Quando scoppiò la Grande Guerra, François Fejtö aveva cinque anni. Assistette incuriosito dal balcone della casa della nonna all’euforia dei contadini festanti in partenza per la guerra convinti di tornare presto vincitori. Poi, sul finire dello stesso anno, si trovò di fronte a un altro spettacolo che gli provocò tristezza e turbamento: quello di tanti giovani che non ritornavano coperti di gloria, ma provati dalla durezza del conflitto. I ricordi infantili sedimentarono nella coscienza del grande intellettuale la cui vita avrebbe attraversato tutto il Novecento, in qualche caso partecipe in qualche altro testimone delle grandi tragedie del secolo.

Sulla Grande Guerra e sulla fine dell’impero multinazionale austro-ungarico, egli continuò a riflettere in maniera ossessiva, ma solo nel 1988, alla vigilia del crollo del muro di Berlino, pubblicò un’opera dedicata a quei tragici avvenimenti. Quel lavoro, da troppo tempo scomparso dalle librerie e ora riproposto con un ampio saggio introduttivo di Maurizio Serra (saggio che, opportunamente rielaborato, è pubblicato dalla rivista Nuova Storia Contemporanea nel fascicolo appena uscito), ha un titolo suggestivo e provocatorio, Requiem pour un empire défunt. Histoire de la destruction de l’Autriche-Hongrie (Perrin, pagg. 638, euro 11).

È comprensibile che la fine dell’impero asburgico abbia segnato in profondità François Fejtö, un ebreo poi diventato cattolico, che, nato in una piccola città dell’Ungheria sud-occidentale, nei pressi del lago Balaton, apparteneva a una famiglia la cui storia si era sviluppata all’interno di tutti (o quasi) i territori della Duplice Monarchia. Una zia, per esempio, aveva nel Friuli, vicino Udine, una casa di campagna dove la famiglia era solita riunirsi, con un rito patriarcale, durante l’estate. Il padre, direttore di un importante quotidiano, era un ardente patriota ungherese il quale apprezzava l’imperatore al punto che, quando sul finire del 1916 gliene fu comunicata la morte, la commentò in modo grave con una sola battuta: «È la fine di un mondo».

In fondo, Fejtö era non tanto un suddito di un impero al tramonto quanto piuttosto il figlio di una ideale Europa cosmopolita, multiculturale e multietnica, che l’Austria-Ungheria sembrava garantire e tutelare. Le sue inquietudini e il suo lungo e tormentato itinerario culturale e politico – dagli iniziali contatti con i marxisti di Budapest e di Vienna al rifiuto del loro fanatismo, dalla lotta contro il fascismo e il comunismo alla scelta dell’esilio nella cosmopolita Parigi – sono all’origine della scoperta del suo «conservatorismo liberale e socialista» maturato attraverso le frequentazioni di intellettuali come Emmanuel Mounier, Arthur Koestler e, soprattutto, Raymond Aron. Con la sua eccezionale capacità di analisi critica, con il suo indiscutibile anticonformismo, con il suo amore per la libertà e per la verità storica, Fejtö descrisse la genesi, l’evoluzione, la fine delle cosiddette democrazie popolari e gli sviluppi del comunismo in volumi diventati classici.

Dietro il comunismo e le democrazie popolari, dietro il dramma delle grandi tragedie del Novecento c’era la fine di quel mondo rappresentato dall’Austria-Ungheria. Ecco perché, in un certo momento della sua vita, Fejtö decise di scrivere il suo Requiem pour un empire défunt , un’opera di lunghissima gestazione. Aveva cominciato a pensarvi già nel 1937 poco prima dell’Anschluss quando, uscendo dalla sede degli archivi viennesi, incappò in un gruppo di nazisti che distruggevano le vetrine di negozi gestiti da ebrei e si trovò a riflettere sulla connessione fra quei fatti, espressione di un nuova epoca di violenza, e la scomparso del «mondo di ieri» fatto di solidità e certezze. Quel progetto, però, Fejtö riuscì a completarlo solo mezzo secolo dopo, o giù di lì, quando il sistema comunista, malgrado tante riconosciute difficoltà, non sembrava prossimo a implodere e il confronto ideale con il grande impero multinazionale e le sue fibrillazioni interne si imponeva.

A molti, il volume non piacque. Non solo per quel titolo dove la parola «requiem» sembrava declinare il registro della nostalgia per l’«impero defunto», quanto piuttosto per il sottotitolo che, evocando la «distruzione dell’Austria-Ungheria» capovolgeva la vulgata che attribuisce la scomparsa della Duplice Monarchia a un processo di «dissoluzione» interna dovuto alla sclerosi di un sistema politico incancrenito e all’azione disgregatrice delle nazionalità. Sotto un certo profilo, anzi, il lavoro di Fejtö si poneva come una replica al pur eccellente volume del suo amico Leo Valiani, intitolato proprio La dissoluzione dell’Austria-Ungheria (1985).

Secondo Fejtö le spinte centrifughe e autonomistiche delle nazionalità che avevano convissuto nell’impero – austriaci, ungheresi, slovacchi, ruteni, romeni, croati, polacchi, italiani e via dicendo – non avrebbero potuto determinare da sole la «disgregazione» o la «dissoluzione» dell’edificio sovranazionale se non fossero state sostenute e incoraggiate dalle potenze dell’Intesa. Se, in altri termini, lo smembramento della Duplice Monarchia non fosse stato voluto e deciso dall’esterno. Alla «distruzione» dell’impero, all’idea di una delenda Austria si cominciò a pensare – è questa la tesi di Fejtö – fra 1916 e 1917 quando diversi fattori (la stagnazione delle operazioni militari, la rivoluzione russa, l’ingresso in guerra degli Usa) fecero assumere al conflitto una dimensione ideologica e spinsero le potenze dell’Intesa, soprattutto Francia e Gran Bretagna, a scegliere un’opzione che avrebbe garantito loro zone di influenza e possibilità di controllo dell’espansionismo sovietico. Fejtö supporta la sua tesi con una minuziosa ricerca documentaria e conclude che la scelta delle diplomazie europee, in virtù della quale «l’Austria-Ungheria non è esplosa, ma si è fatta esplodere», fu un colossale errore storico sanzionato da trattati di pace siglati all’insegna dell’ipocrisia. E fu, soprattutto, un errore di miopia politica.

Fonte: Il Giornale