Il sale viene da Nord, l’oro dal Sud, l’argento dai Paesi dei bianchi, ma le parole di Dio e i bei racconti li trovi solo a Timbuctù, recitava un detto sudanese. A Zagora il cartello indicava: 52 giorni a Timbuctù. Sulla via del sale percorsa dalle azalai, le carovane di cammelli, viaggiavano le merci e i manoscritti che costituivano il sapere dell’epoca: i convogli facevano tappa a Ouadane, Chinguetti e infine a Timbuctu. Qui erano sorte le prime università africane e si andava a studiare a Timbuctù come se fosse Harvard. Negli anni ‘90 il Sole 24 Ore mi mandò qui a raccontare due vicende che si intrecciavano: l’arrivo di internet nel Sahara e la storia delle biblioteche del deserto, dei manoscritti che ancora viaggiavano nelle bisacce dei cammelli. C’era un tempo che nell’Africa del Sahara i libri erano considerati talmente preziosi da essere scambiati con l’oro, come racconta Leone l’Africano che parla anche di pepite di 12 chili: fu così che si diffuse la leggenda di un Eldorado africano dove non c’è neppure una miniera.

C’è da dubitare che il distruttore di Timbuctu amasse queste storie. Ma la giustizia per una volta ha fatto il suo corso. I giudici della Corte Penale Internazionale dell’Aia hanno giudicato il jihadista maliano Ahmad Al Faqi Al Mahdi colpevole della distruzione di mausolei di Timbuctù, riconosciuti come patrimonio mondiale dell’umanità e lo hanno condannato a nove anni di prigione. Si tratta di un verdetto storico: per la prima volta un jihadista è condannato per “crimini di guerra” commessi contro “monumenti di carattere storico e religioso”, in questo caso nove mausolei e una moschea. Una sentenza che è stata definita dall’Unesco “una pietra miliare” nella salvaguardia del patrimonio mondiale. Al Mahdi è il responsabile della distruzione delle tombe sufi e delle porte della moschea di Sidi Yahia. La moschea di Sidi Yahia è uno dei simboli di questa città che spunta dal deserto per affacciarsi sulle rive del Niger, al crocevia tra le popolazioni nomadi Tuareg e quelle sedentarie, luogo d’incontro tra chi viaggiava in piroga e chi cavalcava il cammello. Nel XV° secolo il capo Timbuctù, Mohammed Nadi, fece un sogno in cui arrivava da lontano un uomo di grandi qualità, un santo. Costruita la moschea Nadi mise la chiave in una buca accanto alla porta. La moschea rimase sigillata per 40 anni fino a quando dall’Andalusia arrivò uno sharif di nome Sidi Yahia. Si diresse verso la moschea e come se già conoscesse il posto prese la chiave dalla buca, aprì la porta ed entrò. Quando Yahia morì fu sepolto nella moschea e una pietra copre la sua tomba: tutti entrano per sfiorarla con la mano e chiedono l’intercessione di uno dei santi più venerati.

Questi culti tradizionali del Sahel e del Maghreb non piacciono ai puritani che vorrebbero un ritorno al modello primitivo degli antenati devoti, cioè i salaf: sono questi i salafiti, rappresentanti di un’utopia regressiva e intollerante. Anche i wahabiti – la corrente sviluppata in Arabia Saudita – si sono distinti a Timbuctù per la loro furia iconoclasta, accanendosi sui simboli delle confraternite mistiche sufi. E non è accaduto soltanto in Mali. Il dramma della distruzione del patrimonio culturale è balzato sulle prime pagine dopo gli avvenimenti recenti in Iraq e Siria, come gli attacchi a Palmira da parte dell’Isis e quelli alle mura di Ninive. Eventi a cui abbiamo già assistito nell’Afghanistan dei talebani: il rogo dei libri a Kabul nel ’95, la distruzione delle tombe dei santi e infine quella dei Buddha di Bamyan nel 2001, prima dell’11 settembre. Ma adesso i distruttori di civiltà e di cultura sanno che potrebbero essere condannati per crimini di guerra: le pietre del passato possono diventare più pesanti delle loro pallottole.

Fonte: Il Sole 24 Ore