Il Giubileo è finito. Ieri, in tutte le Chiese del mondo cattolico, i sacerdoti indossavano i trionfali paramenti candidi delle grandi feste: era l’ultima domenica dell’anno liturgico, la festa del Cristo Re dell’Universo. Alla fine della messa, si canta in quell’occasione un antico inno legionario, il Christus vincit – Christus regnat – Christus imperat: e la Chiesa romana ritrova un riflesso della sua gloria imperiale, quella che i papi del medioevo hanno conquistato anche con qualche falso documentario – la “Donazione di Costantino” – e al quale papa Francesco ha definitivamente rinunziato deponendo il rosso della mozzetta e l’oro dell’Anello del Pescatore. Papa Francesco ha chiuso alle 10 del mattino, dinanzi a una folla straripante di fedeli, la prima e l’ultima porta del Giubileo, quella della sua basilica di San Pietro. Le altre porte, in tutte le principali chiese del mondo, erano già state chiuse. Ora comincia il tempo della penitenza e dell’attesa: i paramenti sacerdotali sono di austero violetto (quel colore che fa tanta paura alla gente di teatro) e si dovrebbe digiunare e meditare in attesa che il Salvatore rinasca come fa ogni anno, nell’Eterno Ritorno circolare dell’anno liturgico.

Saranno stati in molti a pensare che c’era parecchio di folkloristico, e magari di demagogico, nella liturgia “inventata” da papa Bergoglio e dai suoi stretti collaboratori. Quei tavoli d’accoglienza volutamente “modesti” e “familiari”, quella messa e quei canti in tutte le lingue del mondo, talune ignote e decisamente minoritarie. Eppure, l’universalità della Chiesa stava, sta, proprio in questo. Francesco ha voluto ricordare che il Cristo, Re dell’Universo, è anzitutto e soprattutto un povero tra i poveri: come nelle sculture dei portali romanici e gotici, che tante volte Lo presentano giudicante, in maestà, assiso sì sul trono, ma vestito solo del sudario della Resurrezione e in atto di ostentare i suoi segni del potere: che non sono lo scettro e la spada ma le piaghe delle mani e dei piedi. Mani e piedi piagati, come quelli dei tanti che arrivano sulle nostre spiagge dopo viaggi da schiavi, dopo aver evitato per miracolo il naufragio. Forse non tutti se ne sono accorti, ma questo Giubileo della Misericordia è stato un trionfo. Non si contano le case d’accoglienza e gli ospedali aperti, i bambini e le donne accolti e salvati dai pericoli della strada, i vecchi e gli ammalati strappati a una fine squallida e crudele, i poveri salvati dall’abiezione: perché la povertà è una condizione, ma la miseria è disonore e vergogna, è perdita di dignità. Misericordia significa ricondurre l’essere umano a quel rispetto che è un suo diritto. E di lavoro da fare ce n’è tanto, in un mondo nel quale il 90% degli abitanti dispone, per sopravvivere, solo del 10% delle ricchezze globali del mondo.

Da qui l’attesa: quando lo indirà, il papa, il Giubileo della Giustizia? Perché la Giustizia è l’altra faccia della Misericordia, e l’una non può stare senza l’altra; se il mondo ha bisogno dell’una, ha bisogno anche dell’altra. Giustizia per i poveri, per i disoccupati, per gli ammalati, per i deboli, per i rifugiati, per le vittime di guerre volte da quanti su di esse si arricchiscono, per i migranti e per chi non ha di che vivere nemmeno nel suo paese. Il lavoro è molto e gli operai sono pochi. Eppure li abbiamo visti all’opera quest’anno: preti, frati, suore, medici, volontari d’ogni tipo: spesso anche gente che non ci saremmo mai aspettati di vadere al servizio del prossimo. Sono loro il sale della terra. Con la solita coda velenosa. I quattro cardinali che sventolano i loro dubbi a proposito della lettera Amoris laetitia e tirano come al solito le orecchie al loro bersaglio consueto, il loro collega Kasper, accusato del delitto di aver caldeggiato la concessione dell’eucarestia ai divorziati risposati. Il mondo va in frantumi, si spara sugli innocenti, si riducono in miseria e alla fame popoli interi pur di assicurare ricchi dividendi alle lobbies multinazionali eppure eccole là, le loro Eminenze Reverendissime, a inondarci del loro sapere teologico per dimostrare che quei miserabili peccatori sono condannati per sempre da tutti i cànoni e che quindi Nostro Signore, rispettoso com’è della teologia e del diritto canonico, non si degnerà mai di scendere nelle loro repellenti vittime. Per fortuna, come dicono i musulmani, Dio ne sa di più…

Fonte: Minima Cardiniana