il merito del Bene: “La disumanità più abietta”, l’ha spiegato definitivamente Carl Schmitt, “può essere condotta solo in nome dell’umanità”.
Il dopoguerra di quella guerra non è mai finito. Ogni sconfitto, nell’orizzonte contemporaneo, se ne resta imputato in eterno. La novità tutta liberale di non conoscere pietas deriva da una precisa convinzione: e cioè che alla guerra degli uomini – quella degli eserciti reciprocamente nemici, pronti a negoziare subito dopo la fine delle ostilità – faccia seguito la guerra dell’umanità cui non corrisponde né un’unità politica né tantomeno una realtà statuale.
Le scuse ai pellerossa, gli americani, le hanno fatto per tramite di Hollywood. L’industria ideologicamente corretta dell’immaginario, il cinema su tutto, ha poi assolto ai compiti di rimozione delle altre colpe, dal razzismo all’imperialismo.
Ed è stato con l’epica che – nello specifico caso della Guerra Civile – già con Via col vento, per fare l’esempio più popolare, l’America ha meritoriamente contribuito a disinnescare l’odio fratricida dentro casa riconoscendo al Sud sconfitto una dignità di narrazione altrove negata.
La parola “umanità”, nel dopoguerra che mai finisce, assume un solo terribile significato: quello di “non riconoscere al nemico la sua qualità di uomo”. Brenno che getta sulla bilancia la propria spada, oggi – con il sovrappiù di oro del tributo di guerra – si porta via identità e memoria di ogni sconfitto. Appunto, quell’urlo: “Guai ai vinti”.
Gli americani non chiedono scusa dell’atomica perché – dal loro punto di vista – non hanno sbagliato a gettarla sulle città giapponesi. E il loro, è il punto di vista dell’umanità. Tre volte tanto ne sono morti di innocenti civili a Tokio coi bombardamenti al fosforo. Con la mentalità che è propria delle società degli avvocati, e non della civiltà dello ius, gli americani sanno che alle scuse segue sempre il rimborso ed è perciò che, con buona pace dell’etica guerriera, lasciano la colpa al morto, che fu giallo e neanche umano.
In quel posto dove Kerry ha lasciato i fiori, c’è scolpita una frase strana: “Non ripetiamo mai l’errore”. Il Giappone, dunque, nel guaio proprio dei vinti assume su di sé la colpa suprema: aver combattuto nell’ultima guerra, quella il cui dopoguerra non finisce più. E non apre discussioni.

Fonte: Il Fatto Quotidiano