Uno dei posters più drammatici della propaganda politica antinazista, prima delle elezioni del 1933 e poi dopo la fine dell’esperienza hitleriana, mostrava un “povero cristo”, un tedesco qualunque, crocifisso a una svastica. Il senso di quel messaggio era chiaro: i nazisti erano i nuovi assassini di Dio, il popolo tedesco era appeso al simbolo del loro partito in quanto strumento di violenza e di morte.

Non so se papa Francesco ha mai visto qualche riproduzione di una delle innumerevoli versioni di quell’intenso motivo propagandistico, sul significato e sul cattivo gusto del quale potremmo discutere a lungo. Certo, l’allusione al Cristo sulla croce, se non proprio blasfema, è poco rispettosa.

Ma non sembra certo l’intenzione del presidente boliviano Morales, che ha presentato giorni fa a un papa dall’espressione intensa e severa, forse preoccupata e forse imbarazzata, un oggetto che definire inquietante è decisamente eufemistico. Una croce di legno a forma di martello (oggetto peraltro richiamante la forma di una T maiuscola: il “Tau”, nella tradizione cristiana e soprattutto francescana segno salvifico, anzi uno dei modi più consueti per rappresentare la croce), alla base della quale è incastrata la raffigurazione di una falce.

E’ da escludere che le intenzioni del presidente Morales siano state polemiche o provocatorie: si può pensarne quel che si vuole, ma non si può non partire dalla certezza delle sue buone intenzioni, magari accompagnate – questo sì – da una certa intenzione di strumentalizzare in qualche modo la presenza del pontefice e di, esprimiamoci così, “tirarlo dalla sua”. Certo è che la croce/svastica della propaganda tedesca antinazista comportava un giudizio intransigente nei confronti del movimento hitleriano; al contrario, la croce/falce-e-martello del socialista Morales significa ben altro. E sale immediatamente alla mente la definizione, così comune tra i ceti subalterni dei paesi cattolici di una volta, di “Gesù primo socialista”. Il Cristo crocifisso su una falce e martello non è martirizzato da essa o a causa di essa: anzi, vi si appoggia come a un simbolo di salvezza. Nelle intenzioni di Morales il vecchio distintivo socialista, sempre associato alla bandiera rossa, è un segno di speranza, di solidarietà, di redenzione: una metafora della croce.

Papa Francesco ci ha detto e ripetuto che è necessario guardare il mondo con occhi nuovi; e il considerarlo “dalle periferie” è secondo lui il modo migliore per farlo e per comprenderlo. E allora è non solo inutile, ma inintelligente e fuorviante “giudicare” il gesto di Morales, che a noi può sembrare blasfemo o quanto meno inopportuno. Tale gesto va invece “compreso”: e per farlo dobbiamo fare una cosa che alla stragrande maggioranza di noi è quasi impossibile. Capire che cosa significa per i montanari e icampesinos andini quell’emblema al quale alcuni di noi guardano ancora con un po’ di nostalgia e di tenerezza nostalgica, mentre la maggioranza degli occidentali lo associano al totalitarismo sovietico e lo considerano pauroso e sinistro.

Ebbene: se andate in India, in Nepal, o in Cina, o se visitate qualche riserva indiana, v’imbatterete inevitabilmente in una o in più varianti della svastica; e ve ne saranno spiegati i vari, complessi e profondi significati. Ma la svastica nasce come simbolo sacrale. La falce e martello è invece moderna e politica: nasce come simbolo della dignità del lavoro e dell’ispirazione a una giustizia sociale che sul lavoro si fondi. L’America latina, un po’ come l’Africa, è una “periferia” poco toccata da quel ch’è accaduto nel down town occidentale; là, il ricordo e il valore della shoah, per esempio – con una mezza eccezione, forse, per l’Argentina – ha un valore mediatico e sociale molto meno pregnante di quanto non sia in Europa e negli stessi Stati Uniti. E la falce e martello non viene intesa unilateralmente come un simbolo di oppressione o di tirannia: al di là dell’appropriazione unilaterale e totalizzante da parte del comunismo sovietico, che le ha impresso un significato esclusivo, essa è restata a lungo – e lo è ancor oggi, dal Perù al Brasile al Cile – il segno del movimento dei lavoratori e al di là di ciò lo stemma degli oppressi, dei diseredati, di coloro che hanno fame e sete di giustizia.

Papa Francesco ha recato in Bolivia il suo messaggio d’una Chiesa schierata tutta al fianco degli Ultimi. E’ stato un messaggio nuovo e sconvolgente per un continente dove essa ha troppo spesso assunto un atteggiamento polarizzante, troppo spesso compromesso con igorilas militari e i ceti abbienti. E ha duramente pagato tale ambiguità: oggi, la Cristianità cattolica latino-americana è pesantemente penalizzata a vantaggio delle sètte protestanti che guadagnano terreno presentandosi come sostenitrici degli umili e dei poveri (e predicando spesso, come si è visto soprattutto in Guatemala, una “pace sociale” che è acquiescenza al sistema delle sperequazioni e dello sfruttamento).

Un papato socialista, quindi? Il problema non è questo. Qui si tratta d’intendere e di comprendere concretamente un linguaggio politico e sociale, addirittura religioso, che ci è in apparenza familiare ma al quale siamo abituati a conferire altri e differenti valori. Non è facile. Cominciamo col partire da qui: da questo papa accigliato e pensoso dinanzi a un Gesù appeso a un martello, mentre una falce è scolpita in un povero legno poco sotto i Suoi piedi. Quasi due secoli di storia del movimento operaio ci hanno insegnato, in senso generico, a considerare mondo cattolico e mondo delle rivendicazioni sociali come opposti e reciprocamente ostili. Non è un mistero per nessuno che alla crisi del sistema sovietico hanno molto contribuito papa Giovanni Paolo II e l’azione della Chiesa cattolica.

Ma c’è un rovescio della medaglia: e proprio latino-americano. Per esempio, la Compagnia di Gesù fu protagonista nel Settecento della resistenza armata degli indiosdelle reducciones del Guaranì contro gli schiavisti; e Bergoglio è un gesuita. Il regalo del presidente Morales vuole forse simbolicamente sottolineare l’avvìo di una nuova stagione della Chiesa cattolica: una stagione nella quale la croce e il movimento dei lavoratori non staranno più su opposte barricate, né avvertiti come tali.

Fonte: Dal suo Blog